I Pfas, composti per- e polifluoroalchilici noti come “inquinanti eterni”, cioè sostanze altamente persistenti, finiscono anche nel vino. In Veneto, nella zona interessata dalla contaminazione della ex fabbrica Miteni di Trissino, un recente studio dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha evidenziato che l’acido perfluorobutanoico – Pfba, composto a catena corta, si trova nel 95% dei vini analizzati. Di questi, il 70% presenta concentrazioni da medie ad alte. Al contrario, la buona notizia è che i Pfas a catena lunga si rilevano in quantità molto basse. La ricerca, pubblicata nella rivista scientifica Environmental Pollution, è stata coordinata da Antonio Marcomini, professore ordinario di Chimica dell’ambiente e dei beni culturali.

Professore, la vostra indagine è tra le poche a mettere in relazione la presenza di Pfas nei vini con la contaminazione dell’acqua. Ci spiega come avete lavorato?
Siamo partiti dai grappoli d’uva e dal vino. È noto che questi composti chimici si trasferiscono dall’acqua al suolo, alle piante, in particolare a frutta e verdura, ma anche a frumento, soia, etc.. Il paniere alimentare, in generale, contiene Pfas, dal momento che sono ormai ubiquitari. È logico aspettarsi di trovarli nei cibi e nel vino, ma è importante sapere in quali quantità. Mi spiego: c’è una concentrazione di fondo nell’ambiente, ma se gli alimenti provengono da zone contaminate, i Pfas che ritroviamo sono da dieci a cento volte superiori in concentrazione. Di qui l’analisi di vini prodotti da uve della zona rossa, la più inquinata, e da zone esterne, compresa un’area non impattata, sempre del Veneto. Abbiamo selezionato vini con denominazione di origine controllata – doc e indicazione geografica tipica – igt, in modo da avere un riscontro puntuale sull’area di origine delle uve e quindi del vino.
Quali Pfas avete ricercato?
Quelli già oggetto delle indagini dell’Arpav nelle acque superficiali e sotterranee. Parliamo di un numero esteso di sostanze, che si differenziano innanzitutto sulla base della lunghezza della catena perfluoroalchilica. Pfoa e Pfos hanno una catena alchilica di otto atomi di carbonio. Da sei a quattro atomi di carbonio, parliamo di composti a catena corta, come nel caso del Pfba. Nel territorio impattato dalla contaminazione Miteni, nelle province di Vicenza, Padova e Verona, abbiamo come sostanza dominante il Pfoa, cui si aggiungono Pfos, Pfbs, Pfba, etc. Il Pfoa è il “marcatore” dell’inquinamento: nelle acque sotterranee dell’area inquinata si trova cento, mille volte al di sopra del valore di fondo delle acque non contaminate o poco contaminate.
E cosa avete trovato nei vini?
È emerso che Pfoa e Pfos, a catena lunga, i più tossici, sono presenti in concentrazioni ben inferiori rispetto a quelle che troviamo nelle acque irrigue e, più in generale, nelle acque interstiziali dei suoli. Vuol dire che si fermano prima di arrivare all’acino, e quindi al vino. Ma succede il contrario con i composti a catena corta. In particolare il Pfba, il più corto tra quelli esaminati, si trova nei vini in concentrazioni più elevate rispetto alle acque di irrigazione. Vuol dire che c’è un fenomeno di bioaccumulo nell’uva. L’aspetto più importante da considerare, non tanto conosciuto, è che sono i composti corti, in particolare i carbossilici come il Pfba, a traslocare più facilmente dall’apparato radicale al frutto, quindi al vino, almeno cinque-dieci volte più del Pfoa. Accade quindi che nelle acque sotterranee troviamo più Pfoa che Pfba, mentre nel vino è esattamente l’opposto: il Pfba è di gran lunga superiore al Pfoa. Nei vini delle zone non contaminate questa sostanza si trova in quantità decisamente inferiori.
Il Pfba è legato alla contaminazione della Miteni, anche se non risulta tra i prodotti commercializzati dall’azienda?
In effetti, per quel che sappiamo, nello stabilimento sono stati prodotti, nel tempo: Pfoa, Pfos, Pfbs, GenX, C6O4. Il Pfba non è mai stato prodotto per essere venduto. Tuttavia è presente in grande abbondanza nelle acque contaminate dalla fabbrica, in quanto si formava come prodotto secondario della fluorurazione che portava al Pfoa. Il Pfba infatti è un acido carbossilico, al pari del Pfoa. Quindi, nelle acque sotterranee impattate da Miteni, a valle dell’impianto e più distanti, non ci sono soltanto i Pfas commercializzati dall’azienda, ma anche prodotti secondari di fluorurazione, come appunto il Pfba.


Cosa bisognerebbe fare, per evitare che i Pfas finiscano nel vino e, in generale, negli alimenti?
In seguito al caso Miteni, la Regione Veneto ha realizzato tra l’altro un monitoraggio degli alimenti: è importante esaminare quei dati, e metterli a disposizione di tutti gli interessati. L’Efsa, Agenzia europea per la sicurezza alimentare, ha fissato per quattro Pfas a catena lunga limiti molto severi. E, recentemente, sono entrati in vigore i nuovi valori di concentrazione, molto bassi, per l’acqua destinata al consumo umano. Ma c’è ancora tanto lavoro da fare, a partire dal monitoraggio finalizzato a fare prevenzione. L’azione più efficace è impedire che acque sotterranee contaminate da Pfas vengano utilizzate a fini irrigui. Il problema è che, nella zona inquinata, molti agricoltori pescano ancora da pozzi privati, acqua di prima falda, per irrigare. In quest’area, i gestori del servizio idrico hanno fatto investimenti ben superiori ai cento milioni di euro per distribuire acqua sicura: attingono a falde ancor più sotterranee e utilizzando filtri a carboni attivi per rimuovere i Pfas. Il problema è che i carboni attivi sono molto efficaci per i Pfas a catena lunga, mentre risultano meno efficaci per quelli a catena corta, come il Pfba. Ciò comporta che devono essere sostituiti frequentemente e potrebbero rendersi necessari anche altri trattamenti. Insomma, il problema è risolvibile dal punto di vista tecnologico, ma ha dei costi che si riflettono nella bolletta dell’acqua, cioè a carico dei consumatori.
Bisognerebbe usare l’acqua destinata al consumo umano anche per l’irrigazione?
Se vogliamo prevenire, bisogna vietare, nelle aree contaminate, l’utilizzo di acqua sotterranea a fini irrigui. Certo, usare l’acqua di rubinetto costa molto di più. Si può irrigare con quella superficiale, ma deve essere controllata con attenzione, per verificare se è compatibile con l’utilizzo in agricoltura a seconda delle colture e delle caratteristiche del terreno. In sintesi, bisogna mappare le risorse idriche a fini irrigui per stabilire quali possono essere utilizzate e quali no, e informare tempestivamente gli agricoltori.
In apertura, foto di Kelsey Knight su Unsplash
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Elisa Cozzarini
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