Ulisse, l’eroe vulnerabile che ha rifiutato l’eternità per avere una storia


Tremila anno dopo, l’Odissea ci parla ancora di educazione. E quella di Nolan ancor di più. Sono uscita dal cinema pensando a Telemaco. Non a Ulisse, non alle sirene, non ai 250milioni di dollari spesi per la produzione. Penso agli occhi di Telemaco quando riconosce il padre dalla carezza ad Argo morente, il cane che lo aspetta vent’anni e che muore nell’istante in cui lo riconosce. È lo sguardo di chi desidera un testimone che lo accompagni, ed è questo il momento più bello del film: Ulisse visto con gli occhi del figlio. Il ragazzo che parte per cercare notizie di un padre che non ha mai conosciuto e che, cercandolo, diventa adulto.

Massimo Recalcati ha dato un nome a questa figura, “il complesso di Telemaco”: il figlio che non vuole abbattere il padre come Edipo, che non si specchia in se stesso come Narciso, ma che attende qualcuno che torni a testimoniare una legge, una giustizia, un ordine possibile. Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida notizia.

Nel mio lavoro incontro tanti Telemaco. Adolescenti che non cercano nemici da rovesciare, ma adulti che “tengano”. E il fatto che Nolan abbia messo questa attesa al centro di un kolossal mi sembra una splendida notizia.

Poi c’è il modo in cui questo film è stato fatto e qui devo dichiarare la mia parzialità. Chi come me si è formata alla scuola pedagogica di Riccardo Massa, porta addosso un’idea precisa: l’educazione è un’esperienza vissuta e incarnata, è materialità, è attraversamento concreto di un campo. Non simulazione. Nolan ha girato mari veri, luoghi veri, corpi veri davanti alla macchina da presa, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti, fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero. Non è una questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma.

Elogio della curiosità

Poi c’è la curiosità. Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene quando ogni marinaio prudente si tappa le orecchie, e si fa legare all’albero della nave pur di sentirlo. Vuole entrare nella grotta del Ciclope per vedere chi la abita. Nei nostri servizi educativi vedo questa spinta ogni giorno: in una bambina ferma da dieci minuti davanti a un formicaio in giardino, come in un adolescente che pone “la” domanda che gli adulti evitano. La curiosità è il motore di ogni apprendimento e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro domande.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette mondi già pronti, fantasie prototipate che nessuna mano ha mai toccato davvero, la scelta di Nolan non è una questione di nostalgia tecnica: è una scelta che dice qualcosa a chiunque educhi. La realtà esiste e resiste. E proprio perché resiste, forma.

La tentazione dell’hubris

Ulisse, però, ci mostra anche il rovescio. La curiosità senza misura ha un nome antico, hubris, la tracotanza, che per i greci era la colpa più grave, quella che attira l’ira degli dèi e allunga il viaggio di altri dieci anni. Dante, nel canto XXVI dell’Inferno, consegna al suo Ulisse l’«orazion picciola» («fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza»), versi che generazioni di insegnanti hanno letto in classe come un inno alla conoscenza. Ecco un nodo su cui finisco spesso per tornare: la conoscenza che non riconosce alcun limite smette di essere formazione. Educare alla curiosità significa tenere insieme le due cose: alimentare il desiderio di conoscere e insegnare che il limite non è il nemico della conoscenza, ma ne è, in qualche modo, la forma.

Umano troppo umano

L’Ulisse di Nolan è umano, troppo umano. Un reduce lacerato dai rimorsi, che porta addosso le colpe di Troia e che per tornare a casa deve imparare l’arte più difficile: rinunciare al controllo. Qualcuno lo ha rimproverato al film, come se l’eroe ne uscisse rimpicciolito. Io credo il contrario, e lo credo per mestiere. Un eroe invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che restino credibili anche dopo aver sbagliato.

La curiosità è il motore di ogni apprendimento e il primo compito di chi educa è non spegnerla. Lo scrivo con una certa urgenza, perché conosco la tentazione opposta: quella di anticipare le risposte, di riempire ogni silenzio, di proteggere i ragazzi persino dalle loro domande.

Scegliere la vita

E Ulisse certamente sbaglia, ma dopo aver sbagliato ritorna sui suoi passi. Calipso gli offre l’immortalità: giovinezza eterna, un’isola senza tempo, una dea come compagna. Lui rifiuta. Sceglie Penelope, che è mortale e invecchia, e lo ammette senza girarci intorno davanti alla stessa Calipso: la mia sposa è inferiore a te per aspetto e statura, eppure io tengo il punto e scelgo di tornare. Ulisse non sceglie la donna più bella, sceglie la vita che finisce. Sull’isola di Calipso non accade nulla perché nulla è in gioco: ogni giorno è identico al precedente e nessuna scelta ha veramente un peso. La vita mortale, invece, ha una trama. Ha ferite che segnano, figli che crescono, un letto scavato nel tronco d’ulivo che non si sposta. Chi educa lavora esattamente su questo crinale: consegnare a qualcuno una vita finita e dirgli che proprio per questo vale.

Un eroe invulnerabile non insegna nulla, si ammira e basta. Un uomo che sbaglia, che ha paura, che elabora un trauma mentre naviga, quello sì che somiglia agli adulti veri, quelli che i ragazzi hanno accanto. L’educazione non ha bisogno di modelli perfetti: ha bisogno di storie in cui riconoscersi e di adulti che restino credibili anche dopo aver sbagliato.

Qui il poema mi riporta al presente, ai colloqui con i genitori, alle nostre équipe. Le tecnologie generative promettono a modo loro un’isola di Calipso: un presente infinito, mondi senza attrito, la possibilità di non perdere mai nulla. Ai nostri adolescenti viene offerta ogni giorno una piccola immortalità digitale. Il compito pedagogico è quello di Ulisse sulla spiaggia di Ogigia: insegnare a preferire Itaca. Con i suoi pretendenti, le sue attese, il tuo cane vecchio che muore dopo averti riconosciuto.

Per questo il metodo di Nolan è già contenuto. Quando tutto si genera con un clic, scegliere di costruire, allestire, aspettare la luce giusta è un atto di resistenza educativa. Nei nostri nidi lo chiamiamo con parole più semplici: il tempo lungo delle cose reali, la fatica del fare, le mani in pasta, la pedagogia della lumaca. Alcune colleghe hanno portato i figli a vedere il film. Bambini piccoli, tre ore di poema omerico, la previsione condivisa era di uscire dalla sala a metà proiezione. Mi hanno raccontato il contrario: bambini attenti fino alla fine e loro impegnate per tutto il tempo a rispondere a un fuoco continuo di domande sussurrate nel buio. «Chi è il gigante?», «Perché le sirene hanno le gambe e non la coda?», «Quando torna a casa?». Ci ho pensato a lungo. Una storia funziona quando genera domande, e quei bambini stavano facendo esattamente ciò che il poema chiede a chi lo ascolta da tremila anni: interrogare gli adulti accanto per capire il mondo. Come Telemaco, del resto.

Non si arriva mai

L’Odissea è una storia, e le storie sono il primo dispositivo pedagogico che l’umanità abbia costruito. Raccontarla a un bambino o a un adolescente significa consegnargli una mappa per le sue tempeste. Lo facciamo da tremila anni e funziona ancora. Nessun algoritmo ha prodotto niente di paragonabile, e sospetto che il motivo sia proprio quello che Ulisse spiega a Calipso: le storie nascono dalla vita che finisce.

Ulisse, dopo vent’anni, torna a Itaca tormentato dagli anni di guerra e dal ricordo degli amici che non è riuscito a seppellire con onore. Ma a Itaca non trova la fine del viaggio: trova un altro inizio. Ha rifiutato l’eternità per avere una storia, e le storie non si chiudono: si consegnano ad altri. Chi educa lo sa. Non si arriva mai, si continua a partire. E si parte meglio se qualcuno, prima, ci ha raccontato bene la sua storia.

In apertura, Matt Damon interpreta Ulisse nel film di Christopher Nolan. Nell’articlo, Ulisse (Damon) con Atena, interpretata da Zendaya. Foto © Universal Studios

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 Sara De Carli

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