Intervista a Ndidi Emefiele, pittrice in mostra a Palazzo SUMS a San Marino


Alcune volte l’idea e la composizione sono così fortemente unite nella mia testa, che mi sento molto sicura di passare direttamente alla tela”, afferma Ndidi Emefiele (Abuja, 1987 – vive e lavora tra Northampton, nel Regno Unico, e la Nigeria) parlando della sua metodologia di lavoro. “Posso iniziare con uno schizzo sul blocco da disegno che trasferisco sulla tela e, poi, mentre dipingo, continuano a emergere idee che accumulo strato dopo strato. Però, possono anche esserci momenti in cui mi sembra che quello che sto facendo non sia del tutto giusto, allora lo copro e rifaccio tutto da capo”. In occasione di Inarrestabile, la sua prima mostra personale nella penisola italica, curata da Riccardo Freddo in collaborazione con Rosenfeld Gallery di Londra negli spazi di Palazzo SUMS nella Repubblica di San Marino (fino al 3 settembre), l’artista nigeriana le cui opere fanno parte di collezioni prestigiose (tra cui MoCADA – Museum of Contemporary African Diasporan Arts di New York e Mint Museum di Charlotte in North Carolina) presenta 16 dipinti realizzati tra il 2022 e il 2025. Le sue coloratissime rappresentazioni dell’universo femminile offrono un’alternativa alla visione stereotipata della donna africana. Come scrive il curatore, “le donne di Emefiele non chiedono di essere viste, ma impongono una nuova modalità di visione, ribaltando le dinamiche tradizionali dello sguardo”.

Ndidi Emefiele, ph Manuela De Leonardis

Intervista a Ndidi Emefiele

Nella mostra Inarrestabile”, qual è la forza delle giovani donne che dipingi inserendole all’interno di scene quotidiane, spesso tra le mura domestiche?
Direi che la loro forza nasce dalle esperienze che uso nel lavoro per cambiare la narrazione. Sai, provengo da un contesto in cui sulle donne gravano molte aspettative. È come se, ogni giorno, dovessero dare il meglio di sé per essere accettate, apprezzate, ben accolte, “divorate” in un modo che risulti gradito. Le donne che dipingo, però, stanno ridefinendo come dovrebbero andare le cose, cambiando le regole. Quindi, direi che la forza derivi essenzialmente da ciò che la società si aspetta da loro, che prendono la negatività e la trasformano in qualcos’altro, in ciò che considero molto positivo. La mia è una donna che non è disposta a recitare, che vive secondo le proprie regole e vuole essere vista. Ecco perché a volte faccio in modo che il suo sguardo sia rivolto direttamente verso gli spettatori, come se cercasse di chiamarli, di attirarli nell’opera. Sembra dire “Guardatemi, sono qui, non sono invisibile”.

Ndidi Emefiele. Inarrestabile, Palazzo SUMS, Repubblica di San Marino, Installation view, ph Manuela De Leonardis Intervista a Ndidi Emefiele
Ndidi Emefiele. Inarrestabile, Palazzo SUMS, Repubblica di San Marino, Installation view, ph Manuela De Leonardis

Queste donne sono spesso accompagnate da animali. Perché questa scelta?
Sono donne di successo che si prendono cura anche di cani, gatti, animali domestici che fanno riferimento anche ad una dimensione spirituale. Nel senso che considero gli animali come una sorta di terzo occhio delle persone che dipingo. Ho la sensazione che nel regno spirituale, in quello soprannaturale, accadano molte cose di cui potremmo non essere a conoscenza, ma che questi animali riescono a vedere. Mi sembra che dove finisce la nostra consapevolezza, inizi la loro. Per questo, percepisco la presenza di alcune di queste creature come una sorta di invito al mondo spirituale, all’invisibile.

Hai citato gli uccelli che nella mitologia africana sono considerati proprio “messaggeri tra i mondi”…
Sì. Sono cresciuta a contatto con il folklore, le leggende e le storie delle generazioni più vecchie che ci venivano raccontate. Quando, ad esempio, si sentono i cani abbaiare a ore insolite ci veniva detto che stavano comunicando con il soprannaturale, un mondo che non possiamo vedere. Alcune di quelle credenze che mi porto dietro dall’infanzia, le conservo ancora in me.

Qual è per te la relazione tra memoria personale e collettiva?
Intanto, sono una donna. Dipingo donne, quindi riesco a immedesimarmi in ciò che faccio. Non sto facendo qualcosa che esula dalla mia esperienza o dalla mia comprensione di ciò con cui riesco a identificarmi. Inoltre, sono cresciuta in una famiglia composta esclusivamente da donne. Ho quattro sorelle meravigliose – Ewere, Nneka, Uche e la quarta, che era la mia adorata e la più vicina a me, Nkem, che è venuta a mancare nel 2019. Io sono l’ultima, la più giovane anche se avrei voluto essere la più grande. Eravamo abbastanza vicine di età e abbiamo vissuto esperienze molto simili. Le mie sorelle tornavano a casa e mi raccontavano le vicissitudini della giornata, sia le loro che quelle delle loro amiche. Così avevo a disposizione tantissimi livelli di esperienze a cui attingere. Potevo usare le mie opere per svelare alcune di queste anomalie della società. Quindi, c’è un insieme delle mie esperienze e di quelle condivise con altre donne a me vicine, da cui traggo temi, ispirazioni e idee.

Cosa ti ha portata a studiare arte alla Delta State University di Abraka, dove ti sei laureata nel 2007. Quali erano le tue aspettative e gli obiettivi?
A Lagos il paesaggio artistico è molto vibrante e dinamico, ma non si può dire lo stesso di Abuja, la città dove sono cresciuta prima che decidessi di studiare arte. È un posto molto conservatore e tranquillo. All’epoca non conoscevo nemmeno artisti di successo, né tanto meno artiste che realizzassero opere d’arte, ma c’era in me un desiderio ardente di voler usare opere e colori come uno strumento molto potente per comunicare le mie riflessioni. Ero molto determinata. L’arte è stata la porta d’accesso a tutto questo. È stata anche una via di fuga dalle mie esperienze personali, perché ho avuto un’infanzia piuttosto difficile dal punto di vista della salute. Molte volte non stando bene non potevo frequentare la scuola, ma ciò mi permetteva di avere tempo per usare i miei strumenti: il blocco per gli schizzi, la penna. Tracciavo disegni su qualsiasi superficie, poteva essere persino un muro, a seconda dei casi. Molti dei dipinti che mi capitava di vedere mostravano le donne in modo molto servile, come trasportare tronchi di legno, pestare l’igname, andare a prendere l’acqua, portare in braccio un bambino. Era come se le donne fossero nate solo per svolgere lavori domestici, lavorare la terra e soffrire. Io, invece, volevo realizzare dipinti che mostrassero come le donne potessero avere cura di sé. Ero così decisa che ho cercato delle scuole d’arte. Quando mi sono iscritta all’università non sapevo cosa mi avrebbe riservato il futuro. Avevo grandi sogni, ma la mia priorità era placare quel desiderio ardente di realizzare quelle opere che avevo in mente.

Esplori l’identità femminile africana attraverso una raffigurazione pittorica che contiene elementi di “comic painting”. C’è effettivamente questa matrice nel tuo lavoro?
C’è un mix di molte cose. Anche se faccio riferimento all’identità culturale, soprattutto a quella da cui provengo, sono presenti anche altri elementi tra cui quelli fumettistici. Le donne che dipingo vogliano affrontare le cose a modo loro, con molta positività e una qualche forma di felicità, qualunque essa sia. L’utilizzo di teste esagerate ha origine dalla scultura Yoruba, dove le teste erano molto sproporzionate – venivano chiamate “Ori” – perché erano considerate la sede della saggezza e anche dell’anima. Quindi, quando creo le donne con la testa grande, ho la sensazione che si identifichino con donne autorevoli e anche molto spirituali. Poi c’è l’aspetto fumettistico, il mio pizzico di giocosità che ho inserito nel lavoro.

Hai fatto riferimento all’antica scultura Yoruba: nel tuo lavoro c’è anche una relazione con l’arte tradizionale africana che, anche in Nigeria è fortemente intrisa di simbologie, pensando alle terracotte Nok o alle maschere dell’etnia Ekoi?
Sì, la Nigeria è molto ricca e diversificata dal punto di vista culturale, e ci sono così tante ispirazioni! Personalmente utilizzo anche i tessuti. I pezzetti di tessuto che mi danno i miei sarti, così come quelli di mia madre. Recentemente le ho chiesto di mandarmi un “gele damascato”, il tradizionale foulard realizzato in prezioso tessuto damascato, piuttosto scultoreo, che le donne usano come copricapo in occasione di eventi e cerimonie, per farne dei pantaloni per una delle mie “donne”. In alcuni dipinti ho utilizzato il velo da sposa e i miei vestiti, perché inizialmente il mio studio era la camera da letto che condividevo con mia sorella, che era piena di vestiti che facevo “indossare” dalle mie opere. Sentivamo anche molta musica, quindi prendevo anche i cd. Il solo fatto di trovarmi in quell’ambiente mi ha fornito molti dei materiali di cui avevo bisogno per il lavoro.

Tra gli elementi ricorrenti della tua pittura, associati all’uso di colori accesi, c’è la presenza di figure femminili con gli occhiali. Qual è il valore simbolico di questi accessori?
Per offrire alle donne una sorta di protezione utilizzo diversi metodi: occhiali, compact disc, cornici di orologi vintage, plastica rifinita. La mia idea è semplicemente quella di proteggere la donna mentre si muove nello spazio molto ostile in cui si trova, sia sul posto di lavoro che nella società in generale. Dei cd adoro anche la qualità riflettente. Spesso li ho usati come specchio, perché il pubblico potesse vedere riflessa la propria immagine.

Manuela De Leonardis

Repubblica di San Marino // Fino al 3 settembre 2026
Inarrestabile. Ndidi Emefiele
Palazzo SUMS, Via Alessandro Belluzzi 1
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