paghiamo due Camere ma decide solo una


Monocameralismo di fatto in Italia: una Camera decide, l’altra ratifica. Paghiamo due aule per il lavoro di una. Ecco tutti i veri dati.

Il sistema legislativo italiano vive una profonda finzione. La nostra Costituzione impone un procedimento chiaro in cui la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica esercitano le stesse funzioni in modo paritario. I cittadini mantengono due apparati immensi, con costi enormi, per garantire una doppia valutazione sui testi normativi. La prassi smentisce tutto questo con arroganza. Il Parlamento adotta ormai un meccanismo subdolo, noto come monocameralismo alternato. Il lavoro reale sulle leggi si svolge in una sola aula. Il secondo ramo si riduce a un ufficio stanco che si limita a timbrare le decisioni altrui senza apportare modifiche. In questo scenario desolante, solo l’intervento esterno del Capo dello Stato riesce a smuovere le acque, come accaduto di recente con il decreto Sport. I dati confermano una mutazione genetica del nostro ordinamento. Nessuno ha modificato la Carta costituzionale con un voto popolare, ma la repubblica parlamentare perfetta appartiene al passato.

A cosa serve davvero il secondo passaggio parlamentare?

I numeri fotografano una resa incondizionata delle istituzioni. Il Servizio studi di Montecitorio, con un monitoraggio aggiornato al 13 giugno 2026, certifica la morte della navetta parlamentare. I testi normativi esaminati dall’inizio di questa legislatura ammontano a 328 provvedimenti ordinari approvati. Una minoranza irrisoria ha visto una vera “terza lettura”, un termine tecnico che indica il ritorno del testo nel primo ramo dopo le modifiche apportate dal secondo.

I calcoli esatti illustrano un panorama molto chiaro. Solo 22 leggi, pari a un modesto 6,7% del totale, hanno subito ritocchi effettivi in entrambe le aule. Le restanti 306 riforme, che rappresentano un massiccio 93,3%, hanno incassato modifiche in una sola sede. Il bicameralismo perfetto si trasforma in un senso unico. Chi lavora per primo decide le sorti del Paese. Gli altri colleghi premono un bottone verde per ratificare in fretta e chiudere la seduta. Questo assetto svuota di significato la rappresentanza democratica e vanifica lo stipendio di centinaia di eletti, pagati per alzare la mano su un copione già scritto altrove.

Quale ruolo gioca il Presidente della Repubblica in questa deriva?

La prassi legislativa quotidiana si concentra in gran parte sulla conversione dei decreti. L’esecutivo detta i tempi, impone le scadenze e scrive le norme. Le statistiche sono implacabili e dimostrano la totale subalternità delle aule rispetto al volere del governo. Su 113 decreti convertiti in legge fino a metà giugno, ben 112 hanno subito correzioni in un solo passaggio. Il percorso appare blindato dalla maggioranza in ogni singola occasione.

Un solo episodio ha interrotto questa monotonia istituzionale. Il testo normativo sullo sport ha costretto i parlamentari a rimettere mano alle carte per una terza lettura alla Camera. Questo miracolo procedurale non deriva da un improvviso sussulto di orgoglio dei senatori o dei deputati. Il Colle ha puntato il mirino su alcune norme specifiche e ha imposto alla maggioranza un rapido stralcio del provvedimento. Il Capo dello Stato diventa l’unico vero contrappeso in un sistema che ha disattivato i propri freni di sicurezza interni. Quando il Quirinale alza la voce per evidenti forzature, il sistema si ricorda improvvisamente di avere due aule.

I testi proposti direttamente dai ministeri subiscono un trattamento diverso?

I disegni di legge di iniziativa governativa compongono la spina dorsale dell’attività pubblica. I ministri presentano le riforme e le aule approvano con la medesima superficialità vista per i provvedimenti di urgenza. Su 134 iniziative dell’esecutivo arrivate al traguardo finale della pubblicazione, 127 hanno ricevuto il disco verde definitivo con le valutazioni di un solo ramo. L’analisi approfondita e il dibattito spariscono dai radar.

Soltanto sette testi hanno registrato la necessità di un terzo passaggio. Tra questi troviamo riforme di enorme peso economico, come la delega fiscale e il disegno di legge su competitività e riforma del mercato dei capitali. Anche la nuova normativa sull’intelligenza artificiale e la legge annuale per le piccole e medie imprese hanno richiesto un supplemento di riflessione e di scontro politico. Questi rari casi dimostrano un fatto lampante. Quando la materia tocca gli enormi interessi economici del Paese, i partiti faticano a compattarsi al primo colpo e necessitano di un secondo giro di giostra per sistemare le proprie divergenze interne.

Le minoranze politiche riescono a incidere nella scrittura delle regole?

I rappresentanti eletti fuori dal recinto governativo faticano in modo estremo a imporre le proprie visioni. Le leggi promosse su iniziativa prettamente parlamentare mostrano numeri altrettanto squilibrati. Su 77 testi arrivati alla promulgazione finale, appena 13 sono approdati a un dibattito da terza lettura. Tra questi spiccano l’istituzione del fondo per i Viaggi della Memoria e le regole per la promozione della pratica sportiva nelle scuole, approvati durante lo scorso anno. La medesima e solitaria sorte tocca alle iniziative miste, con una sola legge su tre giunta al triplo esame.

Le opposizioni sfruttano i piccoli spazi di manovra lasciati aperti nella prima aula disponibile. L’analisi degli emendamenti chiarisce bene la strategia di sopravvivenza dei partiti. I ritocchi totali approvati ammontano a 5.991. Una valanga inarrestabile di 5.809 modifiche, pari al 97%, ottiene il via libera formale nella prima lettura. La seconda lettura raccoglie le briciole, con appena 182 emendamenti, il 3% del totale. Le minoranze, con grande sforzo, lasciano un segno nel 32% dei casi totali. I gruppi non al governo hanno piazzato 998 correzioni in completa autonomia e hanno votato altri 918 ritocchi in sintonia con i partiti di governo. I parlamentari si battono e mercanteggiano nella prima Camera utile. Tutti sanno perfettamente che il secondo passaggio si trasformerà in una corsa inutile contro il tempo.




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 Angelo Greco

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