Social media e minori, la stretta UE


L’Unione europea accelera verso nuove restrizioni all’accesso dei minori ai social network. Il 13 luglio 2026 il panel speciale sulla sicurezza dei bambini online ha consegnato alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, una relazione che propone regole differenziate per fascia d’età e maggiori responsabilità per le piattaforme digitali.

Il gruppo è stato coordinato da Jörg M. Fegert, direttore medico del Dipartimento di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Università di Ulm, e da Maria Melchior, direttrice di ricerca presso l’istituto sanitario francese INSERM. I lavori, avviati a marzo, hanno coinvolto specialisti di salute mentale, neuroscienze, informatica, diritti dei minori e digital literacy. La Commissione esaminerà ora le raccomandazioni e presenterà le proprie proposte dopo l’estate.

Tre fasce d’età per l’accesso digitale

Il rapporto segue un approccio evolutivo. Per i bambini da zero a due anni raccomanda di evitare social media e un’esposizione estesa agli schermi. Il documento non parla di un divieto assoluto, ma invita genitori e caregiver a privilegiare le relazioni dirette, il movimento e lo sviluppo del linguaggio.

Dai 3 ai 12 anni, l’uso dei dispositivi connessi dovrebbe essere limitato e supervisionato. L’accesso sarebbe consentito soltanto in ambienti adatti all’età, con l’autorizzazione di un genitore oppure all’interno di attività educative organizzate dalla scuola.

Per la fascia tra 13 e 18 anni è prevista un’autonomia progressiva. Gli adolescenti dovrebbero però utilizzare esclusivamente servizi “safe by default”, dotati di protezioni attive contro meccanismi come infinite scroll, autoplay e sistemi di raccomandazione orientati a massimizzare il tempo trascorso nell’app.

La sicurezza diventa una responsabilità delle piattaforme

Il passaggio più netto riguarda l’onere della prova. Secondo il panel, non dovrebbero essere le famiglie o le autorità a dimostrare che una piattaforma è pericolosa. Spetterebbe invece ai provider provare che il servizio è sicuro per i minori già nella fase di progettazione.

Fino a quando questa condizione non sarà rispettata, l’accesso dei bambini sotto i 13 anni dovrebbe rimanere ristretto. Gli Stati membri potrebbero adottare soglie più alte per gli adolescenti, purché inserite in un impianto europeo armonizzato.

La formula scelta non coincide quindi con un semplice ban anagrafico. Il modello lega l’accessibilità del prodotto alle sue caratteristiche tecniche, ai sistemi di moderazione e alla capacità di ridurre i rischi con impostazioni predefinite.

Il DSA mette Meta sotto pressione

La relazione arriva mentre Bruxelles sta già utilizzando il Digital Services Act per contestare le pratiche delle principali piattaforme. Ad aprile la Commissione ha concluso in via preliminare che Meta non avrebbe adottato misure efficaci per impedire ai minori di 13 anni di aprire account su Instagram e Facebook. La semplice autocertificazione della data di nascita è stata giudicata insufficiente.

A luglio l’attenzione si è spostata sul design dei servizi. Secondo le contestazioni preliminari, infinite scroll, riproduzione automatica, notifiche e raccomandazioni fortemente personalizzate possono favorire un utilizzo compulsivo. Meta ha ora la possibilità di rispondere; in caso di violazione definitiva, il DSA consente sanzioni fino al 6% del fatturato globale annuo.

Il problema dell’age verification

La parte più complessa sarà l’enforcement. Un limite comune non può funzionare senza un’infrastruttura capace di verificare l’età senza raccogliere quantità eccessive di dati personali.

L’UE dispone già di un blueprint per una soluzione di age verification, inizialmente sviluppata per dimostrare il superamento dei 18 anni. Il sistema potrebbe essere esteso ad altre soglie e integrato nel futuro European Digital Identity Wallet. Serviranno però provider affidabili in grado di emettere credenziali verificabili anche per i minorenni.

In assenza di un ecosistema interoperabile, le piattaforme rischiano di continuare a basarsi su date di nascita autodichiarate, facilmente falsificabili. Restano aperti anche i problemi di privacy, proporzionalità dei controlli e coordinamento tra autorità nazionali.

Il precedente australiano

L’Europa osserva con attenzione l’Australia, primo Paese ad applicare un limite nazionale di 16 anni. Dal 10 dicembre 2025 le piattaforme interessate devono adottare misure ragionevoli per impedire agli under 16 di creare o mantenere un account. La responsabilità ricade sulle aziende, non sui ragazzi o sulle famiglie.

Il caso australiano mostra però quanto sia difficile tradurre un limite legale in una barriera tecnica efficace. False dichiarazioni, account condivisi e strumenti per mascherare la posizione geografica possono ridurre l’efficacia dei controlli. Per Bruxelles, il ban da solo non basta: deve essere accompagnato da standard di prodotto e verifiche indipendenti.

Cosa cambia per startup e piattaforme digitali

Per startup e scaleup europee, la direzione regolatoria è già leggibile. La compliance dovrà entrare nel product development lifecycle, non essere aggiunta dopo il lancio. Age assurance, parental control, recommender system auditabile e metriche diverse dal semplice engagement diventeranno requisiti di mercato.

Anche le interfacce saranno coinvolte. Dark pattern, notifiche aggressive, autoplay e feed senza fine potrebbero generare un rischio normativo diretto, soprattutto quando il servizio è accessibile ai minori. Questa evoluzione apre spazio per startup specializzate in privacy-preserving identity, content moderation, safety testing e RegTech.

Il prossimo passaggio sarà politico. Qualunque proposta dovrà essere negoziata con Parlamento europeo e governi dei 27 Stati membri. Ma il messaggio inviato al settore tecnologico è già chiaro: nell’UE, la crescita dell’engagement non potrà più essere separata dalla sicurezza degli utenti più giovani.


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 Redazione Startup-news

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