Il terremoto in Irpinia, nel 1980, fu devastante. Il bilancio ufficiale del Dipartimento della Protezione civile parla di 2.734 morti, 8.848 feriti, circa 300mila sfollati, e 688 comuni colpiti. Di magnitudo 6.9, la scossa principale durò 90 secondi e spazzò via quasi totalmente alcuni paesi come Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi e Teora. Ma l’Italia ha conosciuto altre catastrofi, dopo quella. Vari terremoti (L’Aquila nel 2009, Amatrice e zone circostanti nel 2016, più altri) e diverse alluvioni (come quella del 2023 in Emilia Romagna: 17 vittime, danni enormi all’ambiente, 36mila sfollati). E allora perché ricordare proprio quel sisma, così lontano nel tempo?
Ce ne dà occasione un bel libretto di Claudio Calzana, intitolato Ritorno in Irpinia. L’autore, che ai tempi aveva 22 anni e partecipò, come volontario, alle operazioni di soccorso, ha deciso di tornare in quei luoghi, per dare forma scritta a una esperienza che gli ha cambiato la vita, e che, a distanza di tanti anni, non ha ancora smesso di trasmettere il suo slancio vitale. La forza tutta particolare che ogni atto di solidarietà gratuita, misteriosamente, regala all’animo umano, e quel misto di maturità e consapevolezza che segnano in modo significativo l’esistenza, emergono a poco a poco, pagina dopo pagina, in questo racconto semplice e, in un certo modo, ricco di una specie di poesia della fragilità umana. Addentrandoci nei capitoli, brevi e scritti in modo asciutto, torniamo indietro nel tempo e ci ritroviamo là, dove il terremoto è avvenuto, in quell’anno lontano e insieme a quel ragazzo così giovane. Dalle parole non trapela alcun autocompiacimento, piuttosto il desiderio di fare memoria, per incontrare di nuovo quel “qualcosa” che è rimasto impigliato nell’anima, così tanto da spingere l’autore a scriverne a più di 40 anni di distanza.
Impotenza è la cifra del nostro tempo, ma in Italia ci sono 4,7 milioni di persone che si spendono per gli altri.
Qual è il senso di questo impegno? Le risposte all’interno del magazine ‘‘Volontario, perché lo fai?”

Calzana confessa senza infingimenti di essersi proposto volontario non tanto per un sentimento di umanità, quanto per saltare il servizio militare, che all’epoca era obbligatorio. Ogni possibile deriva retorica viene così neutralizzata. Se l’esperienza ha lasciato traccia, ciò non è accaduto per l’anima bella di chi l’ha vissuta, ma a partire dall’oggettività dell’esperienza stessa. «Arroccata su un’altura, Teora era scivolata a valle» racconta Calzana: «Case che travolgono case, macerie che interrano persone e cose. Un effetto domino aveva cancellato quella cittadina di quasi 3mila abitanti. Le poche case superstiti sembravano in colpa per aver retto alla furia. Ripensando alla notte in roulotte, al freddo che i maglioni non bastavano mai, la domanda che mi venne su dai precordi era semplice e chiara: Che ci faccio qui?». Insomma, erano più dubbi che certezze.
Poi, però, la realtà si impone, con tutta la sua forza drammatica. E i dubbi in qualche modo svaniscono. Non perché si trovi per essi una risposta teorica, ma perché è la realtà stessa a togliere loro spazio, prendendoti per mano e conducendoti là dove, volente o nolente, fai un’esperienza più radicale di ciò che è umano: «Fin dai primi giorni uno dei miei compiti era quello di “andare a macerie”, come si usava dire nel gergo di noi volontari. Erano gli stessi abitanti a chiedere aiuto per rintracciare qualche ricordo tra i resti delle case. Andava così: muniti di guanti e stivali, si saliva in bilico su un qualche cumulo di detriti, senza troppo badare ai muri ancora in piedi, pronti a franarti addosso alla prima scossa severa. Sotto le scarpe, il lamento delle pietre minute, il rantolo cupo di quelle maggiori. (…) Scavando, capitavano alle mani reperti di ogni tipo. Ricordo l’emozione provata nel trovare un album di fotografie. Immagini di ordinaria quotidianità, ritratti, bambini e classi in grembiule, compleanni e comunioni, momenti conviviali e feste di precetto. Lo sventolavo manco fosse un trofeo, e via in cerca dei legittimi proprietari, che mi accolsero tra lacrime e abbracci. Era il segno che qualcosa aveva resistito alla furia del sisma, che il legame con il passato non si era spezzato. In un’altra occasione scovai dei barattoli di conserva miracolosamente intatti. Li aveva preparati la nonna. Lei, purtroppo, non ce l’aveva fatta».
Non mancano, in queste istantanee di solidarietà umana, momenti di tragedia ulteriore, post terremoto: «Il lungo viale alberato che porta al cimitero di Teora è intitolato ad Alessandro Gasparetto, un volontario di Santandrà, frazione di Povegliano, paese in provincia di Treviso. Alessandro perse la vita a Teora il primo gennaio 1981. Quel mattino ovviamente c’era meno frenesia del solito. Alessandro, elettricista, era nei pressi della cabina che serviva l’intero paese, a qualche decina di metri dal nostro campo. Ricordo uno schianto secco, seguito da un clamore di voci. Mi precipitai, un gruppo di soccorritori faceva scudo. A quanto pare, Alessandro stava trascinando un grosso cavo, camminava all’indietro per agganciarlo alla cabina. Con i piedi nel fango, a pochi passi dalla meta venne investito da una scossa tremenda, mi parlarono di 20mila volt. Il corpo fu scagliato lontano, in parte annerito».


Ritorno in Irpinia è un bel libro pieno di piccole grandi storie. Lontano da ogni elegia del dolore, questo memoir ci ricorda una verità risaputa, che però è bene ribadire ogni volta: occuparsi degli altri cambia la vita, la rende più densa, la arricchisce in modi inaspettati. Allo stesso tempo testimonia, una volta di più, che quando hai fatto il volontario, in qualche modo rimani volontario per sempre, anche se poi la vita prende altre strade, perché c’è qualcosa che rimane impresso nel profondo, a stuzzicare e interrogare l’anima, ed è anche per questo che chi si occupa di volontariato, o ha nei pensieri di farlo in futuro, dovrebbe leggere questo libro.
Ritorno in Irpinia è un libro autopubblicato, di difficile reperibilità. Su Amazon si trova, ma non è detto che poi sia possibile impossessarsi di una copia. Ma Claudio Calzana ha pubblicato quattro romanzi, è stato dirigente in una grossa casa editrice, e oggi gestisce un portale di microracconti seguitissimo a livello nazionale (7parole.it). Non è quindi al rifiuto incassato dall’esordiente che si deve l’idea di autopubblicare il libro. Si tratta, invece, di una scelta precisa, ponderata. L’autore ha ritenuto che questa memoria dovesse trovare i suoi lettori non attraverso la genericità della distribuzione nelle librerie – preludio al macero, spesso, anche per pubblicazioni di valore – quanto, piuttosto, attraverso l’instaurazione di qualcosa di più personale: un intreccio, un ingarbugliamento, un entanglement di collegamento tra chi scrive e chi legge, destato dal passaparola e dall’esigenza, per questa scrittura così intima e necessaria, di non perdersi nel gorgo delle tante novità editoriali che mensilmente invadono le librerie e poi svaniscono senza lasciare traccia.
In apertura, un’immagine dal terremoto in Irpinia nel 1980. (Fotografia Lapresse)
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Daria Capitani
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