Artists are not the story. Gaza is the story.
MASSIVE ATTACK, LUGLIO 2025
E dunque, questa ostinata indifferenza – e lontananza – del mondo dell’arte contemporanea dalle questioni urgenti e brucianti del presente comporta almeno qualche conseguenza di peso.
Nel momento in cui, infatti, si demanda tutto l’“impegno” ai cascami dell’artivismo e in generale a quello che Ivan Carozzi definisce molto bene “attivismo performativo”, cioè a opere al massimo concepite come tazebao, salta particolarmente all’occhio l’insistenza dell’arte a tenersi per il resto ben alla larga da quello che sta succedendo nel mondo che brucia.
Pacifismo e potenze militari
Così, per esempio, Michele Serra l’altro giorno sulle pagine di “Repubblica” si è lanciato in una svalutazione/sottovalutazione del pacifismo odierno (“un’idea integralmente inerme del pacifismo, che ha una storia molto nobile idealmente e molto limitata politicamente”: et voilà), e in un peana alla “difesa comune europea”: “un esercito comune europeo che abbia nel suo statuto il diritto alla difesa e il divieto all’aggressione (…) un’idea di difesa solidale tra i popoli europei, fondata sulla tutela dei cittadini e del territorio”.
Come fa però giustamente notare Paola Caridi, “la forza militare è in posizione subalterna e ancillare rispetto alla politica: senza politica comune non esiste difesa comune. È l’ABC. La nostra grammatica civile. È come prevedere ‘millemila’ missili e carrarmati e bombe atomiche in Italia senza avere un governo e uno Stato che decidono cosa farne. Quindi, di grazia, chi o cosa darebbe l’ordine di sparare, lanciare missili e droni che partono alla volta di ‘dove’?”
Cosa c’entra l’arte con la guerra
Come si vede, grande è la confusione di questi tempi, abbastanza tristi crudeli regressivi ma, tutto sommato, interessanti. E allora, come al solito, a questo punto la domanda è: che c’entra questo con l’arte? Tutto. Perché non possiamo parlare di arte? Perché questo, e solo questo, è parlare di arte. Il problema centrale forse è proprio in questa autodistruttiva sconnessione, nella scelta collettiva apparente di tagliare fuori tutto ciò che è scomodo o che può creare problemi, per non disturbare il sereno svolgimento dei lavori e – soprattutto – del mercato…
Mentre c’è un genocidio in corso (è bene ripeterselo e ripeterlo agli altri più volte al giorno: un genocidio), mentre gli agenti dell’ICE hanno ricominciato a uccidere, se mai hanno smesso, mentre un pestaggio gratuito ai danni di un immigrato in evidente disagio fisico e mentale diventa materia elettorale e frammento di spettacolo osceno trasmesso in loop da TG e piattaforme social, l’arte non può vivacchiare nel suo recinto.
Il ruolo dell’arte nella società
Più essa, infatti, perde la presa sul reale, più si crogiola nell’irrilevanza, più diventa chiaro lo spettro di opzioni a disposizione di autori e interpreti. È evidente che tra la (legittima) pretesa di indipendenza e autonomia assolute di un Michele Mari rispetto alla letteratura propria e altrui, e l’opera ridotta a manifesto e/o dichiarazione di intenti esiste un intero arco di possibilità praticabili.
Nonostante le apparenze, questo è un periodo straordinario, forse decisivo, per riflettere attivamente e profondamente sul ruolo di arte e cultura. Che non può essere, naturalmente, quello di una normalizzazione come ennesima rimozione e negazione di ciò che accade, peraltro sotto gli occhi di tutti, come purtroppo è avvenuto anche in occasione di Re-Imagine Peace, festival diretto a Firenze da Noa e Mira Awad, episodio di “maquillage” che “salta a pie’ pari la realtà, e la necessità di nominare realtà, colpevoli, criminali, delitto” (Paola Caridi).
Lo sguardo dell’arte sull’orrore
L’arte e l’opera d’arte non possono essere un modo per ripulirsi la coscienza e passare una mano di calce sull’orrore – al contrario, servono (anche) a guardare dove non vogliamo guardare, con altri occhi rispetto a quelli di spettatori passivi e catturati nella ‘camera dell’eco’.
Del resto, basta ascoltare attentamente i Massive Attack. Quando dicono che non sono gli artisti la storia, ma che la storia è Gaza, la storia è il genocidio, stanno invitando i media internazionali a non focalizzarsi facilmente sulle polemiche che investono questo o quell’artista e sui fraintendimenti più o meno volontari e in malafede rispetto a proteste e slogan, ma ad indirizzare le loro risorse verso la copertura e la comprensione di ciò che continua ad accadere con la complicità dell’Occidente: “La conseguenza umana naturale dell’assenza di un giornalismo obiettivo e di ogni leadership morale da parte dei governi è un senso di acuta frustrazione, di profonda tristezza e di rabbia (molta della quale tranquilla, e provata) tra la maggior parte del pubblico inglese – incluse le fasce espressive della società, gli artisti e i performer. (…) Dato il bando totale da parte di Israele rispetto ai giornalisti internazionali a Gaza, e il simultaneo assassinio di centinaia di giornalisti a Gaza da parte delle forze israeliane, i Massive Attack esortano la BBC e gli altri media a dirigere le loro considerevoli risorse verso la testimonianza della verità di ciò che sta accadendo, quotidianamente, alla popolazione di Gaza, e verso lo spiegare criticamente l’inazione dei governi occidentali (come quello del Regno Unito) ai loro spettatori”.
Che cosa può fare l’arte per incidere sulla realtà?
Ecco, l’arte oggi (mentre tutto sembra crollare) ha l’occasione di non stare da un’altra parte in senso negativo e omissivo, ma di scegliere di essere da un’altra parte in un senso visionario e significativo: essere da un’altra parte – rispetto a cronaca, propaganda, politica, infotainment, ecc. ecc. – nell’indirizzare verso la conoscenza e la verità. In un tempo segnato da una tremenda incomprensione e ignoranza compiaciuta, non è poco.
Christian Caliandro
(Grazie all’affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Christian Caliandro
Source link



