La sua intuizione è stata che il gas non sarebbe bastato al Qatar. O, meglio, che la ricchezza prodotta dagli idrocarburi avrebbe avuto un valore limitato se non fosse stata differenziata in capitale produttivo, partecipazioni industriali e asset strategici distribuiti in tutto il mondo. È questa l’eredità economica più rilevante lasciata da Hamad bin Khalifa Al Thani, l’ex emiro del Qatar morto a 74 anni, protagonista della trasformazione del piccolo emirato del Golfo in uno dei maggiori investitori istituzionali globali.
L’Italia rappresenta uno dei laboratori più evidenti della strategia costruita durante il suo regno. Dalla Costa Smeralda a Porta Nuova, passando per Valentino, agli investimenti nell’hotellerie di lusso, il Qatar è diventato nel giro di pochi anni uno dei principali investitori esteri nel Paese. Operazioni che, pur formalmente realizzate dalla Qatar Investment Authority (QIA), il fondo sovrano fondato nel 2005, sono il risultato della visione economica elaborata da Hamad bin Khalifa.
L’acquisizione della Costa Smeralda nel 2012 segna probabilmente il momento simbolico dell’ingresso del Qatar nell’economia italiana. Attraverso Qatar Holding, il fondo acquistò da Colony Capital un patrimonio immobiliare valutato circa 600 milioni di euro comprendente gli hotel Cala di Volpe, Romazzino, Pitrizza e Cervo, il porto turistico di Porto Cervo, il Pevero Golf Club e centinaia di ettari di terreni. L’operazione non aveva una logica esclusivamente immobiliare. Per Doha significava acquisire uno degli asset turistici più riconoscibili del Mediterraneo, inserendolo in una strategia di lungo periodo fondata sulla valorizzazione internazionale del lusso.
Pochi mesi più tardi arrivò un’altra acquisizione destinata a fare scuola nel settore del fashion. Attraverso Mayhoola for Investments, veicolo riconducibile alla famiglia reale qatariota, venne rilevata Valentino per oltre 700 milioni di euro. Da allora la maison romana è diventata uno dei principali marchi del portafoglio internazionale del Qatar, insieme ad altri brand del lusso acquisiti negli anni successivi.
Ancora più significativa, sotto il profilo immobiliare e finanziario, è stata la progressiva acquisizione del progetto Porta Nuova a Milano. Tra il 2013 e il 2015 la Qatar Investment Authority rilevò dapprima il 40% e successivamente il restante 60% del complesso, assumendo il controllo dell’intero quartiere direzionale sviluppato attorno a Piazza Gae Aulenti. Un investimento superiore ai due miliardi di euro che ha consegnato al fondo sovrano uno dei principali distretti finanziari europei e uno degli asset immobiliari più redditizi del mercato italiano.
L’espansione è proseguita anche nel comparto alberghiero attraverso Katara Hospitality, controllata della QIA, con l’acquisizione dello storico Hotel Excelsior di Roma per circa 222 milioni di euro, mentre in Sardegna la Qatar Foundation ha finanziato il completamento del Mater Olbia Hospital con un investimento superiore ai 300 milioni di euro, contribuendo alla nascita di un polo sanitario ad alta specializzazione.
Queste operazioni rappresentano soltanto una parte di una strategia molto più ampia, elaborata dopo l’ascesa al potere di Hamad bin Khalifa nel giugno 1995, quando depose senza spargimento di sangue il padre Khalifa bin Hamad Al Thani.
Il contesto economico era profondamente diverso da quello attuale. Sebbene il gigantesco giacimento North Field fosse stato scoperto già negli anni Settanta, il Qatar non aveva ancora sfruttato pienamente il potenziale del gas naturale liquefatto. Hamad comprese che il vantaggio competitivo del Paese non consisteva semplicemente nell’estrazione degli idrocarburi, ma nella capacità di trasformare quella rendita in un patrimonio finanziario permanente.
Fu questa intuizione a portare, nel 2005, alla costituzione della Qatar Investment Authority. Il fondo sovrano nasceva con una missione precisa: investire all’estero i proventi dell’LNG, riducendo progressivamente la dipendenza dell’economia nazionale dalle esportazioni energetiche. Oggi il patrimonio della QIA viene stimato in oltre 500 miliardi di dollari, collocandola tra i maggiori investitori istituzionali al mondo insieme ai fondi sovrani di Norvegia, Abu Dhabi e Singapore.
La strategia di allocazione del capitale ha privilegiato tre direttrici. La prima riguarda le grandi partecipazioni industriali. In Germania il Qatar è diventato uno dei principali azionisti di Volkswagen, con una quota prossima al 17%, oltre a investire in Porsche e Hochtief. Nel Regno Unito ha acquisito Harrods, è entrato nel capitale di Barclays, dell’aeroporto di Heathrow, del London Stock Exchange e di Sainsbury’s, oltre a costruire uno dei più importanti portafogli immobiliari londinesi. In Francia gli investimenti hanno interessato gruppi come Total, Vinci, Veolia, Air Liquide, Orange e Lagardère, accompagnati da un’estesa presenza nel real estate parigino. Negli Stati Uniti il fondo ha concentrato gli acquisti su immobili di pregio, hospitality, infrastrutture e, negli ultimi anni, società tecnologiche e biotech.
La seconda direttrice ha riguardato il cosiddetto soft power. Nel 1996 Hamad finanziò la nascita di Al Jazeera, destinata a diventare la principale rete televisiva del mondo arabo e uno degli strumenti di influenza geopolitica più efficaci del Qatar. Successivamente gli investimenti si sono estesi allo sport con il controllo del Paris Saint-Germain attraverso Qatar Sports Investments, ai diritti televisivi con beIN Sports e all’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2022.
La terza componente della strategia è stata la diplomazia economica. Mantenendo l’alleanza militare con gli Stati Uniti, che proprio durante il suo regno consolidarono la base di Al Udeid come principale presidio americano in Medio Oriente, Doha ha contemporaneamente sviluppato rapporti con interlocutori spesso contrapposti tra loro, dai Talebani ad Hamas fino ai Fratelli Musulmani. Una politica che ha consentito al Qatar di accreditarsi come mediatore in numerose crisi regionali e internazionali.
Anche sul piano interno Hamad introdusse una modernizzazione graduale. Il referendum costituzionale del 2003, l’ampliamento del ruolo delle donne nella vita pubblica e il rafforzamento delle istituzioni amministrative rappresentarono elementi di discontinuità rispetto agli altri Paesi del Golfo, pur mantenendo invariata la natura monarchica del sistema politico.
Nel 2013, con una decisione senza precedenti nella regione, Hamad bin Khalifa Al Thani abdicò volontariamente in favore del figlio Tamim. La successione ordinata segnò il passaggio dalla fase della costruzione dello Stato investitore a quella della gestione di un patrimonio ormai globale.
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Cristina Giua
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