Pronto intervento sociale, la risposta immediata nel cuore dell’emergenza


In un momento storico in cui i bisogni cambiano fisionomia, si nutrono di nuove fragilità e trovano forme inattese per venire a galla, il Pronto intervento sociale (Pis) è uno dei servizi più innovativi del welfare italiano. È la risposta a molteplici situazioni di emergenza, che vanno dalla violenza domestica alla povertà estrema, dal disagio degli adolescenti all’abbandono delle persone più vulnerabili. È riconosciuto tra i Livelli essenziali delle prestazioni sociali – Leps previsti dalla normativa nazionale, ma la sua diffusione non è ancora omogenea in tutte le regioni.

È il tema a cui la cooperativa sociale Proges ha dedicato un seminario nazionale martedì 7 luglio a Parma, dando voce a istituzioni, professionisti e soggetti del privato sociale. Una riflessione preziosa, che ha preso avvio dall’esperienza sviluppata proprio da Proges sul territorio toscano, dove da febbraio 2023, in qualità di soggetto capofila, gestisce il Pronto intervento sociale nell’ambito del Sistema di emergenza urgenza sociale (Seus) della Regione, in partnership con il Consorzio Opere di Misericordia. Ma il dibattito ha abbracciato anche altri territori, primo su tutti l’Emilia-Romagna, in un momento in cui tutte le regioni stanno cercando di definire, ognuna con proprie modalità, quale sia la migliore soluzione di governance e di intervento del servizio.

Definire le linee guida nazionali: una sfida aperta

Dopo i saluti istituzionali dell’assessore alle Politiche sociali e alle Emergenze abitative del Comune di Parma Ettore Brianti e del consigliere regionale dell’Emilia Romagna Matteo Daffadà, la presidente di Proges Annalisa Pelacci ha messo la palla al centro. «Abbiamo voluto organizzare questo incontro per condividere l’esperienza maturata nella gestione del Pronto intervento sociale in Toscana», ha detto. «Crediamo si tratti di una buona pratica, che può dialogare e integrarsi con le modalità operative sviluppate anche in Emilia Romagna. L’obiettivo è valorizzare gli aspetti migliori di entrambi gli approcci e approfondire le normative nazionali, così da costruire un servizio ancora più efficace».

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI


Ad aprire la mattinata, è stato l’intervento di Laura Troja della Direzione generale per lo Sviluppo sociale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. «Nel 2017 il servizio è stato inserito tra gli interventi finanziabili con il Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale attraverso risorse strutturali programmate a livello nazionale», ha spiegato. «Un primo inquadramento è stato definito nel Piano nazionale 2021-2023, con una scheda tecnica successivamente ripresa anche nella programmazione 2024-2026. L’evoluzione dei bisogni sociali e le diverse esperienze maturate sui territori hanno però evidenziato la necessità di superare quel primo impianto, avviando un percorso di definizione di linee guida nazionali». Dai dati di monitoraggio, ha aggiunto, emerge che il Pis è oggi attivo in oltre il 98% degli Ambiti territoriali sociali: «Resta tuttavia aperta la sfida di definirne con maggiore chiarezza caratteristiche, organizzazione e modalità di gestione, valorizzando le migliori pratiche e costruendo un modello condiviso, capace di coniugare omogeneità e flessibilità».

Qui Toscana, genesi di un modello

Cristina Corezzi, Direzione Sanità, Welfare e Coesione sociale del Settore Welfare e Innovazione sociale della Regione Toscana, ha portato la platea dentro un sistema di governance multilivello che coinvolge diversi soggetti (amministrazioni comunali, Anci, Ordine professionale assistenti sociali, Usl e Società della Salute). Avviato in via sperimentale nel 2018, il Pronto intervento sociale toscano ha registrato a oggi circa 5mila interventi. Dal 2023 è entrato in una fase di ulteriore consolidamento, con un sistema di gestione più capillare e strutturato e un ampliamento della copertura regionale.

La centrale operativa della Toscana.

Oggi è attivo in 20 dei 28 Ambiti territoriali sociali della regione, garantendo una copertura di circa 2,6 milioni di abitanti. Il modello si fonda su una governance regionale unitaria, una centrale operativa unica, unità territoriali dedicate, protocolli condivisi, formazione continua e un forte coordinamento con i servizi sociali e sanitari. L’intervento è limitato alla fase acuta dell’emergenza, favorendo una rapida presa in carico (entro 72 ore) e il successivo passaggio ai servizi territoriali. «L’esperienza toscana», ha sottolineato Corezzi, «evidenzia l’importanza di coniugare uniformità organizzativa e adattamento ai contesti locali, ma richiama anche la necessità di maggiori investimenti in infrastrutture sociali dedicate, risorse stabili e strutture di pronta accoglienza per consolidare un servizio che sia realmente esigibile su tutto il territorio».

A fornire un’ulteriore lente di ingrandimento sul modello è stata Rossella Boldrini, direttrice dei Servizi sociali dell’Asl Toscana Centro: «Il valore del Pronto intervento sociale non risiede soltanto nella sua diffusione, ma soprattutto nell’adozione di un modello organizzato, condiviso e metodologicamente strutturato», ha detto. «Il Sistema Emergenza Urgenza sociale toscano si fonda su una governance pubblica, una regia regionale, procedure uniformi, ascolto professionale, continuità della presa in carico e forte integrazione sociosanitaria. L’obiettivo non è soltanto rispondere all’emergenza, ma garantire interventi appropriati, omogenei e tracciabili, capaci di trasformare i dati raccolti in strumenti di programmazione dei servizi. Il fatto che il Pronto intervento sociale sia attivo in Italia nel 98% degli Ambiti territoriali sociali rappresenta un risultato importante: la vera sfida però è fare in modo che ovunque il servizio risponda agli stessi standard di qualità, organizzazione e metodo».

Qui Parma, dove l’ascolto dei bisogni è un cantiere aperto

Partendo da un’analogia con i modelli organizzativi della Protezione Civile, Stefania Pelosio della Direzione Attività socio sanitarie dell’azienda Usl di Parma ha sottolineato che «l’emergenza sociale richiede una risposta immediata, coordinata e multidisciplinare, fondata su una chiara governance, su procedure condivise e su una rete stabile tra servizi sociali, sanitari, Terzo settore e forze dell’ordine. In questo quadro, le direzioni delle attività sociosanitarie possono svolgere un ruolo strategico di coordinamento, favorendo omogeneità organizzativa, definizione condivisa delle priorità di intervento, supervisione professionale, raccolta dei dati e programmazione territoriale. Il Pronto intervento sociale non si limita a garantire una risposta tempestiva all’emergenza, ma rappresenta uno strumento di prossimità capace di rafforzare l’integrazione tra i servizi, leggere i bisogni emergenti e promuovere percorsi di autonomia e benessere delle persone».


Un laboratorio di innovazione

AnnaMaria Campanini, immediate past president dell’International Association of Schools of Social Work, ha richiamato il tema della formazione come condizione indispensabile per rendere effettivo il modello del Pronto intervento sociale. «Di fronte a bisogni sempre più multidimensionali e complessi, il Pis richiede professionisti capaci di operare in équipe integrate, mantenendo una solida identità professionale e contribuendo alla costruzione di risposte condivise». Per l’assistente sociale, la figura che più di tutte viene inserita nei gruppi di lavoro, questo significa «coniugare competenze etiche, relazionali, collaborative e sistemiche, valorizzando la capacità di leggere la relazione tra persona, contesto e reti territoriali. La qualità dell’intervento non dipende solo dalla tempestività della risposta, ma anche dalla capacità di collegare l’emergenza a un progetto di presa in carico e di autonomia».

La tavola rotonda durante il seminario organizzato da Proges a Parma.

Nelle conclusioni, Campanini ha ribadito come il Pronto intervento sociale non debba essere considerato soltanto uno strumento di risposta all’emergenza, ma anche «un osservatorio privilegiato per intercettare le nuove vulnerabilità e orientare la programmazione dei servizi. Questa prospettiva richiede un investimento strutturale nella formazione iniziale e continua dei professionisti, secondo modelli di apprendimento interprofessionale che favoriscano la collaborazione tra assistenti sociali, operatori sanitari, educatori e altri soggetti della rete. In questa prospettiva, il Pis si configura come un laboratorio di innovazione organizzativa e professionale per i sistemi di welfare del futuro».

L’emergenza sociale vista da chi sta sulla soglia

Oltre gli aspetti normativi, le competenze, i modelli che in Italia già si distinguono per governance e capillarità, c’è l’emergenza concreta, quella che si presenta senza preavviso e chiede risposte efficaci in un tempo limitato. La conoscono bene i soggetti “in prima linea”, quelli che ricevono una segnalazione, accolgono la fragilità e stanno sulla soglia.

Innanzitutto, i volontari. Filippo Pratesi, direttore della Federazione Misericordie della Toscana, li ha definiti «risorsa integrata nella comunità e facilitatori dei percorsi di aiuto». A Livorno è stata avviata una sperimentazione che ha previsto l’inserimento di volontari formati nelle équipe del Pronto intervento sociale: «Un’esperienza che conferma il valore della collaborazione tra istituzioni, servizi e volontariato organizzato».

Dalla centrale operativa del Sistema di Emergenza Urgenza sociale gestito da Proges in Toscana, è intervenuta la coordinatrice Arianna Giannelli: «Il nostro Pis è un sistema complesso e articolato, che mi piace definire “mastodontico”. Dal punto di vista professionale, una delle principali sfide riguarda la formazione: l’emergenza sociale necessita di competenze specifiche che devono essere sviluppate già nei percorsi universitari e consolidate attraverso la formazione continua. Per questo abbiamo attivato una collaborazione con le università toscane attraverso tirocini e percorsi dedicati». Nel suo intervento, ha richiamato «la necessità di rafforzare procedure condivise con tutti i soggetti coinvolti (servizi sanitari, forze dell’ordine, Protezione Civile e rete territoriale, nda) perché l’emergenza non è mai esclusivamente sociale e di tutelare gli operatori, chiamati a lavorare in contesti imprevedibili h24».


La presidente della cooperativa sociale Proges Annalisa Pelacci.

Quella che viene gestita oggi è un tipo di emergenza diversa da quella di anni fa. L’ha detto la direttrice del settore Servizi sociali del Comune di Parma Benedetta Squarcia: «Ci confrontiamo con una multiproblematicità che mette maggiormente in discussione il nostro servizio. Non basta fornire una risposta qualsiasi. È necessario creare una rete sul territorio, ed è proprio su questo che stiamo lavorando».

Giulia Fava, responsabile Ufficio Studi ed Educazione stradale del Comando di Polizia locale di Parma, ha portato il punto di vista di chi si muove tra le vie della città. «Siamo presenti nelle situazioni più diverse: dagli incidenti stradali ai controlli sul territorio, fino a casi che, approfondendo, rivelano problematiche molto più complesse. I nostri interventi riguardano accumulatori seriali, persone senza dimora, minori stranieri non accompagnati, violenze familiari e molte altre situazioni. La nostra funzione è sempre più orientata alla prevenzione, all’ascolto e all’aiuto. Per questo credo che l’unico modo per rispondere efficacemente sia continuare a stare sulla strada, vicino alle persone, con empatia».

L’Ordine degli assistenti sociali della Toscana è coinvolto nella cabina di regia del Sistema di Emergenza Urgenza sociale. Perché? «La risposta è semplice», ha detto la presidente del Consiglio regionale dell’Ordine Rosa Barone: «il Seus rappresenta oggi il più grande cantiere di innovazione del welfare regionale. La vera novità del Seus è anche culturale, perché cambia la narrazione del servizio sociale. L’assistente sociale è lì dove emerge il bisogno: in strada, nei pronto soccorso, nei contesti dell’emergenza, accanto alle persone nel momento di maggiore fragilità».

La sua collega Laura Cannarsa, consigliera regionale dell’Ordine degli Assistenti sociali dell’Emilia-Romagna, si è soffermata su due aspetti. Innanzitutto, la formazione: «Stiamo lavorando da circa un anno insieme alle Università di Parma e Bologna per rafforzare il percorso formativo dei futuri assistenti sociali. Non si tratta solo di trasmettere conoscenze, ma di educare al riconoscimento dei confini professionali. Saper individuare il proprio ambito di intervento è essenziale, così come è fondamentale che questi limiti siano chiari anche agli altri professionisti coinvolti». L’altro tema riguarda la protezione: «La formazione deve preparare gli operatori non solo a tutelare le persone che chiedono aiuto, ma anche a garantire la sicurezza di chi presta il servizio».

Foto di gruppo per i relatori del seminario “Governare l’emergenza sociale”.

Andrea Mirri, docente a contratto dell’Università di Firenze e dell’Università di Sassari, esperto del servizio di Pronto intervento sociale, ha messo in luce due grandi sfide. «La prima è politica, perché il servizio di Pronto intervento sociale è un diritto dei cittadini che affonda le sue radici nei principi costituzionali. Tutti noi ci sentiremmo più insicuri se il sistema di emergenza sanitaria non fosse garantito, pur con i suoi limiti. Allo stesso modo deve esistere un pronto soccorso sociale accessibile a tutti, strutturato e realmente operativo». La seconda è la sfida dell’innovazione: «Significa mettere in discussione gli automatismi e l’immobilismo che ogni professione rischia di sviluppare, per riuscire ad affrontare una società che cambia. Innovare significa avere il coraggio di trasformarsi, mantenendo saldi i valori fondanti ma costruendo strumenti nuovi per rispondere alle esigenze delle persone».


Una nuova frontiera dell’intervento sociale

Oggi, alle linee guida e alla definizione di una sorta di carta d’identità del Pronto intervento sociale, sta lavorando una rete nazionale importante. Questa rete, costituitasi come sottolivello della Rete per l’Inclusione del Ministero delle Politiche sociali, coinvolge molte amministrazioni comunali del Paese: ne fanno parte, tra gli altri, il Comune di Venezia, la Provincia di Bologna, il Comune di Torino, Napoli, Bari e Perugia.

«Lo sforzo più grande che dobbiamo compiere è riuscire a costruire un equilibrio tra una cornice metodologica forte e condivisa e le specificità dei territori», ha rimarcato la direttrice dei Servizi sociali Asl Toscana Centro, «affinché un sistema regionale o nazionale possa trovare la propria declinazione attraverso una personalizzazione territoriale».

Il Pronto intervento sociale rappresenta una nuova frontiera dell’intervento sociale. «Essere sul fronte, nei momenti di maggiore difficoltà delle persone, significa anche acquisire una conoscenza dei bisogni che può trasformarsi in capacità preventiva», ha concluso la presidente di Proges Annalisa Pelacci. «Può sembrare una contraddizione parlare di prevenzione quando si parla di emergenza, ma proprio l’intervento sul momento permette di raccogliere informazioni, leggere i fenomeni e costruire uno sguardo nuovo sui territori. L’emergenza diventa così uno strumento per anticipare i bisogni e sviluppare interventi più efficaci prima che la vulnerabilità si trasformi in fragilità».

In apertura, due operatrici del Pronto intervento sociale che Proges gestisce sul territorio toscano, in qualità di soggetto capofila, nell’ambito del Sistema di emergenza urgenza sociale (Seus) della Regione, in partnership con il Consorzio Opere di Misericordia. (Le fotografie sono della cooperativa sociale Proges)


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 Daria Capitani

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