Al Forte di Fortezza di Bolzano torna la Fort Biennale


Per il secondo anno consecutivo il Forte di Fortezza, noto esempio di architettura militare del Trentino Alto Adige, ospita la Biennale che, in quattro sezioni, Think, Play, Dance e Act, esplora il concetto di comunità, indagando la possibilità di andare verso un mondo fondato sulla pace e la sostenibilità. Al Festung Franzensfeste di Bolzano la FORT biennale 2026, intitolata Reclaiming Collective, a cura di Hannes Egger, Andrea Lerda e Veronika Vascotto, è concepita come una piattaforma creativa e interattiva che, affrontando le sfide del presente – dall’intensificarsi dei conflitti, alla diffusione allarmante dell’autoritarismo, dall’emergenza climatica alla crisi dei diritti umani, dalle affascinanti opportunità fornite dal digitale al crollo delle relazioni interpersonali – intende condurre il visitatore oltre i paradigmi dominanti.

Rosmarie Lukassere, Annäherungen an „…bin im Netz © Tiberio Sorvillo

Il percorso espositivo al Forte di Fortezza di Bolzano

Genera forti emozioni l’opera di Dan Perjovschi (Romania, 1961) che, concepita come un passaggio da attraversare, in cui si trova un racconto composto immagini, giochi di parole ed epigrammi, apre il percorso. L’artista invita il visitatore a un esercizio di consapevolezza del presente, innescando una riflessione sulle problematiche e gli stereotipi del presente. Tra le opere che colpiscono troviamo Ministry of Loneliness, 2023-2024, di Rebecca Moccia (Napoli, 1992) che parte dall’istituzione del Ministero della Solitudine, nel 2018 nel Regno Unito e nel 2021 in altri Paesi come Canada e Giappone, per sviluppare una riflessione sulle strutture sociopolitiche che modellano la solitudine nel mondo contemporaneo; l’analisi disturbante, ma centrata, degli sviluppi che l’interconnessione digitale sta avendo sul comportamento umano, dal corpo alla percezione di sé e del mondo esterno condotta dell’austriaca Rosmarie Lukasser (Lienz, 1981) attraverso una serie di sculture in gesso disposte come merce all’interno di un magazzino, simulacri di esseri umani trasfigurati. Figure sedotte dalla possibilità di essere parte di una community, intesa come sinonimo di connessione e isolamento. Interessante anche Femminile ritrovato, 2023 – 2026, di Flaminia Veronesi (Milano, 1986), che parte dalla rilettura del pensiero di Maria Montessori per svincolare le virtù tipicamente legate al femminile, come cura, accoglienza e legame con il naturale, dal patriarcato e rendere più forte la specie umana. L’artista libera Eva, la donna oggetto e procreatrice, vittima di sottomissione, e immagina un nuovo concetto di maternità sociale senza genere, da cui scaturisce premura verso l’altro. Sul legame tra umano e non umano indagano la piattaforma artistica Mali Weil e Barbara Gamper (Regno Unito, 1981). La prima con Rituals. The Mountain of Advanced Dreams, 2023 – 2026, focalizzata sulla necessaria emancipazione dall’antropocentrismo. Concetto ripreso anche dall’arazzo Divina et Devorator e da Fictio e Metamorphosis, realizzati per la Biennale, che liberano metaforicamente l’aquila di San Venceslao, simbolo della Regione e della Provincia Autonoma di Trento, dal dover rappresentare la collettività umana. La seconda con Reclaiming Collective, 2026, opera nata da una lunga ricerca sui corpi come forme porose e fluide. Infine in Transhumanz, 2018, di Maria Walcher (Bressanone, 1984), le secolari rotte della transumanza si intrecciano con quelle migratorie verso l’Europa. Grazie al tradizionale “Blaudruck”, tecnica di tintura della “stampa blu”, le rotte più comuni dei rifugiati sono state stampate sulla fodera in cotone di una coperta di lana e combinate con ricami fatti a mano che segnano i sentieri delle pecore.
Reclaiming Collective è quindi un invito a superare gli ostacoli che generano separazione, un progetto secondo cui partecipazione e sostegno reciproco possono offrire una valida alternativa all’individualismo dilagante del presente. Uno spazio dedicato all’immaginazione collettiva attraverso il quale mettere in pratica l’empatia, l’ascolto e lo spirito di comunità.

Hannes Egger, Veronika Vascotto, Andrea Lerda credits Forte di Fortezza
Hannes Egger, Veronika Vascotto, Andrea Lerda credits Forte di Fortezza

Il progetto e il legame con il territorio raccontati da Andrea Lerda, uno dei curatori

Come descrive il suo rapporto con il territorio, con le sue bellezze e complessità?
Il Trentino-Alto Adige / Südtirol rivela il suo carattere vivendolo da vicino, nella quotidianità, oltre i circuiti turistici, dove il bello non è un puro concetto di marketing. Ascoltando le comunità si scopre la tensione costante tra forze vitali e complessità. Una pluralità che storicamente ha caratterizzato e definito il tessuto socioculturale di queste terre transfrontaliere e da cui nasce un’attitudine a guardare con coraggio verso il futuro.
Nel corso dell’ultimo anno e mezzo ho avuto un rapporto piuttosto intenso con il territorio sondandone alcuni aspetti, come la forte relazione tra i suoi membri e l’attitudine al fare creativo.


Com’è stato organizzare un progetto volto a creare un dialogo tra gli artisti della zona, quindi del Tirolo-Alto Adige-Trentino, con altri internazionali?
Realizzare una Biennale focalizzata sulla scena creativa dell’Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino è stata una bella sfida, ma anche l’opportunità per entrare in contatto con la dimensione artistica locale in maniera più approfondita. Si tratta di un luogo in cui la creatività viene vissuta in maniera piuttosto attiva, sia a livello individuale sia collettivo. Reclaiming Collective non si è confrontato solo con l’arte contemporanea, ampliando lo sguardo anche alla musica, riconoscendone il grande ruolo all’interno del tessuto sociale. La biennale grazie alla collaborazione con Alpine Changemaker Network ha intrapreso un dialogo con la comunità e, puntando l’attenzione sulle pratiche community-based, ha evidenziato come la creatività si manifesti anche per immaginare e per coltivare nuove modalità di relazione con il mondo in cui viviamo. Guardando al futuro di Fort Biennale, devo riconoscere che dare ampio spazio alla scena locale ha aspetti più e meno positivi. Infatti, se da un lato rafforza e valorizza l’esistente, sottolineando il ruolo sociale delle istituzioni; dall’altro può rappresentare un limite allo scambio e al posizionamento dell’evento sulla scena internazionale.

Cosa ci può dire sulla scelta degli artisti di questa edizione? Quali gli elementi per voi imprescindibili?
La scelta è stata guidata dalle ricerche in linea con il concept e la narrazione. Un buon numero di lavori è stato realizzato in maniera site specific, grazie al coinvolgimento delle comunità locali. Abbiamo creato quattro sezionicon l’obiettivo di indicare una visione programmatica. Nella prima, i lavori compongono un racconto che, a partire dalle grandi questioni contemporanee, si sviluppa verso scenari futuri e futuribili in cui l’insiemanza e la condivisione sono diventate il filo conduttore di una nuova esistenza. Gli artisti in questa sezione incentrano le riflessioni sull’osservazione critica di questo tempo di policrisi, offrendo alternative ai paradigmi sociali, economici, politici e culturali alla base delle problematicità della società turbocapitalistica. Nella seconda, sette grandi sale ospitano altrettante installazioni (per la maggior parte inedite) che invitano il pubblico a essere protagonista – in maniera esperienziale, ludica e intima – facendo pratica di empatia, condivisione, ascolto e incontro.
Nella terza, il suono e la musica sono i protagonisti di un viaggio attraverso le identità musicali del territorio, dove cantare, suonare e ballare è un’opportunità per tenere insieme le persone. L’ultima sezione è dedicata all’esperienza di Alpine Changemaker Network. Una piattaforma interattiva, fondata nel 2021, che riunisce più di dieci organizzazioni artistiche e socioculturali di piccole dimensioni provenienti da 4 Paesi, che mettono in campo competenze artistiche, culturali, scientifiche e di impegno civico per immaginare e coltivare nuove modalità di relazione con il mondo in cui viviamo.

Al centro le sfide urgenti del presente, ce ne può parlare? Un altro mondo esiste già? Che ruolo vede per la collettività e quanto peso questa può effettivamente avere nel ridisegnare il presente?
Il progetto muove dalla consapevolezza che le montagne − nonostante le difficoltà che abitare questi luoghi comporta − hanno storicamente favorito la dimensione dell’incontro, della condivisione e della socialità, alimentando quelle sensazioni di appartenenza e solidarietà che le società urbano-industriali hanno smarrito.
Viviamo un presente iperconnesso, fatto di abitanti digitali, nel quale utilitarismo e individualismo producono esclusione e competizione; dove velocità e iper-stimolazione generano deresponsabilizzazione, disconnessione sul piano interpersonale e una generale noncuranza dello stato di salute del nostro pianeta. Ma un altro mondo esiste già: lo documentano le ricerche di Eurac Research – Center for Advanced Studies; lo evocano opere di Marinella Senatore – fondate sull’empowerment degli individui, sul coinvolgimento attivo delle comunità, sulla liberazione del potenziale dei singoli e della collettività – di Josèfa Ntjam, che attraverso avatar “tecnosciamani” forza l’utopia di un nuovo ordine emancipato, libero e non egemonico, o di Museo Wunderkammer che nei mesi precedenti la biennale ha coinvolto la cittadinanza di Fortezza in un esercizio di consapevolezza e di toponomastica collettiva. Esempi di come le opere esposte mettano al centro comunità reali, immaginarie e utopiche, con una forte attitudine al proporre esperienze, sguardi e opportunità reali e tangibili di cambiamento.
Insieme abbiamo un grande potere, ma dobbiamo combattere contro l’alienazione interpersonale, la paura, l’indifferenza, l’insensibilità, la noncuranza, il patriarcato, la solitudine, il senso di rassegnazione.

Giulia Bianco

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