Tutte le fake news che rendono l’azzardo “un gioco” accettabile


In una sorta di sottosopra alla Stranger Things o, ancora meglio, in fondo alla tana del Bianconiglio. È questo il Paese di cui siamo cittadini. Di finte Meraviglie e Balocchi fake. Questa è l’Italia dell’azzardo. Un mondo ribaltato, dove le ancore della realtà sono disfunzionali e ci fanno perdere l’orientamento. Viviamo a testa in giù senza accorgercene. Il “gioco” è rischio, la “cura” è finanziata dal danno, la “libertà” è una trappola.

La disinformazione sistemica sul piano economico

Sul piano economico la disinformazione è altrettanto sistemica e passa anche attraverso la scelta di quali numeri comunicare. Per esempio, la comunicazione istituzionale parla di “giocato”, non di “perso”, di “esito negativo” non di perdita, di “saldo residuo” non di quanto resta davvero in tasca… Dire solo che gli Italiani hanno giocato 165 miliardi nel 2025 suona diverso dall’informare anche che ne hanno persi oltre 20.

I media fanno il resto: raccontano chi vince con titoli enfatici. E quando si concentrano sulla perdita, la individualizzano: una storia personale, un errore, una debolezza. Il danno sistemico resta fuori campo. Ciò che non viene narrato non esiste e ciò che non esiste non chiede responsabilità.

Si dice poi che lo Stato incassa dall’azzardo ed è vero: nel 2025 circa 11 miliardi di euro. Ma i costi sanitari e sociali non vengono messi in bilancio. Si dice che il gioco legale sia un argine a quello illegale: i due sistemi invece coesistono e si alimentano. Si dice che il settore dia lavoro a tante persone, un argomento che, come vedremo, si potrebbe applicare a qualsiasi industria del danno.


Ma non tutto è perduto. La chiave per rimetterci in piedi è decostruire le fake news. Qui sì che c’è della vera meraviglia nello scoprire quanto l’azzardo sia un mutaforma che tocca tutti gli ambiti della vita di tutti noi. Anche se non abbiamo mai grattato un Win for Life, fatto una scommessa, messo piede in un casinò o aperto un conto di gioco online.

È un gioco

Il padre di tutte le fake news è che l’azzardo sia un gioco. La Treccani definisce gioco come “qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino bambini o adulti per puro divertimento” senza puntare denaro. Il gioco infatti stimola la creatività, incoraggia la socialità, permette di sviluppare competenze, ha un valore educativo. È un’azione libera.

Invece l’azzardo fa esattamente l’opposto: non sviluppa nessuna abilità, isola, erode il controllo, svuota i conti, fa ammalare. Inoltre è strutturalmente asimmetrico: da una parte c’è chi azzarda (purtroppo in italiano non esiste una parola che lo definisca senza chiamarlo “giocatore” o “giocatrice”) dall’altra c’è il banco che vince matematicamente sempre, soprattutto nel lungo periodo, proprio perché è programmato per far giocare il più a lungo possibile. Ogni tanto eroga qualche vincita, così da tenerci agganciati, ma, sommando le scommesse, alla fine chi azzarda perde. Inevitabilmente. Se tutto questo sembra ancora un gioco, allora val pena credere anche nel Paese dei Balocchi.

È uno svago

L’azzardo come puro divertimento è una favola, smascherata dai numeri: il modello di business dell’industria dell’azzardo italiano dipende strutturalmente dai giocatori compulsivi. Infatti, il 20% dei giocatori patologici finanzia l’80% del mercato. Basterebbe questo dato per fermare la giostra, e invece le fake news contribuiscono a tenere in piedi il sistema.

Basta che sia responsabile e sicuro

Lo Stato – che ormai sappiamo essere il primo croupier, preoccupato di difendere gli 11 miliardi di euro che guadagna dall’azzardo legalizzato – insiste nel veicolare un messaggio paradossale: quello del “gioco responsabile”. Ma davvero si può giocare d’azzardo in modo responsabile? O forse l’unico atto responsabile sarebbe quello di non azzardare affatto?


Per essere responsabile, un gioco deve essere prima di tutto consapevole: chi gioca deve essere informato correttamente. Ed è qui che si appigliano le nostre istituzioni: ti avverto che se “giochi” troppo potrebbe essere dannoso per la tua salute, quindi ora che te l’ho detto sei consapevole. Affari tuoi. A te tutta la responsabilità. Allora perché non dire anche: “drogati responsabilmente”?

L’inganno del “gioco responsabile” sposta tutta la responsabilità unicamente sulla singola persona, eludendo il fatto che il sistema sia progettato per renderla molto difficile da realizzare, in un contesto che induce comportamenti compulsivi e normalizza l’azzardo. Il gioco responsabile è una spia della banalità del male di arendtiana memoria.

Ancora più fuorviante è “gioco sicuro”, la dicitura adottata da Adm, che gestisce il comparto del gioco pubblico e che garantisce il giocato in circuiti legali, come se fosse questo l’unico baluardo per la sicurezza. È un po’ come comprare l’eroina in farmacia.

È una questione privata

L’azzardo viene raccontato come una scelta individuale, un diritto personale, una forma di svago come un’altra. Ma le scelte avvengono dentro un ambiente progettato a favore del gambling, un contesto strutturato dalla gamification, una pressione pubblicitaria che spinge al consumo, una normalizzazione culturale che dura da decenni e che di fatto è additiva.

Cos’è la gamification? Un rapido pit stop. Si tratta dell’utilizzo di meccanismi tipici del gioco e, in particolare, dei videogiochi per rendere le persone partecipi delle attività di un sito, stimolando istinti primari come competizione, status sociale, compensi e successo. In pratica, si applicano meccaniche ludiche ad attività che non hanno nulla a che fare con il gioco, per influenzare e modificare il comportamento delle persone. La gamification può avere scopi positivi; è infatti scientificamente dimostrato che la componente ludica agevoli la comprensione del mondo e stimolare comportamenti sociali virtuosi. Tuttavia può anche essere applicata in modo dannoso, rompendo gli argini della dimensione ludica e contaminando con l’azzardo tutti gli ambiti della vita quotidiana, in un flusso che confonde il sano con il patologico.


A fronte di questi meccanismi, sostenere che giocare d’azzardo sia una scelta totalmente libera e personale significa privatizzare i rischi e le colpe, ignorando che il sistema è costruito per aggirare l’autocontrollo. È come offrire ogni giorno, un giorno dopo l’altro, a chi torna assetato dalla palestra, una bottiglia di prosecco fresco e dirgli: a te la scelta di berne poco.

Più offerta significa più giocatori, e più giocatori significa più malati.

Il problema è solo di chi esagera

Un’altra falsa verità molto diffusa è che il problema riguardi solo chi “esagera”: una minoranza irresponsabile, un’eccezione, probabilmente con una predisposizione alla dipendenza o comunque con qualche disagio. Eppure le ricerche scientifiche dimostrano che la maggior parte dei danni aggregati dell’azzardo viene sperimentata non dai giocatori patologici, ma da chi gioca in maniera “solo problematica o subisce conseguenze indirette, a cominciare dai familiari.

Il danno è diffuso, invisibile e non contabilizzato: ecco perché servirebbe un vero bilancio sociale dell’azzardo. Si stima infatti che le conseguenze dell’azzardo ricadano su almeno otto persone per ogni giocatore, all’interno della sua cerchia di relazioni: perdite di denaro, indebitamento, perdita del lavoro, problemi relazionali, divorzi, violenza di genere, problemi scolastici.

Basta che sia legale!

Il nostro Codice Penale scrive nero su bianco che l’azzardo è illegale. Eppure, nel corso degli anni, i governi, indistintamente di destra e di sinistra, hanno progressivamente legalizzato sempre più forme di “gioco”. Non si può quindi parlare di azzardo legale, ma di azzardo legalizzato.


Basterebbe questa differenza a far vacillare l’argomentazione, e invece si continua a legittimare un rischio sistemico. Non significa che la strada sia il proibizionismo, irrealistico, ma nemmeno che si possa continuare ad allargare le maglie della legalizzazione e della conseguente normalizzazione; soprattutto perché non è vero che l’azzardo legale riduce il rischio di quello illegale. I dati del 2025 raccontano altro: a fronte degli 11 miliardi di ricavi dell’erario, l’azzardo illegale si aggira tra i 40 e i 45 miliardi, in continua crescita.

Il fatto che l’azzardo sia stato legalizzato viene usato come un certificato etico. Ma la legalità riguarda il perimetro normativo, non l’impatto sociale.

È un consumo come un altro

Dire che giocare sia “una scelta di consumo come un’altra” è falso, perché si tratta di un consumo senza valore d’uso, in cui si compra l’illusione di vincere. A differenza di una fabbrica che trasforma materie prime in prodotti di valore o di un servizio che migliora la vita delle persone, l’industria dell’azzardo non produce nuova ricchezza: si limita a estrarre denaro dalle tasche dei cittadini, spesso i più vulnerabili, per concentrarlo nelle mani di pochi concessionari.

È un settore economico che produce ricchezza

La pervasività tentacolare, e ormai normalizzata, dell’azzardo lo rende difficilmente circoscrivibile in un settore. Per comprenderlo bisogna affidarsi alla multidisciplinarietà che, non a caso, serve anche nella presa in carico delle persone con dipendenza: psicologi e psicoterapeuti, sociologi, antropologi, neurologi, matematici, economisti, giuristi, filosofi, educatori, esperti di marketing, biologi, medici, insegnanti, neuroscienziati, educatori finanziari.

È un settore dunque solo dal punto di vista economico con una caratteristica precisa: privatizza i guadagni (perché chi vince sempre e comunque è il banco) e socializza le perdite, (perché tutti, alla fine, ne paghiamo le conseguenze). Se questo è un settore etico e di valore, allora il Paese delle Meraviglie esiste davvero.


L’azzardo dà lavoro a tante persone

Vero, ma è un argomento che da solo non dice nulla sulla sicurezza o sull’eticità di un settore. La stessa identica logica infatti si potrebbe applicare a qualunque industria: armi, droga…
E soprattutto è un argomento che andrebbe sempre confrontato con ciò che si perde altrove: se i cittadini non spendessero ogni anno miliardi di euro in azzardo, quel denaro verrebbe speso nell’economia reale, generando a sua volta occupazione, ma in modo sano e produttivo, legato a beni e servizi reali e non all’estrazione di denaro dalle tasche di chi spesso ne ha già pochi.

C’è poi un’ultima esternalità che raramente viene messa in conto: i posti di lavoro del settore privato dell’azzardo sono pagati, di fatto, anche dai costi sociali e sanitari che ricadono sulla collettività come famiglie indebitate e Servizio Sanitario Nazionale. Il beneficio occupazionale è perciò privato e concentrato. Il costo, invece, è pubblico e diffuso.

Il gioco online è più sicuro perché è tutto tracciato

È la fake news che cattura soprattutto le generazioni più giovani, perché si traveste da ragionamento intelligente. L’idea è questa: se studi il calcio, il tennis o il basket, se conosci le statistiche, allora non stai azzardando, stai investendo sulla tua competenza. Il gioco online, in questa narrazione, diventa quasi una palestra mentale trasparente, misurabile, meritocratica.

È falso. Nelle scommesse sportive, specialmente quelle live le variabili in gioco sono così numerose e così rapide che nessuna competenza può annullare il vantaggio matematico strutturale del banco. Le quote non riflettono le probabilità reali: sono costruite per garantire al sistema un margine sempre positivo, indipendentemente da quanto il giocatore sappia di sport.

Inoltre se perdi alla roulette, dai la colpa alla sfortuna. Se invece perdi una scommessa sportiva, pensi di non aver studiato abbastanza. E allora ricominci per dimostrare a te stesso di essere abbastanza competente. L’azzardo si è mimetizzato da analisi, da studio, da merito.


La nebbia di parole sbagliate non è un problema di comunicazione. È il prodotto. E finché non la riconosciamo come tale, il racconto continuerà a sembrare innocuo che è esattamente ciò che serve perché il sistema continui a funzionare.

Foto di Emily Wade su Unsplash

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 Antonietta Nembri

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