Il numero citato da Orsini non appartiene alla retorica sulla fuga dei cervelli. Entra nella contabilità delle imprese: tecnici laureati che mancano, selezioni più lunghe, reparti con ricambio lento, investimenti rinviati quando la competenza richiesta non arriva nei tempi dell’azienda.
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Genova, il richiamo di Orsini alle imprese
La sede pesa. L’assemblea “Long Term Life” di Confindustria Genova si è svolta il 3 luglio 2026 a bordo di Costa Toscana, al Ponte dei Mille, nel cinquantenario della scomparsa di Angelo Costa. Dentro un appuntamento costruito sul lungo periodo, Orsini ha collocato la fuga dei laureati nel terreno più scomodo per l’industria: disponibilità di persone qualificate per impianti, servizi avanzati, ricerca applicata e direzioni tecniche.
La frase non nasce come invito a chiudere le frontiere del lavoro. Orsini ha distinto la partenza dal mancato ritorno: chi cresce sul lavoro all’estero amplia il proprio profilo; quando non rientra, l’investimento pubblico e familiare nella formazione alimenta capacità produttiva in altri Paesi. Il Sole 24 Ore Radiocor colloca quel ragionamento accanto alla carenza di manodopera qualificata segnalata dagli industriali.
Il numero dei 100mila e il saldo dei ritorni
La cifra citata da Orsini richiede il perimetro corretto. Il virgolettato presente su TGCom24 coincide con il totale dei laureati usciti tra 2020 e 2024; la stessa dimensione compare nel documento annuale della banca centrale, dove il totale viene associato ai flussi lordi dei giovani laureati italiani fino a 34 anni. Il saldo, al netto dei rientri, misura un altro capitolo: 14.000 nel 2020, 8.000 nel 2021, 13.000 nel 2022, 19.000 nel 2023 e 24.000 nel 2024.
La separazione cancella un equivoco contabile: il totale delle partenze non coincide con la perdita netta, perché una parte rientra. La sostanza industriale rimane aspra: il saldo resta negativo per l’intero quinquennio e il 2024 segna l’uscita netta più pesante della serie Bankitalia.
Il 2024 nella fascia 25-34 anni
La fotografia anagrafica del 2024 stringe il campo sui giovani adulti: nella fascia 25-34 sono partiti dall’Italia 25.000 laureati italiani e ne sono rientrati poco più di 4.000. Il saldo sfiora le 21.000 unità negative. La perdita intercetta ingegneri, informatici, medici, ricercatori, profili gestionali e personale formato nelle discipline Stem.
I Paesi di approdo confermano la natura europea del fenomeno. Germania, Regno Unito, Spagna, Svizzera e Francia assorbono una quota corposa dei giovani laureati italiani; Stati Uniti e Australia pesano meno sul volume ma segnalano che la partita supera i confini del mercato unico. Si scelgono mercati dove ingresso nel lavoro, progressione retributiva e servizi urbani dialogano con meno attrito con l’avvio carriera.
Mezzogiorno, la doppia uscita dei laureati
La perdita non si distribuisce in modo uniforme. Tra i giovani qualificati il Mezzogiorno subisce una doppia emorragia: verso l’estero e verso il Centro-Nord. Nel 2024 quasi 39.000 giovani tra 25 e 34 anni si sono spostati dalle regioni meridionali al Centro-Nord; i movimenti inversi sono stati circa 13.000. Limitando lo sguardo ai laureati, il Sud ha ceduto circa 22.000 profili al Centro-Nord e ne ha recuperati 6.000, con saldo negativo di 16.000.
Lombardia ed Emilia-Romagna compensano parte della fuga all’estero con arrivi interni di laureati dal Sud. Le regioni meridionali sommano invece due uscite: capitale formato che parte per altri Paesi e capitale che alimenta poli produttivi nazionali già più forti. Per l’industria del Sud il danno è doppio, perché si svuota il bacino dei profili ad alta istruzione proprio dove servirebbero per alzare contenuto tecnologico e qualità organizzativa delle imprese.
Salari, casa e merito nel pacchetto di attrazione
Orsini ha indicato alle imprese un campo misurabile: attrarre e trattenere persone. Il salario è il primo contratto psicologico tra azienda e laureato. Subito dopo entrano casa, progressione interna, riconoscimento del merito e qualità del lavoro. Un giovane con competenze spendibili in Germania o Francia misura l’offerta italiana anche sul canone di affitto, sui tempi di stabilizzazione e sul potere reale dello stipendio nella città in cui deve vivere.
Il divario salariale misura una parte della scelta. Palazzo Koch ha stimato che un giovane laureato in Germania guadagni in media l’80% in più del coetaneo italiano; in Francia lo scarto si colloca attorno al 30%. Nei primi anni di lavoro la distanza pesa più dell’ambizione astratta: decide dove costruire autonomia abitativa, dove accettare un trasferimento e dove immaginare un ritorno non penalizzante.
L’Italia attrae pochi laureati dall’estero
La debolezza prosegue sul lato degli ingressi. L’Italia intercetta una quota bassa di laureati nati all’estero sotto quella dei maggiori Paesi concorrenti. Negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito la quota di immigrati laureati sul totale degli immigrati è molto più alta; in Italia resta sotto il 20%. Anche gli studenti stranieri iscritti nelle università italiane restano sotto il 5%, contro oltre il 10% di Francia e Germania e valori ancora più elevati nel Regno Unito e nei Paesi Bassi.
La proposta sulle missioni all’estero con scuole di italiano si colloca qui. L’integrazione linguistica prima dell’arrivo abbassa l’onere d’ingresso per chi vuole lavorare in Italia e rende meno sterile il decreto flussi quando le imprese cercano profili qualificati. Senza un canale di studenti e lavoratori istruiti dall’estero, ogni uscita italiana pesa di più sul capitale umano nazionale.
I collegamenti con i lavori già pubblicati da Sbircia
Il tema incrocia due lavori già pubblicati da Sbircia. Nel pezzo su laurea e lavoro abbiamo fissato la soglia dei 1.500 euro netti indicata dal 66,9% dei laureati 2025 come minimo accettabile per un full time. Il servizio sui giovani in azienda aggiunge l’altro versante: le società che sanno assumere e trattenere under 35 risultano più produttive. La frase di Orsini a Genova porta quei numeri dentro l’agenda confindustriale.
La pagina sulla platea di Orsini all’assemblea Confindustria chiude il cerchio interno: l’industria italiana sta trasformando il capitale umano da tema reputazionale a capitolo di piano aziendale. Energia, investimenti e competenze non viaggiano più su binari separati quando mancano profili capaci di far funzionare le scelte produttive.
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Junior Cristarella
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