Finti operatori bancari, 20 misure per assegni falsi


Venti misure cautelari emesse dal GIP di Foggia, con nove persone in carcere, nove ai domiciliari e due obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria: il fascicolo Fake Check ha colpito una rete accusata di truffe con assegni falsi, riciclaggio, ricettazione di titoli di pagamento e documenti contraffatti.

La vicenda non riguarda una sottrazione istantanea di credenziali bancarie. Il meccanismo contestato passa dalla telefonata, dalla paura costruita attorno al conto corrente e dalla fotografia dell’assegno inviata su WhatsApp. Da lì il titolo veniva indirizzato verso rapporti bancari aperti in frode e monetizzato con prelievi agli ATM o agli sportelli.

Profili giudiziari: le contestazioni sono in sede cautelare. Ogni posizione sarà valutata dall’autorità giudiziaria nei gradi previsti dall’ordinamento.


Sommario dei contenuti

Il saldo delle misure cautelari

Il numero 18 indica gli arresti. Il fascicolo arrivato al GIP comprende però 20 misure, perché due destinatari hanno avuto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. La differenza chiude l’equivoco nato dal primo lancio della mattina: i provvedimenti cautelari sono venti, gli arresti eseguiti sono diciotto.

Il gruppo viene accusato, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla truffa, riciclaggio, falsi documentali e ricettazione di titoli di pagamento. Il coordinamento è della Procura di Foggia, con ordinanza emessa dal giudice per le indagini preliminari del capoluogo dauno.

La telefonata, l’assegno e la foto su WhatsApp

Lo schema attribuito alla rete partiva da un contatto telefonico: il sedicente impiegato di banca prospettava un pericolo sui risparmi e guidava la vittima verso la compilazione di un assegno. La fotografia del titolo, inviata tramite WhatsApp come falsa conferma dell’operazione, forniva al gruppo il materiale da negoziare.

L’inganno sfruttava un riflesso molto reale del rapporto con la banca: quando il cliente sente parlare di conto minacciato, la richiesta di una procedura urgente tende ad abbassare le difese. Qui il titolo cartaceo diventava più esposto di una password, perché bastava la sua immagine per alimentare la catena del falso.

I conti aperti in frode e la corsa al prelievo

Dopo l’invio della foto, l’assegno veniva versato su conti correnti predisposti per l’occasione. La monetizzazione avveniva con prelievi agli ATM o agli sportelli bancari, passaggio che accorciava i tempi tra l’inganno e l’uscita del denaro dal circuito tracciato.


Il blocco di oltre 400mila euro prima dell’incasso pesa proprio su questa finestra temporale. La collaborazione tra investigatori, istituti di credito e compagnie assicurative ha interrotto il flusso nel tratto in cui il titolo fotografato stava diventando contante.

Foggiano e Napoletano nella stessa catena

Gli atti collocano una base nel Foggiano e una nell’area napoletana, con attività estesa al territorio nazionale. Il reato ritenuto più grave, il riciclaggio dei proventi illeciti, viene ricondotto alla provincia di Foggia.

La presenza di due poli separava le funzioni: una parte della rete lavorava sull’aggancio delle vittime e una parte sulla lavorazione dei titoli, sui documenti falsi e sui canali di incasso. Questa ripartizione spiega la scelta di mobilitare reparti di più regioni e non soltanto personale locale.

Oltre 80 specialisti e reparti da più città

L’esecuzione dell’ordinanza ha coinvolto oltre 80 operatori: personale del Servizio Polizia Postale di Roma, centri per la sicurezza cibernetica di Bari, Napoli, Reggio Calabria, Ancona e Pescara, la sezione di Foggia e i Reparti prevenzione crimine di San Severo, Bari e Napoli.

Una distribuzione così larga non serve soltanto a eseguire perquisizioni simultanee. In un’indagine su assegni clonati, telefoni, conti e documenti contraffatti, la contemporaneità impedisce la cancellazione di file, chat e supporti informatici prima dell’arrivo degli agenti.


Assicurazioni e archivi aziendali nel fascicolo

Il fascicolo coinvolge anche una decina di compagnie assicurative. Tra i destinatari dei provvedimenti compaiono un praticante avvocato e un dipendente di una compagnia truffata, ai quali viene attribuito il passaggio di informazioni ricavate dagli archivi aziendali.

Questo segmento allarga la vicenda oltre la telefonata al cliente. Una frode costruita sugli assegni richiede nominativi credibili, riferimenti coerenti e canali in cui il titolo sembri plausibile: l’accesso a informazioni interne, quando viene usato in modo illecito, alza la capacità persuasiva del raggiro.

Software grafici, matrici clonate e documenti falsi

Durante le perquisizioni sono stati sequestrati telefoni cellulari, computer, hard disk, documenti di identità falsi, denaro, carte di pagamento e materiale collegato alle truffe individuate. In un supporto informatico sono stati rinvenuti software grafici usati per creare documenti e titoli contraffatti.

Le matrici falsificate degli assegni clonati sono il tassello che collega la vittima alla fase di incasso. Non si tratta di una truffa basata soltanto sulla chiamata: il falso doveva reggere davanti agli strumenti bancari fino al momento del versamento.

Oltre 750mila euro pianificati, 400mila fermati

Il rapporto economico parla da solo: oltre 750mila euro di truffe pianificate e oltre 400mila euro fermati prima della monetizzazione, poi restituiti alle vittime. La parte bloccata indica che l’intervento è arrivato prima che una quota ampia dei titoli diventasse prelievo.


La cifra restituita non cancella il danno subito dalle persone contattate. Misura però il tratto più sensibile dell’indagine, quello in cui banche e compagnie assicurative hanno riconosciuto le operazioni sospette e hanno impedito il completamento dell’incasso.

Il cliente bancario davanti alla richiesta di un assegno

Una banca non chiede di compilare un assegno e inviarne la foto via chat per proteggere il conto. Davanti a una richiesta simile, la chiamata va interrotta e il cliente deve usare solo un canale già noto: numero riportato sul contratto, filiale abituale o applicazione installata prima della telefonata.

La segnalazione alla Polizia Postale deve conservare schermate, numero chiamante, orario, messaggi ricevuti e documenti inviati. In un raggiro con assegni, ogni minuto pesa: il titolo fotografato viaggia più in fretta della reazione della vittima.

Traccia documentale

Gli atti e le cronache coincidono sui numeri: Polizia di Stato e Questura di Foggia per il comunicato originario, ANSA per i lanci nazionali, poi Telebari, Antenna Sud, Corriere dell’Irpinia, Reportweb, Lucerabynight, L’Unione Sarda e Giornale di Brescia per la convergenza sui passaggi di merito.

Il primo lancio ha fissato gli arresti a quota diciotto; il successivo materiale pubblicato dopo la conferenza stampa ha completato il saldo con le due misure di obbligo di presentazione e con i ventinove soggetti deferiti. Per questo il titolo giuridicamente più fedele parla di venti misure cautelari e diciotto arresti.



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 Junior Cristarella

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