Dati, algoritmi e infrastrutture digitali non rappresentano più soltanto gli strumenti che fanno funzionare servizi e reti. Sono diventati il terreno su cui si misura la capacità di uno Stato di prendere decisioni, proteggere i cittadini e garantire la continuità delle proprie funzioni essenziali. Il due parole: sovranità digitale.
È questa la chiave di lettura proposta da Erminio Polito, CEO di Indra Group in Italia, che nella sua analisi invita a considerare la dipendenza tecnologica come una questione di sovranità, prima ancora che di innovazione o sicurezza. In un contesto segnato da attacchi informatici, campagne di disinformazione e minacce ibride, il controllo della tecnologia assume infatti un valore che supera il perimetro dell’IT e investe direttamente la capacità di governo di un Paese.
La tecnologia decide sempre più spesso prima delle persone
Per anni la tecnologia ha avuto un ruolo di supporto: rendeva più efficienti sistemi progettati e governati altrove. Oggi quello schema non descrive più la realtà. Le informazioni raccolte, gli algoritmi che le elaborano e le infrastrutture che le trasportano partecipano direttamente ai processi decisionali, fino a determinare la velocità e l’efficacia delle risposte davanti a una crisi.
Gli esempi non appartengono alla teoria. Un attacco cyber può bloccare un ospedale o una rete idrica, una campagna di disinformazione può influenzare il dibattito pubblico nei momenti più delicati, mentre interferenze sulle comunicazioni o sulle infrastrutture critiche possono compromettere il funzionamento di interi settori strategici. Per questo le istituzioni europee parlano sempre più spesso di guerra ibrida: scenari diversi convergono nella stessa operazione e colpiscono contemporaneamente sistemi fisici e digitali.
Il rischio, sottolinea l’analisi, non consiste soltanto nell’interruzione di un servizio. In gioco c’è la capacità di leggere il contesto, anticipare una minaccia e prendere decisioni prima di chi attacca. È quella che Polito definisce autonomia cognitiva, una condizione che non dipende dalla quantità di server disponibili, ma dalla qualità delle informazioni e degli strumenti che consentono a istituzioni e organizzazioni di interpretare ciò che accade.
Anche i numeri mostrano come la pressione sia in crescita. Nel primo semestre del 2025, secondo i dati dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, in Italia sono stati registrati 1.549 attacchi cyber, con un incremento del 53% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un aumento che interessa filiere industriali, servizi pubblici, sanità e sistemi di pagamento, confermando come la superficie esposta sia ormai molto più ampia del tradizionale perimetro dello Stato.
La grande sfida della sovranità digitale, tra dati e algoritmi
Accanto alla crescita delle minacce cambia anche il fattore tempo. Operazioni che fino a pochi anni fa richiedevano minuti o ore oggi si sviluppano nell’arco di pochi secondi. In questo scenario piattaforme distribuite, sistemi di monitoraggio integrato e agenti digitali non rappresentano semplici strumenti di efficienza: diventano il primo livello di difesa, chiamato a rilevare e contenere un attacco prima ancora che intervenga una persona.
Proprio qui emerge il nodo centrale della riflessione di Polito. Se gli algoritmi assumono un peso crescente nei processi decisionali, diventa fondamentale sapere chi li sviluppa, chi li governa e chi ne controlla il funzionamento. Quando questo controllo appartiene ad altri soggetti, anche la capacità di decidere rischia di spostarsi fuori dal perimetro nazionale o europeo.

Per un Paese come l’Italia, fortemente inserito nelle filiere internazionali, la risposta non consiste nell’isolarsi. L’analisi indica piuttosto tre ambiti da considerare strategici: la gestione dei dati, lo sviluppo di algoritmi affidabili e la cyber-resilienza delle infrastrutture critiche. Senza un presidio su questi elementi, anche gli investimenti in sicurezza rischiano di restare incompleti.
Tradurre questa consapevolezza in capacità operative richiede investimenti, competenze e collaborazione tra pubblico e privato. Significa anche interpretare normative come NIS2 e CER non come semplici obblighi da rispettare, ma come strumenti per costruire infrastrutture più robuste e sistemi in grado di continuare a funzionare anche nelle condizioni più critiche.
La domanda finale, allora, riguarda direttamente il futuro del Paese: chi governa l’intelligenza che orienta le decisioni strategiche? Dalla risposta dipende non solo la sicurezza delle reti, ma la possibilità di preservare autonomia, servizi essenziali e stabilità democratica nell’era dei dati.
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Marco Brunasso
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