In un’Italia che invecchia sempre più in fretta, il Governo ha adottato il nuovo Piano nazionale per l’assistenza e la cura della fragilità e della non autosufficienza nella popolazione anziana. Definisce l’attuazione dei Livelli essenziali delle prestazioni – Leps, chi ha diritto all’assistenza pubblica e come saranno valutati i bisogni delle persone, nonché i criteri per ripartire tra le regioni le risorse finanziarie previste: circa 3 miliardi di euro per il triennio 2025-2027, che afferiscono al Fondo per le non autosufficienze.
È un documento atteso, il primo successivo alla Riforma della non autosufficienza (legge 33/2023): per la prima volta le politiche per gli anziani non autosufficienti hanno una programmazione dedicata, separata da quella per le persone con disabilità. Ma il bilancio tracciato dal Patto per un Nuovo welfare sulla non autosufficienza è in chiaroscuro: «Più che segnare un cambio di rotta nelle politiche per la non autosufficienza», si legge in un paper di sette pagine curato da Cristiano Gori, coordinatore del Patto insieme a Eleonora Vanni, «il Piano stabilizza il sistema così come si è venuto configurando negli ultimi anni». Il nuovo Piano in sostanza ha un impianto molto simile a quello del precedente Piano 2022-2024, elaborato prima dell’approvazione della riforma.
Secondo la rete che riunisce circa 60 realtà del settore, il nuovo testo «introduce criteri più equi per distribuire le risorse tra le Regioni, ma lascia invariati i principali nodi: un’assistenza ancora frammentata, pochi servizi territoriali a sostegno delle famiglie e risorse insufficienti per rispondere ai bisogni degli anziani non autosufficienti». In sostanza, «a principale innovazione prevista dalla legge 33 – una programmazione realmente unitaria delle politiche per la non autosufficienza – non trova una concreta traduzione nel primo Piano approvato dopo la riforma».
Un migliore meccanismo di riparto dei fondi
Un passo in avanti oggettivamente c’è e «riguarda i nuovi criteri di riparto del Fondo per le non autosufficienze», spiegano dal network. «Superando il vecchio sistema basato in gran parte sulla popolazione residente, le risorse vengono ora distribuite tra le Regioni incrociando tre nuovi indicatori più aderenti ai bisogni reali: la popolazione ultra75enne esposta al rischio, i titolari di indennità di accompagnamento e le persone con disabilità grave. Questo cambiamento rappresenta un importante passo avanti verso una distribuzione delle risorse più equa e coerente con le finalità del Fondo».
In precedenza le risorse venivano ripartite per il 60% sulla base della popolazione residente di età pari o superiore a 75 anni e per il restante 40% secondo i criteri del Fondo nazionale per le politiche sociali.
«Il ritardo nell’approvazione del nuovo Piano è stato determinato dalla necessità di trovare un accordo tra le Regioni sull’introduzione delle nuove regole di riparto. Considerata la complessità degli interessi coinvolti e il fatto che ogni modifica dei criteri redistributivi comporta inevitabilmente vantaggi per alcuni territori e minori risorse per altri, il raggiungimento dell’intesa rappresenta un risultato di particolare rilievo», annota Gori. «L’esperienza mostra infatti come la revisione dei criteri di riparto delle risorse tra territori sia tra le decisioni più difficili da assumere nelle politiche pubbliche. Naturalmente, nessun criterio di riparto è perfetto e ogni scelta può essere oggetto di discussione. Tuttavia, l’adozione di indicatori maggiormente correlati ai bisogni rappresenta un importante passo avanti verso una distribuzione delle risorse più equa e più coerente con le finalità del Fondo».
Le famiglie rischiano di restare sole
Detto questo, il Piano nel suo complesso viene giudicato insoddisfacente e inadeguato al reale bisogno. «Manca una ricaduta pratica sulla vita quotidiana delle persone», prosegue il Patto. «Il recente Piano Non Autosufficienza approvato dal governo mantiene una frammentazione, limitando il coordinamento ai soli servizi sociali, mentre l’ambizione della riforma era quella di creare una programmazione che unisse sociale, sanità e Inps. Per le famiglie questo significa continuare a dover “ricomporre da sole” percorsi, uffici e procedure differenti».
C’è anche un tema di esigibilità dei diritti. «Per molte delle aree di intervento previste vengono individuate le tipologie di servizi da assicurare, ma non viene definito il livello della prestazione cui il cittadino ha diritto in presenza di un determinato bisogno assistenziale. In altre parole, sappiamo sempre meglio come il sistema debba organizzarsi e prendere in carico le persone, ma assai meno su che cosa ogni cittadino abbia diritto a ricevere». Questa indeterminatezza, secondo la rete, produce conseguenze rilevanti: «Per il cittadino spesso non è possibile stabilire con precisione quale prestazione possa essere legittimamente richiesta. Per le amministrazioni, rende più complessa la programmazione delle risorse, la valutazione dei fabbisogni e la verifica del rispetto dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali».
Infine, il Patto registra un arretramento sui servizi. «Il Piano rinuncia a utilizzare il Fondo come leva per obbligare le Regioni a investire in assistenza domiciliare e servizi alla persona, lasciando spazio alla mera erogazione di trasferimenti monetari che non risolvono il carico assistenziale quotidiano. In questo modo la riforma resta solo sulla carta, e non entra nelle case».
Le risorse? «Largamente insufficienti»
«Nonostante l’aumento nominale dei fondi previsti per i prossimi anni che da 914 milioni nel 2024 arriveranno a 1,1 miliardi di euro nel 2027, l’attuale governo non ha stanziato alcuna nuova risorsa strutturale», precisano i coordinatori del Patto Cristiano Gori ed Eleonora Vanni. «La crescita del finanziamento deriva infatti dall’attuazione della traiettoria di incremento definita nel 2021 dal governo Draghi, anche a seguito delle campagne di pressione del Patto».
Le risorse finanziarie oggi disponibili, secondo il Patto (che il 16 luglio in una conferenza stampa online presenterà alcune proposte per la legge di bilancio 2027) «rimangono largamente insufficienti. L’aumento del numero di anziani non autosufficienti e la persistente insufficienza dei servizi e degli interventi pubblici rendono evidente che il settore avrebbe bisogno di un incremento di fondi ben più consistente di quello finora realizzato».
La fotografia in apertura è di Jsme MILA su Pexels
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Daria Capitani
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