Chi ha in mano la spina digitale dell’Italia?


Stefan Umit Uygur

«Se domani Washington decidesse di staccare la spina digitale all’Italia o all’Europa, il nostro Paese/Continente tornerebbe davvero all’età della pietra in quarantotto ore»: Stefan Umit Uygur non parla per slogan. Parla di sovranità digitale: e dei rischi di rinunciarvi. E sa quel che dice. È il fondatore di Dectar, l’unica piattaforma di cybersicurezza italiana dichiaratamente costruita da zero per restituire al Paese quella che chiama “sovranità digitale”. È un riconosciuto “guru” del digitale. Imprenditore della cybersecurity con Dectar, e – come si considera – “hacker etico”, calabrese Doc a dispetto del nome e cittadino del mondo, ha trovato un interlocutore pienamente sintonico nel Rettore dell’Università della Calabria Gianluigi Greco che il 23 giugno proprio sul tema terrà a Cosenza un convegno nazionale. «Per tentare ancora di salvare il salvabile – spiega Uygur – perché il cinquanta per cento dell’autonomia tecnologica italiana è già perduto. Resta da salvare l’altra metà».

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Uygur, partiamo da una notizia dalla Germania di pochi giorni fa: il governo ha escluso deliberatamente Palantir – il colosso americano dell’analisi dei dati di Peter Thiel – e ha affidato una grandissima commessa a tre aziende europee più piccole. Cosa ci insegna questa scelta?

Ci insegna che la sovranità digitale non è uno slogan da convegno, è una scelta politica concreta e costa fatica. Berlino aveva davanti, con Palantir, una società che si è già infilata come una ragnatella in mezza Europa – Consiglio dell’Unione compreso – e tre alternative europee enormemente più piccole, senza certificazioni e senza fatturati paragonabili. Ha scelto le tre piccole. La risposta tedesca è stata netta: non investiamo sulla popolarità della tecnologia, investiamo sulla sovranità tecnologica. Tradotto: se prendi cento milioni e li dai al colosso oltreoceano, schiacci ogni possibilità che in casa tua nasca un campione. Se li dai alle realtà indigene, magari ne fai crescere una fino a farla diventare il “Palantir d’Europa”. È una questione culturale prima ancora che industriale. E in Italia questa cultura non c’è.


Colpa della politica o della classe manageriale?

Di entrambe, ma soprattutto delle istituzioni che dovrebbero proteggere il sistema-Paese. Le faccio un esempio recentissimo. Fastweb ha appena vinto una gara da 150 milioni di euro, con l’approvazione esplicita dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, per introdurre Amazon Web Services in tutta la pubblica amministrazione. Roba di due settimane fa. Mentre Germania e Francia vanno nella direzione opposta, noi consegniamo le chiavi di casa a Seattle. E poi parliamo di “Polo Strategico Nazionale”, ma si corre il rischio che di strategico e di nazionale finisca per esserci ben poco. Attualmente il cloud nazionale è nelle mani di Amazon, Microsoft e Google. Un pezzettino a ciascuno, tutti contenti. Prestanomi di una sovranità altrui.

Lei ha presentato la sua soluzione a una grande società pubblica di gestione dati. Com’è andata?

Un’ora e quaranta minuti di soliloquio. Letteralmente. Ogni cinque minuti  chiedevo: questa funzione, la ritenete innovativa rispetto al mercato? E i miei interlocutori, senza guardarmi, rispondevano distrattamente: sì, sì. Alla fine io concludo e loro mi dicono: «Però tanta innovatività non la vediamo». Capisce? E poi… poi mi chiedono referenze. Io, mandato lì proprio dall’Acn per essere validato, mi sento chiedere referenze. Le ho, almeno quelle tecnologiche, sono di livello e le ho date, ma il punto è un altro: alle loro spalle c’era una scaffalatura di targhette Crowdstrike, SentinelOne, Splunke e  tutti gli altri grandi players. Tutte oltreoceano. Gli ho detto il mio pensiero: «Se voi continuate a pompare denaro oltreoceano, non ci si può aspettare che in Italia nascano tecnologie sovrane in grado di competere con quei colossi».

Lei parla di “salvare il salvabile”. Quanto abbiamo già perso?


Il cinquanta per cento, dicevo. Siamo in ritardo di venticinque anni. Dectar avrebbe potuto nascere venticinque anni fa, come è nata Starlink. Non è nata perché il sistema-Paese ha sempre premiato chi importava tecnologia altrui invece di chi la costruiva in casa. Resta l’altra metà. E quella dobbiamo salvarla, adesso, se non vogliamo davvero tornare all’età della pietra.

“Età della pietra” è un’iperbole?

No. È il rischio reale. Pensi a Starlink: l’Italia ha pagato un miliardo e mezzo a Musk, mentre esisteva già – ed esiste – il consorzio europeo Iris 2, con Leonardo, Thales, partner danesi, Commissione europea. Quei soldi potevano farlo crescere e potenziare Iris 2. Sono andati altrove perché la commissione valutatrice ha giudicato Starlink “tecnologicamente più avanzata”. Certo che lo è: l’abbiamo finanziata anche noi, l’Europa. E quando Musk ha staccato Starlink all’Ucraina, in un giorno, abbiamo visto cosa significa dipendere da un privato americano. Domani può capitare a noi: una scelta geopolitica sbagliata, una parola di troppo, e Washington alza dazi e tariffe, introduce paletti su Microsoft, su Google, Aws, sui vari cloud, sui dati. Non parlo solo di attacco cyber. Parlo di controllo totale. La bacchetta della nostra vita digitale è in mano a qualcun altro.

Francia e Germania si muovono. Cosa fanno di diverso?

La Francia pratica la sovranità da quindici-vent’anni, soltanto non la condivide con il resto d’Europa. Ha i suoi firewall – Stormshield ad esempio, una controllata da Thales, e io raccomando a tutti di comprare almeno quelli quando mi viene chiesto se c’è un altrernativa europea dei firewall – e il governo francese sta migrando interi sistemi a Linux per affrancarsi anche da Microsoft. La Germania ha appena iniziato, ma il segnale Palantir è una svolta. L’Italia ha scelto la via opposta: continua a comprare biglietti di prima classe da chi un giorno potrebbe staccarci la spina.


Dectar che ruolo si dà in tutto questo?

Dectar è il primo mattone: una piattaforma di cybersicurezza nata con la premessa esplicita per rimettere in gioco la sovranità digitale e con l’auspicio di far nascere tante altre iniziative analoghe, non solo in area cyber ma in tutta la filiera tecnologica. Vogliamo innescare un movimento. Per questo lavoriamo con l’Università della Calabria, dove ho studiato, e con il Rettore Gianluigi Greco, che è stato presidente della Società Italiana per l’Intelligenza Artificiale. Per questo abbiamo fondato – per la ricerca e lo sviluppo in Italia – DectarLab a Cosenza, affidandola ad uno dei miei ex professori, Gianfranco d’Atri, anche lui un visionario. Per questo il 23 giugno saremo lì, all’UniCal: una chiamata alle armi pacifica ma seria.

Lei ha avuto il sostegno da Enterprise Ireland, finanziaria d’investimento del governo irlandese. In Italia chi dovrebbe fare quel lavoro?

Cassa Depositi e Prestiti. Ha appena creato un fondo per AI e Cyber affidato a Vincenzo De Nicola, un cervello rientrato dalla Silicon Valley: un passo nella direzione giusta. Ma serve molto di più. L’Irlanda prima del 1998 era un Paese quasi del Terzo Mondo: si è seduta al tavolo europeo, ha ottenuto flessibilità fiscale, ha attratto i giganti americani per sfruttare il mercato unico e nel frattempo ha costruito un’agenzia che oggi accompagna le imprese irlandesi in ottantasei Paesi. Noi possiamo fare di più. Manca solo la volontà politica.

Un messaggio alla platea che il 23 giugno sarà a Cosenza.


Smettetela di scegliere i prestigiosi marchi di oltreoceano solo perché vi mettono al riparo dalle critiche. È la scorciatoia che ci è costata venticinque anni. Co-investite nelle tecnologie indigene e sovrane, valutate sul serio le alternative europee, mettete in concorrenza chi viene da fuori con chi nasce in casa. Non è patriottismo, è autoconservazione. Se non lo facciamo adesso, fra dieci anni non avremo più nemmeno la possibilità di decidere. Punto.


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 Sergio Luciano

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