Intervista a Gabriele Goldoni dell’associazione di volontariato MÖNINGA


È nata a Modena nel 2015 l’associazione di volontariato MÖNINGA, una realtà che ha saputo costruire un modello originale in cui cooperazione internazionale, produzione culturale e partecipazione giovanile si alimentano reciprocamente. Attraverso festival, mostre, incontri e progetti interdisciplinari, MÖNINGA, infatti, raccoglie fondi destinati a interventi di sviluppo in RDC ed Etiopia, trasformando la cultura in uno strumento concreto di impatto sociale. Oggi, l’associazione fondata fondata da Gabriele Goldoni, organizza principalmente due festival: Paradiso Festival, ospitato ogni giugno ai Giardini Ducali Estensi di Modena, e il MOAF – Moninga Open Air Festival, in programma quest’anno dal primo al 4 luglio a Villa Benvenuti di Formigine (con ospiti artisti come Fatima Koanda, Marrakech Express, Leone Knight, Lil Ja e tanti altri). Accanto ai due appuntamenti principali, l’associazione sviluppa durante tutto l’anno mostre, talk e progetti culturali che mettono in dialogo musica, arti visive, fotografia e tematiche sociali, coinvolgendo pubblici e comunità differenti.

Lo sguardo è rivolto alle scene culturali indipendenti europee, con una particolare attenzione alla musica elettronica e alla club culture, ma senza limitarsi a un riferimento geografico. Negli anni MÖNINGA ha costruito una rete di collaborazioni che attraversa l’Italia e l’Europa, ospitando collettivi e progettualità internazionali come Fluid Vision, African Acid Is The Future, Books4Palestine, Arts of the Working Class e il progetto Flag of Compassion dell’artista olandese Rini Hurkmans. In undici anni di attività ha coinvolto oltre 120 artiste e artisti provenienti da contesti diversi, privilegiando il valore culturale e umano delle collaborazioni rispetto al loro potenziale commerciale. Il percorso proseguirà anche nei prossimi mesi con Out Of Control, il progetto che MÖNINGA presenterà dal 18 al 20 settembre 2026 all’interno di Festivalfilosofia, dedicato quest’anno al tema del caos. Realizzato insieme a Mondo Barrio, porterà nel centro storico di Modena artisti e performer africani attraverso mostre fotografiche, musica, performance e una parata urbana ispirata alle pratiche culturali di Kinshasa.

In questa intervista a Gabriele Goldoni ripercorriamo la nascita dell’associazione, il modello che propone e le relative prospettive di sviluppo.

Intervista a Gabriele Goldoni dell’associazione di volontariato MÖNINGA

MONINGA unisce cooperazione internazionale e cultura musicale (e non solo) in un modello piuttosto originale. Come è nata questa intuizione e quali elementi ne hanno garantito la sostenibilità nel tempo?
Non si è trattato di un’intuizione, quanto della risposta a un’esigenza nata da un’esperienza collettiva. Nel 2015, insieme ad alcuni amici, siamo tornati dalla nostra prima esperienza di volontariato presso l’orfanotrofio e l’ospedale pediatrico di Kimbondo (RDC). L’intuizione a cui fai riferimento è arrivata poco dopo, spontaneamente. Ci siamo chiesti quale fosse l’elemento che oltre ad unirci, ci potesse permettere di lavorare insieme, coinvolgere altre persone e portare l’attenzione su temi che ancora oggi faticano a trovare spazio nel dibattito pubblico. La risposta è stata la musica, la passione che più di ogni altra ci accomunava. Una scelta naturale per un gruppo di ragazzi cresciuti insieme a Formigine, in provincia di Modena, dove tuttora l’associazione ha i propri uffici.

Così, abbiamo deciso di utilizzare il festival musicale come strumento di beneficenza, facendo della partecipazione culturale una forma concreta di impatto sociale. Per noi un festival è molto più di una line-up. È un dispositivo che trasforma uno spazio pubblico a ciò che il sociologo Ray Oldenburg definiva “terzo luogo”, in cui le persone costruiscono comunità al di fuori delle dinamiche della casa e del lavoro. Per realizzare i nostri festival, prevalentemente dedicati alla musica elettronica, ci ispiriamo a quelle esperienze che spesso si cercano prendendo un volo per Berlino, Londra o Amsterdam. Ma noi abbiamo scelto di provare a costruirle qui. I nostri eventi sono progettati con attenzione alla selezione artistica, allestimenti e all’esperienza del pubblico. Utilizziamo materiali riutilizzabili o a basso impatto ambientale, limitiamo il più possibile il dispendio energetico e proponiamo un’offerta gastronomica vegetariana e vegana, nella convinzione che ogni progetto culturale debba interrogarsi anche sulla propria responsabilità ambientale. Dopo undici anni di attività posso dire che la sostenibilità di MÖNINGA dipende soprattutto dalla comunità che si è costruita intorno al progetto. Il numero dei volontari continua a crescere ed è il segnale più evidente della sua efficacia.

In dieci anni di attività avete raccolto fondi per numerosi progetti in Congo ed Etiopia, ma avete anche costruito una comunità di oltre cento giovani attorno alle vostre attività culturali. Quale considera oggi il risultato più significativo raggiunto dall’associazione?
È una domanda a cui faccio sempre fatica a rispondere, perché ogni traguardo raggiunto diventa immediatamente il punto di partenza per quello successivo e stimola la responsabilità di continuare. Essere riusciti a costruire una comunità così numerosa ha reso possibile la raccolta di oltre 150.000 euro a sostegno degli orfanotrofi di Kimbondo e Masina, nella RDC; fondato il Centro per il Trattamento della Paralisi Cerebrale; realizzato un impianto idrico a Kikwit a servizio di circa 4.000 persone; installato un impianto fotovoltaico per l’Ospedale Libota Lisantu; costruito una scuola per 200 studenti a Masina; completato la ristrutturazione della scuola di Robe, in Etiopia.

La sfida più grande è sempre stata costruire rapporti di fiducia con le comunità locali, individuare persone competenti a cui affidare la gestione dei progetti sul posto e trovare il modo di integrare ogni intervento nel contesto sociale, economico e culturale in cui nasceva. La cooperazione internazionale richiede tempo, ascolto e la capacità di lavorare insieme molto più che di portare soluzioni dall’esterno. Tra gli ultimi traguardi raggiunti, l’acquisto di quattro ecografi destinati a tre ospedali reso possibile grazie alla cena di beneficenza organizzata insieme a Franceschetta58 e al sostegno di numerosi partner e donatori privati. È stato un momento che ha rappresentato perfettamente il nostro modo di lavorare: mettere attorno allo stesso tavolo imprese, istituzioni, professionisti, volontari e cittadini per raggiungere un obiettivo concreto.

L’attività di MÖNINGA a Modena

Il MOAF porta a Formigine collettivi e artisti provenienti da contesti internazionali, in particolare dalla scena berlinese. Qual è il criterio con cui costruite la programmazione e che tipo di dialogo volete creare tra il territorio e queste realtà?
Partiamo sempre da una domanda molto semplice: con chi ha senso costruire un dialogo? La nostra programmazione nasce da un’idea di cultura aperta, indipendente e interdisciplinare. Il territorio resta il nostro punto di partenza: ogni scelta punta a sostenere la cooperazione internazionale e a costruire esperienze che il pubblico desideri vivere ancora. Allo stesso tempo investiamo nella scena locale, attraverso una direzione artistica condivisa che coinvolge DJ resident e professionisti provenienti da discipline diverse.

Il ruolo sociale della cultura secondo Gabriele Goldoni di MÖNINGA

Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo sociale della cultura si è fatto sempre più centrale. In che modo un festival come il vostro può andare oltre l’intrattenimento e generare un impatto concreto, sia a livello locale sia nei contesti in cui operate con i progetti di cooperazione?
Credo che tutto dipenda da come definiamo la cultura. Se la consideriamo semplice intrattenimento, il suo impatto termina quando si spengono le luci dei festival. Se invece la intendiamo come motore di redistribuzione e spazio di incontro, allora diventa uno strumento capace di rafforzare il tessuto sociale e culturale, creando relazioni che altrimenti non esisterebbero. È anche il motivo per cui ogni edizione del MOAF, e di Paradiso Festival nasce da una rete di collaborazioni sempre diversa. Quest’anno, ad esempio, la serata inaugurale del MOAF sarà realizzata insieme a The 1989, community di artisti, musicisti, scrittori della scena underground internazionale. Allo stesso tempo continuiamo a investire sulla nostra comunità creando un dialogo costante tra scena locale e reti internazionali. Circa il 70% dei ricavi generati dalle nostre attività culturali viene destinato ai progetti di cooperazione internazionale. A Kinshasa, ad esempio, supportiamo stabilmente l’orfanotrofio di Masina. In Etiopia, invece, stiamo sviluppando un progetto di autosufficienza alimentare che prevede la sperimentazione di colture agricole e la realizzazione di un mulino comunitario. Sono interventi molto diversi, ma rispondono allo stesso principio: lavorare insieme alle comunità affinché possano diventare sempre più autonome. È un modello che trasforma la partecipazione culturale in una forma concreta di redistribuzione delle risorse.

Guardando ai prossimi appuntamenti e all’espansione delle attività in città come Roma e Venezia, quali sono le priorità di sviluppo di MONINGA?
La nostra priorità non è crescere ovunque, ma crescere bene. Negli ultimi anni ci siamo resi conto che il modello culturale sviluppato da MÖNINGA può dialogare anche con contesti diversi dall’Emilia-Romagna, purché ogni nuova collaborazione nasca da relazioni autentiche e da una visione condivisa. Roma rappresenta un passo importante in questa direzione. Negli spazi dello studio di architettura MIRROR abbiamo presentato Distanze Educanti, il progetto fotografico di Filippo Florindo nato dall’esperienza di volontariato a Kinshasa. Oggi il progetto si sta evolvendo in una piattaforma interdisciplinare aperta a musicisti, sound designer e artisti, con l’obiettivo di ampliare l’esperienza dell’opera e raggiungere nuovi pubblici attraverso il linguaggio della cultura. Anche Venezia rappresenterà una tappa importante del nostro percorso. Stiamo costruendo alcune collaborazioni che ci rendono particolarmente orgogliosi, ma preferiamo prenderci il tempo necessario prima di annunciarle. Venezia è una città straordinaria, ma anche estremamente fragile. Per questo sentiamo la responsabilità di arrivarci con progetti capaci di instaurare un dialogo con il territorio, evitando di contribuire a quelle dinamiche di consumo culturale che troppo spesso finiscono per impoverirlo.

Più in generale, la priorità di MÖNINGA è continuare a rafforzare la propria identità come piattaforma culturale. Vorremmo coinvolgere nuovi artisti, sviluppare progetti espositivi, consolidare i nostri festival e costruire partnership internazionali sempre più solide, mantenendo però un principio che per noi resta imprescindibile: ogni progetto deve produrre valore culturale per il luogo in cui nasce e generare un impatto concreto per le comunità con cui lavoriamo. Se riusciremo a crescere senza perdere questa coerenza, allora significherà che MÖNINGA sta andando nella direzione giusta.

Caterina Angelucci

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