Il titolo Io non parlo russo lavora come una soglia linguistica. Hana rientra a Bratislava da adulta, con un passaporto interiore già diviso fra Slovacchia e Italia. La città la accoglie durante le elezioni e le restituisce una famiglia attraversata da parole che non riconosce più.
Avviso: le righe seguenti entrano nella trama del romanzo e citano snodi narrativi presenti nelle schede editoriali e nelle cronache culturali del 2026.
Sommario dei contenuti
Il rientro di Hana durante il voto slovacco
Hana torna a Bratislava per votare e per seguire le elezioni come inviata di una radio italiana. La scheda Feltrinelli fissa qui la soglia narrativa: l’arrivo in città apre una misurazione del distacco maturato negli anni italiani.
La scelta del lavoro radiofonico incide sulla struttura del libro. Hana ascolta, raccoglie voci, attraversa strade e case con l’orecchio di chi deve restituire un Paese a un pubblico straniero. Nel romanzo quella professione diventa una forma di esposizione: per raccontare Bratislava deve accettare che la città racconti lei.
Martin e il canale di Tommaso l’Incredulo
Il trauma familiare prende il nome di Martin. Il fratello di Hana è diventato attivista populista di destra, filorusso, antieuropeista e ostile ai migranti. Sui video pubblicati come Tommaso l’Incredulo la politica entra nel lessico domestico e rovina il vecchio patto fra fratelli.
ANSA, nella pagina firmata da Paolo Petroni, registra lo stesso snodo familiare: Martin agisce dentro la casa. La scelta di YouTube ha un peso narrativo netto, perché trasforma l’opinione in tribuna permanente e sottrae a Hana il conforto di una lite privata.
Tomáš scompare e la chata riapre la linea del padre
La scomparsa di Tomáš, figlio di Martin, converte il voto in ricerca familiare. Il ragazzo sparisce con una compagna di classe e Hana torna verso la chata, la casa di montagna legata al padre. Il paesaggio non serve da arredamento: costringe la protagonista a rientrare nei luoghi dove l’infanzia aveva dato un nome alla parola casa.
Nella chata il romanzo cambia temperatura. L’assenza di Tomáš apre la porta a un incontro più duro, perché la proprietà del padre custodisce un uomo vivo che deve andarsene dalla Slovacchia.
Levan riporta Hana alla propria vita da straniera
Levan è georgiano, clandestino e nascosto nella casa in montagna dal padre di Hana. L’incontro parte dalla paura reciproca. La protagonista lo teme e poi teme per lui, con un movimento netto: l’uomo davanti a lei riapre la fatica sostenuta in Italia fra mestieri provvisori, pratiche, cittadinanza e giovinezza sacrificata.
La decisione di aiutare Levan verso l’Austria e poi l’Italia non ha il tono dell’avventura. Nasce da una somiglianza scomoda. Hana sa che la parola straniera non descrive soltanto un documento: entra nei comportamenti quotidiani, nelle esitazioni, nel modo in cui una persona impara a farsi accettare.
La scelta dell’italiano come patria di scrittura
Jana Karšaiová, nata a Bratislava nel 1978, ha iniziato a imparare l’italiano da autodidatta nel 2002. Ha vissuto a Praga, Ostia e Verona e il teatro le ha lasciato un orecchio narrativo riconoscibile: i dialoghi avanzano per pressione morale, non per decorazione.
La lingua italiana non funziona da traduzione di comodo. Per Karšaiová diventa il luogo in cui la distanza dall’origine acquista forma. Hana convince proprio qui: parla da chi ha lasciato un Paese e torna con parole nuove, incapaci di cancellare la lingua da cui proviene.
Da Divorzio di velluto alla ferita del nuovo romanzo
Divorzio di velluto, il primo romanzo, aveva portato Karšaiová nella dozzina del Premio Strega 2022. La scheda del premio conserva la proposta di Gad Lerner e conferma la vena europea della sua narrativa: confini, lingua acquisita e libertà personale entrano nella stessa pagina.
Io non parlo russo riprende quella geografia letteraria da un crinale più esposto. Il primo libro guardava alla separazione ceco-slovacca attraverso le relazioni private; il secondo porta la frattura nel presente elettorale e lascia entrare l’ideologia nella tavola di famiglia.
La politica arriva in cucina prima che in piazza
Il romanzo evita la scorciatoia del pamphlet. La politica entra dal fratello, dal nipote, dagli amici che esitano a parlare e dalla madre che occupa una zona meno dichiarata. Giuditta legge, nel dialogo con l’autrice, individua proprio la famiglia come microsocietà attraversata dalle fratture collettive.
Karšaiová lavora su una ferita riconoscibile a molti europei: il rientro nella città d’origine dopo anni all’estero, con la sensazione che le parole comuni siano state occupate da significati avversi. Il libro consegna una scena familiare dove la Storia ha già preso posto, senza trasformare i personaggi in slogan.
Uscita, collana e ISBN del volume
Il profilo bibliografico stabile è netto: Io non parlo russo esce per Giangiacomo Feltrinelli Editore il 3 marzo 2026, nella collana I Narratori, con ISBN 9788807037092. Titolo, autrice, collana e codice bastano per identificare il volume senza ambiguità.
La notizia editoriale non si esaurisce nella scheda del libro. L’uscita del 2026 consolida una linea narrativa nata con Divorzio di velluto: l’Est europeo entra nel romanzo italiano attraverso una voce che ha imparato l’italiano fuori dall’infanzia e lo usa per tornare verso l’origine.
Il raccordo con i premi seguiti da Sbircia
La traiettoria di Karšaiová parla ai lettori che seguono romanzi e premi letterari. Sbircia ha già lavorato sulla stagione dello Strega 2026 con il caso Mari e il ruolo dei giurati: quel terreno colloca l’autrice dentro una discussione più larga sul rapporto fra libro, reputazione e voto.
L’articolo di Sbircia sul Premio Strega 2026 offre un passaggio interno per leggere la cronaca dei premi da vicino. Karšaiová appartiene a un versante diverso, quello dell’autrice che dal romanzo d’esordio arriva a una seconda opera già riconoscibile per geografia e lingua.
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Junior Cristarella
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