Almeno 32 morti, 700 feriti e decine di edifici crollati, arriva nel momento forse più delicato per l’economia del Paese sudamericano. Mentre i soccorritori scavano ancora tra le macerie di Caracas, La Guaira e delle altre città colpite dalla sequenza di scosse che ha raggiunto magnitudo 7.5, il governo di transizione guidato da Delcy Rodriguez si trova ad affrontare una sfida che rischia di complicare ulteriormente il già difficile percorso di risanamento finanziario: finanziare la ricostruzione mentre prepara quella che potrebbe diventare la più grande ristrutturazione del debito sovrano della storia.
Le autorità non hanno ancora diffuso una stima ufficiale dei danni economici causati dal sisma, ma le prime indicazioni lasciano immaginare un conto destinato a salire rapidamente. Il crollo di almeno trenta edifici nella sola La Guaira, i gravi danni registrati nella capitale, la chiusura dell’aeroporto internazionale Simon Bolivar di Maiquetia e le distruzioni segnalate in numerose aree costiere potrebbero tradursi in costi per diversi miliardi di dollari.
L’impatto economico del terremoto assume però una dimensione ancora più rilevante se osservato alla luce delle condizioni finanziarie del Paese. Secondo le indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, il Venezuela si prepara infatti a presentare ai creditori un quadro dei conti pubblici molto più pesante di quanto stimato finora. L’esposizione complessiva potrebbe raggiungere i 240 miliardi di dollari, ben oltre le valutazioni di mercato che negli ultimi anni oscillavano tra 150 e 200 miliardi.
Se confermato, si tratterebbe di un debito superiore persino a quello coinvolto nella storica ristrutturazione della Grecia durante la crisi dell’Eurozona del 2012, quando Atene rinegoziò circa 200 miliardi di dollari di obbligazioni. Per questo gli osservatori internazionali parlano già della più grande e complessa ristrutturazione del debito sovrano mai affrontata.
La leader ad interim Delcy Rodriguez punta a raggiungere un accordo con i creditori entro la fine dell’anno, nel tentativo di riportare il Venezuela sui mercati finanziari internazionali dai quali è rimasto sostanzialmente escluso per quasi un decennio. A supportare il processo è stata incaricata la banca d’investimento statunitense Centerview Partners, chiamata a predisporre il piano finanziario necessario per riportare sotto controllo il debito pubblico.
I numeri fotografano una situazione estremamente fragile. Il governo starebbe preparando un nuovo quadro macroeconomico che valuta l’economia venezuelana intorno ai 100 miliardi di dollari. Si tratta di una dimensione quasi quattro volte inferiore rispetto ai circa 370 miliardi registrati nel 2012, ultimo anno completo della presidenza di Hugo Chavez. Il risultato è un rapporto debito-Pil superiore al 200%, uno dei più elevati al mondo.
La composizione dell’esposizione rende il dossier ancora più complesso. Le obbligazioni sovrane e quelle emesse da Pdvsa, la compagnia petrolifera statale, rappresentano la componente più consistente e verificata del debito: circa 60 miliardi di dollari di capitale a cui si aggiungono quasi 40 miliardi di interessi maturati dopo il default. Una cifra che continua ad aumentare di circa 5 miliardi di dollari all’anno.
A queste passività si sommano poi tra 30 e 50 miliardi di dollari dovuti a compagnie petrolifere internazionali e creditori commerciali per fatture non saldate, oltre 20 miliardi di risarcimenti derivanti da contenziosi legali internazionali, esposizioni comprese tra 10 e 20 miliardi verso la Cina, circa 6 miliardi nei confronti della Russia e ulteriori 4 miliardi verso istituzioni finanziarie multilaterali e banche di sviluppo.
In questo scenario, il terremoto rischia di trasformarsi in un ulteriore fattore di pressione sui conti pubblici. Il governo dovrà infatti reperire nuove risorse per affrontare l’emergenza umanitaria, ricostruire infrastrutture, edifici pubblici, abitazioni e reti di trasporto, senza compromettere il negoziato con i creditori internazionali.
Per il momento una notizia offre un parziale sollievo ai mercati: le prime verifiche non segnalano danni significativi agli impianti petroliferi, vero cuore dell’economia venezuelana. Il greggio continua infatti a rappresentare la principale fonte di valuta estera del Paese e una compromissione della capacità produttiva avrebbe aggravato ulteriormente il quadro finanziario.
Sul fronte dell’emergenza, la presidente ad interim ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale dopo una serie di violente scosse che hanno colpito il centro-nord del Paese. Una prima scossa di magnitudo 7.1 è stata registrata nei pressi di Morón, seguita da due ulteriori eventi di magnitudo 7.2 e 7.5 localizzati vicino alla città costiera di Yumaré. Secondo gli esperti dello United States Geological Survey, si tratta del terremoto più potente registrato nell’area settentrionale del Venezuela dal 1900.
Mentre proseguono le operazioni di soccorso e la comunità internazionale si mobilita per fornire assistenza, Caracas si trova così davanti a una doppia sfida senza precedenti: gestire una delle peggiori catastrofi naturali della sua storia moderna e, contemporaneamente, tentare di risolvere un’eredità finanziaria da 240 miliardi di dollari che minaccia di condizionare il futuro economico del Paese per molti anni.
Mentre il bilancio umano continua ad aggravarsi, i soccorritori scavano ancora tra le macerie di Caracas e delle città costiere colpite dal terremoto, cresce già l’attenzione sulle conseguenze economiche di quello che gli esperti definiscono il sisma più potente registrato nel nord del Venezuela negli ultimi 126 anni.
Le autorità non hanno ancora diffuso una stima ufficiale dei danni finanziari, ma i primi elementi raccolti sul terreno indicano che il costo della ricostruzione potrebbe raggiungere diversi miliardi di dollari. A preoccupare non sono soltanto i crolli di edifici residenziali e commerciali, ma anche i danni alle infrastrutture strategiche del Paese, già alle prese con una situazione economica fragile dopo anni di crisi.
Uno dei colpi più pesanti riguarda l’aeroporto internazionale Simon Bolivar di Maiquetia, principale scalo venezuelano e porta d’accesso alla capitale Caracas. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ne ha disposto la chiusura dopo che i tecnici hanno rilevato gravi danni strutturali. Una sospensione che rischia di rallentare sia l’arrivo degli aiuti internazionali sia le attività economiche e commerciali legate ai collegamenti aerei.
Le immagini provenienti dalla fascia costiera raccontano una devastazione estesa. A La Guaira, importante centro turistico e logistico del Paese, almeno trenta edifici sono crollati, mentre alberghi, attività commerciali e strutture pubbliche hanno riportato danni significativi. Tra gli edifici più colpiti figura anche l’Hotel Eduard, uno dei punti di riferimento della località.
Anche Catia La Mar appare tra le aree più devastate. Interi isolati sono stati ridotti in macerie, numerosi veicoli risultano sepolti sotto i crolli e diversi incendi hanno aggravato il quadro dell’emergenza. Secondo le testimonianze raccolte dalle autorità locali, alcune esplosioni sarebbero state provocate dal cedimento delle reti del gas durante le scosse.
Sul fronte macroeconomico, il dato che per ora evita uno scenario ancora più critico riguarda il settore petrolifero. Le prime verifiche non segnalano danni rilevanti agli impianti energetici e alle infrastrutture legate all’estrazione e all’esportazione di greggio, che rappresentano ancora il principale motore economico venezuelano e la fonte più importante di valuta estera. Se questa valutazione sarà confermata nelle prossime ore, il Paese potrebbe evitare un impatto immediato sulle esportazioni energetiche.
La tragedia arriva però in un momento particolarmente delicato. Il Venezuela sta cercando di rilanciare un’economia che negli ultimi anni ha attraversato una delle crisi più profonde della sua storia moderna. Il governo di transizione guidato da Delcy Rodriguez è impegnato in un difficile percorso di stabilizzazione finanziaria e nella gestione di un debito estero stimato in circa 240 miliardi di dollari. In questo contesto, la necessità di finanziare interventi di emergenza, assistenza alla popolazione e programmi di ricostruzione potrebbe pesare ulteriormente sui conti pubblici.
Sul piano umano, il primo bilancio ufficiale parla di almeno 32 morti e circa 700 feriti. Numeri che potrebbero aumentare nelle prossime ore, mentre proseguono le operazioni di ricerca nei quartieri più colpiti della capitale e lungo la costa settentrionale.
La sequenza sismica è stata eccezionalmente violenta. Una prima scossa di magnitudo 7.1 è stata registrata nei pressi della città di Morón. Successivamente sono arrivate altre due forti scosse, di magnitudo 7.2 e 7.5, localizzate vicino alla città costiera di Yumaré. Le onde sismiche sono state avvertite in gran parte del territorio nazionale e anche nella vicina Colombia.
Secondo lo United States Geological Survey, la straordinaria intensità dell’evento è stata amplificata dalla ridotta profondità dell’epicentro, stimata tra i 10 e i 13 chilometri. Una caratteristica che ha consentito all’energia sprigionata dal movimento delle faglie tra la placca caraibica e quella sudamericana di propagarsi per centinaia di chilometri.
Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale e sospeso le attività scolastiche. Contestualmente è stata avviata la mobilitazione della comunità internazionale. Gli Stati Uniti hanno annunciato la disponibilità a fornire assistenza immediata, mentre l’Italia segue da vicino l’evoluzione della situazione.
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che l’Unità di crisi della Farnesina, l’ambasciata italiana a Caracas e la rete consolare sono operative per assistere i connazionali presenti nel Paese. L’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito ha precisato che al momento (8 AM, ora italiana) non risultano cittadini italiani tra le vittime, anche se diverse abitazioni di connazionali sarebbero state gravemente danneggiate o distrutte.
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Cristina Giua
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