La finta rivoluzione del merito: dirigenti pubblici scelti senza concorso. Il Governo rottama i concorsi per i dirigenti. La legge premia la fedeltà al superiore e crea burocrati nominati per pura simpatia.
Il disegno di legge sulla pubblica amministrazione, con la firma del ministro Zangrillo, arriva al traguardo finale in Senato e cambia per sempre le regole del gioco. Fino a ieri, la strada per conquistare i gradi dirigenziali imponeva un ostacolo equo e invalicabile per tutti: il superamento di un concorso pubblico rigoroso e imparziale. Oggi il Parlamento distrugge questo principio basilare e riscrive la storia del pubblico impiego.
Il trenta per cento dei nuovi dirigenti non dovrà più affrontare la dura prova del concorso aperto a tutti, con prove anonime e oggettive. La percentuale sale addirittura alla metà dei posti disponibili per la prima fascia, ovvero il vertice assoluto della dirigenza di Stato. I candidati saliranno di grado con una procedura interna battezzata “sviluppo di carriera”. Il Governo urla al miracolo e definisce questa riforma un trionfo della meritocrazia. Al contrario, ci troviamo di fronte al trionfo dell’arbitrio. La nuova norma legalizza un sistema chiuso. Le carriere dei futuri dirigenti dipenderanno in gran parte dalle simpatie dei loro superiori e dalle logiche interne degli uffici, non dalla reale e misurabile preparazione tecnica.
Il testo normativo promette mari e monti. L’intento teorico mira a premiare l’impegno concreto sul posto di lavoro e a valorizzare la gestione pratica dell’amministrazione quotidiana. I sostenitori della legge affermano con forza un concetto seducente: il concorso tradizionale premia in modo esclusivo chi si chiude in casa sui libri e penalizza chi, al contrario, lavora ogni giorno in ufficio per mandare avanti la macchina statale. Questa tesi affascina il grande pubblico distratto, ma nasconde una deriva autoritaria e del tutto soggettiva.
I dipendenti con cinque anni di anzianità come funzionari, o due anni nelle cosiddette elevate qualificazioni, potranno candidarsi alla dirigenza tramite una valutazione comparativa dei loro titoli. Prevedono una prova scritta e un orale, ma il vero motore immobile di tutto il sistema è la valutazione sul campo. Nella cruda realtà dei fatti, le amministrazioni assegneranno incarichi di natura triennale a chi possiede le giuste aderenze interne. Se al termine di una sperimentazione faticosa lunga quattro anni la valutazione finale risulterà positiva, il dipendente otterrà finalmente il ruolo fisso. Questo iter esteso trasforma il merito in una mera esecuzione compiacente degli ordini del capo.
Il paradosso della commissione giudicatrice
La legge affida le valutazioni a una commissione mista, creata su misura per garantire una facciata di regolarità. Il gruppo comprende quattro dirigenti interni all’amministrazione, due esperti esterni e un presidente di un altro ente pubblico. Accanto a loro, però, siede anche il capo diretto del candidato, seppur senza diritto di voto. Questa presenza tutt’altro che silenziosa rappresenta una pressione enorme, costante e psicologicamente insostenibile per il resto della commissione. Il superiore gerarchico è l’esatta persona che ha sponsorizzato e proposto il dipendente per l’ascesa professionale. Gli altri membri sanno benissimo chi è il candidato gradito al capo e difficilmente oseranno mettersi di traverso. Il sistema si fonda su un gigantesco e legalizzato conflitto di interessi.
I difetti strutturali di una norma pericolosa
Se analizziamo pezzo per pezzo i punti deboli di questa riforma, notiamo subito le falle monumentali del testo di legge:
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la palese elusione del principio del concorso pubblico, da sempre l’unico scudo contro le raccomandazioni;
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la trasformazione dei dirigenti in soggetti costantemente sotto esame e ricattabili per almeno quattro anni, fino all’ottenimento del ruolo definitivo;
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il potere smisurato assegnato al dirigente di vertice, che diventa padrone assoluto delle sorti della carriera dei sottoposti;
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l’assenza di criteri matematici, oggettivi e inattaccabili per misurare il reale rendimento sul campo.
Il collasso del diritto applicato
Noi professionisti del diritto affrontiamo ogni singolo giorno i danni causati da dirigenti pubblici incapaci o proni al potere politico di turno. Con questa riforma, i capi degli uffici pubblici vinceranno la selezione per la loro capacità di non contraddire la linea direttiva dei piani alti. Chi possiede una forte preparazione giuridica ma espone dubbi o blocca le procedure illegittime dei suoi capi, resterà bloccato per sempre al livello di semplice funzionario.
I cittadini pagheranno con i propri soldi e con il proprio tempo il conto salato di questa pessima riforma. Esaminiamo tre scenari concreti per inquadrare il disastro imminente in tutta la sua gravità.
Il primo scenario riguarda il dipendente scrupoloso contro il superiore spregiudicato. Immaginiamo un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, maestro in materia fiscale e diritto tributario. Questo lavoratore nota una procedura illegittima voluta dal suo dirigente e blocca la pratica per tutelare lo Stato. Il dirigente interpreta questo atto di legalità come un affronto personale. Quando si apre la finestra temporale per lo “sviluppo di carriera”, il superiore ignora del tutto il funzionario scrupoloso. Promuove invece un altro dipendente, magari con gravi lacune tecniche, ma sempre pronto a firmare senza fare domande. Il funzionario competente, unico argine a tutela dei soldi dei contribuenti, vede la sua carriera finita.
Il secondo scenario descrive il calvario dell’avvocato contro il dirigente incompetente. Un cittadino presenta un’istanza per ottenere un permesso fondamentale per la sua azienda. Il nuovo dirigente dell’ufficio preposto, nominato senza concorso grazie all’appoggio del capo settore, respinge l’istanza con una pessima applicazione della normativa vigente. Il cittadino contatta il proprio legale e impugna il rifiuto palesemente infondato davanti al Tar. L’amministrazione soccombe in tribunale e paga svariate migliaia di euro in spese legali con le tasse di tutti. Nel frattempo, il dirigente incompetente riceve la sua valutazione positiva, supera il periodo di prova e blinda il suo posto fisso. Il cittadino subisce ritardi mostruosi e danni economici, l’avvocato si scontra con muri di gomma in ogni ufficio, e il sistema burocratico premia l’ignoranza giuridica.
Il terzo scenario mostra il cortocircuito mortale del rinnovo triennale. Un neo-dirigente prende servizio con il suo primo incarico. Per ottenere la stabilità definitiva ha un disperato bisogno di una doppia valutazione positiva alla fine del quadriennio di prova. Durante tutti questi anni, il soggetto vive nel terrore assoluto di sbagliare o di contrariare chi deve firmare il suo giudizio finale. Di conseguenza, paralizza l’intera attività del suo dipartimento per la paura fottuta di prendere decisioni scomode. Rallenta ogni singolo procedimento amministrativo, chiede mille pareri inutili e non firma nulla. La cosiddetta “amministrazione del fare”, sbandierata dal Governo, si trasforma nella fiera dell’immobilismo totale, tutto per difendere la scadenza dei quattro anni.
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Angelo Greco
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