Il dibattito sull’inclusione scolastica e sulla gestione della disabilità nelle aule italiane è stato riacceso in modo netto da un post pubblicato su Instagram da Emanuel Cosmin Stoica, attivista e disability manager. Con una presa di posizione forte e volutamente provocatoria, Stoica ha intitolato il suo intervento: “Sono disabile e dico sì alle classi separate”.
Stoica apre il suo post condividendo il proprio vissuto personale e accademico di successo: “Ho frequentato le scuole insieme ai miei compagni normodotati. Mi sono laureato in Giurisprudenza con 107 su 110 e nessuno mi ha regalato nulla. Non ho ricevuto voti di favore e so bene quanto sia importante che una persona con disabilità abbia l’opportunità di crescere, studiare e confrontarsi con tutti gli altri”.
Una riflessione che va oltre l’ideologia
Tuttavia, Stoica invita a superare una narrazione che definisce astratta: “Detto questo, credo che il dibattito sulle disabilità a scuola venga spesso affrontato in modo ideologico. Non tutte le disabilità sono uguali”. Avendo vissuto in prima persona una disabilità di tipo motorio, l’autore fa notare come il percorso ordinario non sia facilmente applicabile a chiunque: “Io ho una disabilità motoria e ho potuto seguire un percorso scolastico ordinario. Esistono però ragazzi e ragazze con disabilità gravissime, cognitive o plurime, che spesso nella scuola inclusiva esistono solo sulla carta. Nella realtà passano molte ore esclusivamente con l’insegnante di sostegno, che spesso non è presente per l’intero orario scolastico e che, per mancanza di risorse, fatica a garantire tutta l’assistenza necessaria”.
Secondo Stoica, una forma di separazione di fatto esiste già nel sistema attuale, sebbene non venga ammessa ufficialmente: “In molti casi questi studenti vengono già portati fuori dall’aula per svolgere attività separate. Fingere che ciò non accada significa ignorare la realtà. Per questo ritengo che si debba avere il coraggio di discutere senza slogan. Per alcune disabilità gravissime potrebbe essere opportuno prevedere percorsi educativi altamente specializzati, con personale qualificato, spazi adeguati e programmi costruiti sulle reali esigenze della persona”.
Il concetto tradizionale di uguaglianza scolastica è visto sotto un altro punto di vista
La conclusione del suo post lancia una sfida al concetto tradizionale di uguaglianza scolastica: “La vera discriminazione non è valutare soluzioni diverse caso per caso. La vera discriminazione è lasciare migliaia di studenti in una situazione in cui non partecipano realmente né alla vita della classe né a un percorso educativo realmente adatto alle loro necessità. L’obiettivo deve essere uno solo: garantire ad ogni persona con disabilità il miglior percorso possibile, non difendere modelli ideologici che troppo spesso non coincidono con la realtà quotidiana delle famiglie e degli studenti”.
Il dibattito nei commenti: le voci delle famiglie e dei professionisti
Il post ha generato centinai di commenti, dividendo il campo tra genitori e insegnanti che difendono l’inclusione a tutti i costi e famiglie che vivono situazioni di estrema gravità medica e assistenziale.
Le testimonianze a sostegno della tesi di Stoica
Tra i commenti spicca la testimonianza di una madre che descrive le barriere cliniche insormontabili vissute dalla figlia: “Mia figlia non vede, ha crisi epilettiche farmacoresistente, ha farmaci ogni ora, ha un catetere centrale per alimentarsi, non cammina e non sta seduta e ha un sistema immunitario immunodepresso. In pratica un raffreddore per lei è ospedalizzazione. In questi casi per lei la scuola è un disastro, ma merita anche lei uno spazio altamente medicalizzato, con educatori capaci di lavorare sulla sensorialità ma in un ambiente con personale capace di agire in caso di necessità senza essere a contatto con i suoi compagni se non a piccolissimi gruppi e all’aperto”. La stessa utente aggiunge: “Ci sono casi che sono così gravi da avere necessità estremamente particolari. Non per tutti è uguale. E concordo con il senso del post”.
Un altro utente solleva il problema del disagio psicologico dello studente all’interno di un contesto non tarato sulle sue possibilità, criticando l’uso astratto degli slogan: “Cosa ci sarebbe di inclusivo nel vedere il proprio figlio messo in un angolo che si demoralizza mentalmente mentre i propri compagni Normodotati fanno quello che lui non può fare […] Vi piace fare di tutta l’erba un fascio, ma mancate proprio di logica, pur di seguire slogan di inclusività senza sapere cosa prova realmente il vostro bambino”.
A questa riflessione si aggancia un’altra madre che evidenzia i limiti economici del sistema pubblico: “La coperta al momento è corta e per sistemare una cosa ci tolgono ore di fisioterapia o infermieri o altro. Quindi la situazione deve partire dall’alto […] Laddove non c’è verso trovare altre soluzioni. Perché nel frattempo le famiglie come la nostra sono fuori dal mondo”.
La difesa dell’inclusione e dell’empatia di gruppo
Sul fronte opposto, molti utenti difendono il valore sociale della socializzazione, reputandola preminente rispetto all’apprendimento prettamente didattico. Un commentatore contesta la visione di Stoica argomentando: “Proprio per questi casi qui, è importante stare in mezzo agli altri. Le ribalto la domanda. Secondo lei, per un ragazzo con disabilità grave, è più importante fare le equazioni, o cercare, per quanto possibile, di stare in mezzo ai ragazzi? Ed è importante anche per i normodotati, sapere che in mezzo a loro ci sono diverse abilità, interagirci e non ignorarle”.
Un’altra signora, madre di un ragazzo autistico non verbale con compromissioni cognitive e motorie, critica duramente il post definendo il titolo una “caption clickbait vannacciana” e risponde alle provocazioni sul disagio degli studenti: “Il lavoro che viene fatto da insegnati ed equipe multidisciplinare è anche questo, aiutare i suoi compagni a comprendere il suo mondo […] Se i bambini imparano l’empatia e l’approccio alla “diversità” sin da piccoli, cresceranno come adulti consapevoli e accoglienti. Questo è il mondo che voglio lasciare a mio figlio”.
Una posizione condivisa anche da una madre di un bambino autistico, che riporta un’esperienza scolastica di successo: “I compagni di classe lo chiamano col suo nome. Sono empatici, affezionati e hanno imparato anche grazie alle maestre e all’educatrice ad approcciarsi a lui e a giocare con lui […] Forse non apprenderà la storia e la geografia con i canoni soliti, ma ha imparato a leggere, scrivere, contare, fare operazioni, aspettare il proprio turno, condividere, socializzare […] In una scuola “speciale” con un percorso solo per lui tante cose non le avrebbe apprese”.
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Daniela Rinaldi
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