«Non possiamo sostenere la rielezione di un Presidente iscritto al Partito del Boh. Sei di destra? Boh. Sei di sinistra? Boh. Sei di centro? Boh». La battuta al vetriolo è del capogruppo della Lega in Amministrazione Provinciale Andrea Amata: l’uomo più vicino al Coordinatore Provinciale Nicola Ottaviani l’ha pronunciata martedì pomeriggio durante un incontro in Valcomino. A distanza di poche ore è arrivata la condanna per l’Uomo del Boh, il presidente della Provincia Luca Di Stefano.
L’addio arriva all’alba
Alle 6.30 di questa mattina anche la Lega ha rifiutato le deleghe che Luca Di Stefano aveva proposto di assegnare. Si chiude così un cerchio. Da subito aveva detto no l’ala di Fratelli d’Italia che guarda al capo delegazione in Giunta regionale Giancarlo Righini. A distanza di pochi giorni era arrivato il no di Forza Italia, confermando che l’asse tra Righini ed il coordinatore regionale azzurro Claudio Fazzone si era esteso dalla provincia di Latina a quella di Frosinone. Ora il Carroccio: con una nota ufficiale.
Persino una parte del Partito Democratico, quella di Rete Democratica guidata dalla consigliera regionale Sara Battisti, si è tirata di lato. Luca Di Stefano si ritrova solo nel palazzo che governa. Insieme soltanto ad una parte del Pd, quella di Area Dem guidata dal presidente regionale del Partito, Francesco De Angelis. E da Luigi Vacana, abbonato perpetuo alla delega alla Cultura.
La colpa di Luca Di Stefano è di non aver scelto. Di aver creduto che fosse ancora possibile, nel 2026, governare un ente intermedio con lo spirito del buon amministratore piuttosto che con quello del soldato di coalizione. Di essersi intestardito nell’idea che il territorio avesse bisogni trasversali, che le strade si riparassero a prescindere dalla tessera di Partito, che la Provincia fosse una cosa pubblica nel senso più letterale e meno militante del termine. Una posizione che nel manuale della politica contemporanea equivale a non avere posizione.
La nota della Lega: la coerenza usata come clava
Il comunicato firmato da Ottaviani è un documento di rara perfezione tattica travestita da principio morale. La parola «coerenza» vi compare quattro volte. «Unità» tre. «Chiarezza» due. Non è un caso: sono le parole con cui la politica di coalizione legittima i propri diktat trasformandoli in valori. «L’ambiguità non può prevalere sulla trasparenza politica», scrive il coordinatore provinciale della Lega. Ma ambiguità, qui, significa semplicemente: non stare dalla nostra parte.
La nota è formalmente ineccepibile, politicamente spietata. La Lega dice di voler bene a Di Stefano: «la nostra decisione non modifica il rapporto di lealtà istituzionale»– Ma gli nega il lavoro svolto in questi anni, anche insieme alla Lega. Come un datore che assicura stima al dipendente mentre gli svuota la scrivania. Il presidente della Provincia viene «sollecitato a prendere con coraggio una decisione lineare, senza ricorrere agli stancanti e desueti riti dei tatticismi». Tradotto: scegli. Destra o sinistra. Con noi o contro di noi. Il tertium non datur della politica italiana, applicato a un ente locale che dovrebbe occuparsi di scuole, viabilità e ambiente.
Il paradosso ciociaro
C’è qualcosa di classicamente tragico nel destino politico di Di Stefano. Aveva vinto le elezioni Provinciali con uno schema inedito, cavalcando la stanchezza dei cittadini verso le logiche di schieramento puro. Aveva costruito la sua legittimità proprio sull’autonomia, sulla capacità di dialogare con tutti senza appartenere a nessuno. Quella stessa autonomia che aveva reso possibile la sua elezione è oggi la ragione del suo isolamento. È stato punito per essere rimasto fedele a se stesso.
Il sistema dei Partiti, in questa Provincia come nel resto del Paese, non sopporta i governi di sintesi quando il vento cambia direzione. E il vento, dopo il rinnovo del Consiglio provinciale, ha girato. Il centrodestra ha migliorato la sua posizione nell’assemblea di Palazzo Iacobucci. Ha preteso di tradurre quel risultato in un ribaltamento degli equilibri della Giunta. Di Stefano ha resistito. Il centrodestra ha risposto negandogli le braccia per lavorare.
C’è in tutto questo anche la questione Righini, l’assessore regionale che incarna la corrente di FdI più insofferente verso una presidenza della Provincia giudicata ambigua, evidentemente trasversale, non collocata su un fronte politico preciso. E c’è la partita, ancora tutta aperta, delle elezioni del 2027, in cui Di Stefano potrebbe ambire alla riconferma. Ma ogni candidatura ha bisogno di alleanze. E le alleanze, in politica, si costruiscono nel tempo ordinario della governance, non all’ultimo momento. Chi ti ha negato le deleghe difficilmente ti darà i voti.
Il PD spaccato e la solitudine a tutto tondo
L’elemento più rivelatore di questa crisi silenziosa è la frattura nel Partito Democratico. Anche Rete Democratica (la componente che fa riferimento alla consigliera Sara Battisti) ha rifiutato le deleghe: il consigliere Luca Fardelli ha detto no grazie. Questo significa che Di Stefano non è intrappolato soltanto dalla pinza del centrodestra: è assediato su entrambi i lati del campo politico. È solo nel senso più geometrico del termine: senza alleati né a destra né a sinistra, né al centro.
È la conseguenza estrema di una scelta che aveva una sua coerenza interna ma che la politica reale non ha saputo o voluto onorare. Il civismo, nella sua versione più pura, presuppone che tutti gli interlocutori accettino le regole del gioco cooperativo. Quando qualcuno, o tutti, decide di non accettarle, il civismo si trasforma in isolamento. E l’isolamento, in politica, è la forma più silenziosa e più definitiva della sconfitta.
Il tempo dell’ultimatum
La Lega, nel suo comunicato, parla esplicitamente di un «mutato quadro politico» che richiede una risposta «coraggiosa» e «lineare». L’ultimatum è implicito ma chiarissimo: o Di Stefano riconosce la nuova realtà politica (il che significa schierarsi esplicitamente con il centrodestra: o tesserandosi con uno dei Partiti o facendo una dichiarazione di adesione da civico ma collocandosi con chiarezza) o continuerà a governare in una condizione di paralisi di fatto, con una Giunta svuotata di collaboratori disposti a lavorare al suo fianco.
È una domanda antica come la politica stessa: si può amministrare senza potere? Si può guidare un ente senza il consenso di chi siede nell’assemblea che ti circonda?
Nel frattempo, a Palazzo Iacobucci le sedie rimangono vuote. E il presidente della Provincia, quella stessa Provincia che aveva scelto di non schierarsi per servire tutti, scopre che nella politica reale, chi non sceglie viene scelto dagli eventi. Il futuro del civismo in Ciociaria si gioca in questi giorni. E non è detto che vinca.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse. Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link Carlo Alberto Guderian
Source link



