Per i medici gettonisti speso oltre un miliardo nel biennio 2024-2025. Il rapporto Anac fotografa un sistema che non riesce più ad arrestarsi


La pandemia è finita. Le norme di contenimento sono state scritte, riscritte e irrigidite. Eppure, il fenomeno dei medici e infermieri “a gettone” non solo non accenna a diminuire, ma si consolida come una delle componenti strutturali del Servizio sanitario nazionale. A certificarlo è il nuovo rapporto dell’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento il biennio 2024-2025, fotografando un sistema che, nonostante i ripetuti tentativi di arginarlo, continua a sanguinare risorse pubbliche.

Il dato più impressionante riguarda l’entità della spesa: nell’arco dei due anni presi in esame, le stazioni appaltanti del Ssn hanno impegnato complessivamente 1 miliardo e 64 milioni di euro per acquistare sul mercato servizi di fornitura di personale medico e infermieristico. E se il 2024 si era chiuso con 496 milioni, il 2025 ha fatto segnare un balzo del 15%, raggiungendo quota 568 milioni. Non solo: il ricorso ai “gettonisti” è aumentato in modo consistente in termini numerici, con un incremento del 36% dei contratti attivati rispetto all’anno precedente.

La fotografia scattata dall’Ufficio Statistico dell’Anac restituisce l’immagine di un sistema che, pur avendo a disposizione un quadro normativo che avrebbe dovuto scoraggiare l’esternalizzazione – a partire dal decreto-legge n. 34/2023, che ha introdotto stringenti condizioni e vincoli temporali – ha di fatto continuato a utilizzare gli strumenti più rapidi e meno competitivi per sopperire alla cronica carenza di organico.

Il paradosso: medici in crescita, infermieri in calo
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’analisi riguarda l’andamento differenziato tra le due categorie professionali. Mentre la domanda di infermieri “a gettone” ha registrato una netta contrazione – con una riduzione del 25% in termini numerici e del 48% in valore, passando da 41 a 18 CIG – il fronte dei medici ha conosciuto un’autentica impennata. I contratti per la fornitura di personale medico sono aumentati del 68% in numero e del 62% in valore, passando da 25 a 42 CIG. Un dato che lascia intendere come la carenza di camici bianchi sia diventata, se possibile, ancora più acuta.

A ciò si aggiunge la massa dei contratti classificati con il codice generico di fornitura di personale, che copre un importo complessivo di 947 milioni nel biennio, in crescita del 15% in valore e del 41% in numero. Una voce che, secondo l’Anac, include verosimilmente una quota consistente di affidamenti riconducibili al personale sanitario, rendendo di fatto ancora più ampio il perimetro del fenomeno.

Affidamenti diretti e Accordi Quadro: la via della semplificazione
Se si guarda agli strumenti utilizzati dalle aziende sanitarie per approvvigionarsi di personale esterno, emerge una chiara preferenza per le procedure più rapide, spesso a scapito della concorrenza. Nel biennio 2024-2025, il 70% dei contratti è stato stipulato tramite affidamento diretto, una percentuale che sale ulteriormente nel 2025. Ma è soprattutto sotto il profilo economico che si registra il dato più rilevante: gli affidamenti diretti, che nel 2024 rappresentavano il 37% del valore complessivo, nel 2025 sono saliti al 51%, superando per la prima volta le procedure aperte.

Parallelamente, le aziende sanitarie hanno fatto ampio ricorso alle adesioni ad Accordi Quadro e Convenzioni già esistenti, senza attivare successivi confronti competitivi. Questa tipologia contrattuale ha coperto il 43,88% dell’importo totale del biennio, con una crescita significativa nel 2025, anno in cui è arrivata a rappresentare oltre la metà della spesa (50,58%). Un dato che evidenzia una tendenza a “pescare” da plafond già predisposti piuttosto che indire nuove gare, privilegiando la rapidità operativa a discapito della trasparenza e del confronto tra gli operatori economici.

La geografia del fenomeno: Nord in testa, Sardegna sorprende
Dal punto di vista territoriale, l’analisi conferma un divario storico. Il Nord Italia assorbe il 50% della spesa complessiva, mentre il Sud e le Isole si fermano al 40% e il Centro al 10%. Anche in termini di numero di contratti, la prevalenza del Nord è netta con il 54% dei CIG, contro il 29% del Sud e il 17% del Centro.

Ma è nel dettaglio regionale che emergono le sorprese più significative. Se si osservano i soli codici specifici per la fornitura di personale medico e infermieristico, le regioni più spendaccione sono Veneto (21,8 milioni, interamente per medici), Lombardia (19,6 milioni, con una netta prevalenza di infermieri) e Friuli-Venezia Giulia (17,5 milioni per soli medici). Tra le regioni del Sud, spicca la Sicilia con 13,7 milioni destinati ai camici bianchi.

Ma quando si amplia lo sguardo per includere anche il codice generico di fornitura di personale, la classifica cambia radicalmente. A sorpresa, la regione che ha destinato al mercato dei “gettonisti” le maggiori risorse pubbliche è la Sardegna, con 329 milioni di euro, seguita da Lombardia (207 milioni) e Piemonte (156 milioni). Un dato che potrebbe essere spiegato dalle peculiarità del sistema sanitario insulare e dalle maggiori difficoltà nel reclutamento di personale stabile.

L’Autorità non si è limitata all’analisi dei dati, ma ha condotto una serrata attività di vigilanza, effettuando visite ispettive insieme ai Carabinieri Nas. Le verifiche hanno confermato la sistematicità del ricorso agli appalti per sopperire alle carenze di organico, ma hanno anche messo in luce criticità nella gestione dei contratti.

Nella Asl di Alessandria, ad esempio, è stato riscontrato “un sistematico ricorso ad appalti di servizi per reperire medici a gettone”, arrivando a forme di esternalizzazione che hanno interessato interi reparti. La cronica carenza di personale medico strutturato, irrisolta nonostante i tentativi di reclutamento tramite procedure concorsuali, si è aggravata dopo la pandemia e si è ulteriormente ampliata a causa dell’elevato turnover.

Ma le criticità non riguardano solo la fase a monte. L’Anac ha rilevato, nella stessa Asl, una serie di irregolarità a valle: frazionamenti di appalto che avrebbero richiesto il ricorso alla procedura aperta, mancata richiesta di requisiti di partecipazione speciali, verifiche insufficienti sui titoli dichiarati dai medici messi a disposizione dalle cooperative, e una generale inadeguatezza dei dati pubblicati sul sito istituzionale.

Il primo trimestre 2026: segnali di contrazione?
Lo sguardo ai primi tre mesi dell’anno in corso sembra indicare una flessione. Nel primo trimestre 2026, i contratti attivati sono stati 21 per un valore complessivo di circa 12 milioni di euro, in diminuzione rispetto allo stesso periodo del 2024 e del 2025. Una contrazione che potrebbe, tuttavia, rivelarsi temporanea.

L’Anac stessa, nel rapporto, mette in guardia dal considerare questi dati come l’inizio di un’inversione di tendenza consolidata. La persistente difficoltà delle aziende sanitarie nel reclutare personale tramite concorsi pubblici, unita alla cronica carenza di organico, rende probabile che la domanda possa tornare a crescere nei trimestri successivi, replicando il trend già osservato nel 2024 e nel 2025.

Le conclusioni dell’Anac: un problema strutturale
Le conclusioni del rapporto sono nette e senza ambiguità: il ricorso ai “gettonisti” non è più un fenomeno emergenziale, ma è diventato una componente strutturale del funzionamento del Servizio sanitario nazionale. La sua persistenza impone una riflessione organica e sistemica sulle politiche di programmazione del personale, sui profili di attrattività e sostenibilità del lavoro pubblico in ambito sanitario, e sugli strumenti di public procurement.

L’Autorità sottolinea la necessità di individuare soluzioni legislative, regolatorie e organizzative in grado di contemperare le esigenze di razionalizzazione della spesa con il mantenimento di elevati standard qualitativi delle prestazioni, assicurando al contempo il pieno rispetto dei principi di trasparenza, concorrenza ed efficienza amministrativa.

Nel frattempo, il contatore dei gettonisti continua a girare. E il miliardo di euro già speso nel biennio 2024-2025 rappresenta un costo che il sistema sanitario pubblico si trova a sostenere per tappare le falle di un reclutamento che non decolla. Un paradosso tutto italiano, dove l’emergenza si trasforma in ordinaria amministrazione e le norme pensate per arginare il fenomeno finiscono per essere aggirate dalla forza delle cose e dalla ricerca della via più breve.


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