L’inchiesta di Tp24 arriva all’ultima tappa. Le analogie tra il dodicenne che ha aggredito il professore a San Vito Lo Capo e il tredicenne di Trescore Balneario portano dentro un ecosistema globale fatto di chat, simboli, stragisti trasformati in modelli e comunità digitali che gli adulti spesso non conoscono.
Le indagini sul caso di San Vito Lo Capo hanno aperto una finestra su un fenomeno che va ben oltre la cronaca locale. Dai riferimenti agli autori di stragi alle chat Telegram, fino al misterioso nickname “Euno” che compare in più vicende italiane, emerge l’esistenza di un universo digitale transnazionale dove adolescenti e giovanissimi costruiscono identità, relazioni e, talvolta, percorsi di radicalizzazione. Nell’ultima puntata della nostra inchiesta proviamo a capire che cos’è questo nuovo estremismo che nasce online e perché riguarda anche l’Italia.
Da San Vito a Trescore: gli stessi simboli, gli stessi linguaggi
Più gli investigatori analizzano il materiale sequestrato al dodicenne di San Vito Lo Capo, più emerge un dato che colpisce.
Il ragazzo non si limitava a consumare contenuti violenti. Li organizzava.
Li catalogava. Li trasformava in simboli identitari.
Tra le scritte riportate sul casco utilizzato durante l’aggressione compariva anche un nome italiano: quello di Roberto Gleboni, l’uomo che nel settembre del 2024 sterminò la propria famiglia a Nuoro. Un riferimento che, insieme agli altri già emersi, contribuisce a delineare una sorta di archivio personale della violenza.
Non soltanto stragi scolastiche americane. Non soltanto terroristi suprematisti. Ma un insieme eterogeneo di autori di massacri, attentati e omicidi diventati oggetto di interesse e citazione.
Anche l’abbigliamento scelto per il giorno dell’aggressione sembra inserirsi nello stesso universo simbolico.
Nelle fotografie pubblicate sui social prima dell’attacco il ragazzo indossava una maglietta con la scritta «Me ne frego», il celebre motto associato al fascismo storico.
In altre immagini compare mentre esegue il saluto romano.
In alcune fotografie, inoltre, ha mostrato il gesto della mano noto come simbolo “OK”, che negli ultimi anni è stato adottato in diversi ambienti suprematisti internazionali come segno identitario e riconoscibile tra gli appartenenti alle comunità dell’estrema destra online.
Presi singolarmente, molti di questi elementi potrebbero apparire come provocazioni adolescenziali, simboli copiati senza comprenderne davvero il significato.
Osservati nel loro insieme, però, raccontano qualcosa di diverso.
Raccontano un’immersione progressiva in un preciso universo culturale fatto di riferimenti politici, iconografie estremiste, stragisti trasformati in simboli e linguaggi mutuati dalla galassia dei forum e delle piattaforme digitali frequentate dai più giovani.
Ed è proprio qui che il caso di San Vito Lo Capo incrocia un’altra vicenda che ha sconvolto l’Italia pochi mesi prima.
Il 25 marzo scorso, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, un tredicenne accoltellò la propria insegnante di francese, Chiara Mocchi. Anche in quel caso l’aggressione non fu improvvisata.
Anche in quel caso vi fu una componente di rappresentazione pubblica. Il ragazzo indossava una maglietta bianca con la scritta «Vendetta».
Anche lui trasmise l’azione in diretta streaming. Anche lui aveva preparato un testo da diffondere online.
Un documento scritto in inglese e pubblicato su Telegram con un titolo inquietante: “Final Solution“, “Soluzione finale”.
Le analogie non finiscono qui. Come il dodicenne siciliano, anche il tredicenne lombardo mostrava di conoscere perfettamente il sistema giudiziario minorile.
Nei suoi scritti spiegava di sapere di non essere imputabile penalmente e di considerare questa circostanza una sorta di opportunità per compiere «quello che ho sempre voluto fare».
Ancora una volta emerge lo stesso schema. Non il gesto impulsivo.
Non la rabbia improvvisa. Ma la preparazione.
La costruzione di una narrazione. L’idea di lasciare un messaggio prima dell’azione.
Nel manifesto pubblicato prima dell’aggressione, il ragazzo di Trescore descriveva una vita segnata da ingiustizie, mancanza di rispetto e vuoto esistenziale.
Scriveva di non riconoscersi in alcuna ideologia definita. Eppure utilizzava linguaggi, formule e modalità comunicative sorprendentemente simili a quelle che gli investigatori stanno ritrovando nel caso di San Vito Lo Capo.
Perfino il bisogno di lasciare una sorta di testamento pubblico appare identico.
Negli ultimi passaggi del suo testo il tredicenne si rivolgeva a una ragazza chiamata “Euno“, descritta come l’unica persona con cui sentiva di avere un rapporto autentico.
Un elemento che gli psicologi hanno interpretato come l’ennesima manifestazione di una profonda solitudine relazionale.
È forse questo il punto di contatto più significativo tra le due vicende. Dietro simboli diversi, slogan diversi e storie personali differenti, emerge una generazione che spesso costruisce la propria identità più online che nella vita reale.
Una generazione che vive contemporaneamente nella scuola, nella famiglia e in un universo digitale dove le regole sono diverse, i modelli sono diversi e la ricerca di riconoscimento può assumere forme sempre più estreme.
Per questo gli investigatori stanno cercando di capire se tra il ragazzo di San Vito Lo Capo e quello di Trescore Balneario esistano collegamenti diretti.
Se frequentassero le stesse chat. Se seguissero gli stessi canali Telegram. Se consumassero gli stessi contenuti.
Ma forse la domanda più importante è un’altra.
Anche se non si fossero mai parlati, come è possibile che due ragazzi di dodici e tredici anni, cresciuti a oltre mille chilometri di distanza, abbiano finito per utilizzare gli stessi simboli, gli stessi riferimenti e perfino le stesse modalità di messa in scena della violenza?
La risposta porta inevitabilmente dentro un ecosistema digitale globale che supera i confini geografici e che negli ultimi anni è diventato il principale luogo di formazione di molte identità adolescenziali.
Le analogie tra il caso di Trescore Balneario e quello di San Vito Lo Capo non si fermano ai simboli, ai manifesti o alle dirette video. C’è un nome che compare in entrambe le vicende. “Euno”.
Nel manifesto pubblicato dal tredicenne bergamasco prima dell’aggressione alla professoressa di francese, Euno era indicata come l’unica persona con cui sentiva di avere un rapporto autentico, l’unica figura che sembrava comprendere il suo disagio.
Ma lo stesso nome compare anche nell’inchiesta sul dodicenne di San Vito Lo Capo.
Secondo le ricostruzioni emerse finora, “Euno” faceva parte di una chat Telegram frequentata dal ragazzo siciliano e avrebbe sostenuto di essere in possesso del video dell’attacco che il dodicenne aveva tentato di trasmettere dalla scuola senza riuscirci.
Non solo. Nei giorni precedenti all’aggressione, il ragazzo avrebbe taggato proprio “Euno” nei post pubblicati su TikTok in cui mostrava il materiale preparato per l’azione: il casco, l’abbigliamento, i simboli e gli altri elementi che gli investigatori stanno analizzando.
È uno degli aspetti che oggi interessa maggiormente gli inquirenti.
La persona che si nasconde dietro quel nickname è infatti finita al centro delle indagini, perché potrebbe rappresentare un punto di collegamento tra i due adolescenti e, soprattutto, perché dovrà essere chiarito quale ruolo abbia avuto nelle conversazioni che hanno preceduto gli attacchi.
L’ipotesi investigativa è che non si tratti semplicemente di uno spettatore.
Gli accertamenti dovranno stabilire se qualcuno abbia incoraggiato, sostenuto o addirittura istigato i due ragazzi.
Ma il dato forse più importante è un altro.
Le vicende di Trescore Balneario e San Vito Lo Capo non sembrano essere episodi isolati. Al contrario, presentano caratteristiche che diversi studiosi dell’estremismo contemporaneo riconducono a una categoria relativamente nuova: quella dell’estremismo violento nichilista e misantropico, indicato con la sigla M/NVE (Misanthropic and Nihilistic Violent Extremism).
Non si tratta di organizzazioni strutturate come quelle del terrorismo tradizionale. Non esistono gerarchie, capi o appartenenze formali.
Si tratta piuttosto di una galassia transnazionale di comunità digitali che condividono contenuti violenti, idolatrano autori di stragi, diffondono messaggi di odio verso la società e costruiscono un immaginario nel quale il massacro diventa una forma di autoaffermazione.
Come ha spiegato Bjørn Ihler, sopravvissuto alla strage di Utøya e fondatore dell’istituto norvegese Revontulet, il fenomeno M/NVE è composto da «comunità online transnazionali collegate in modo informale attraverso piattaforme di messaggistica criptata e forum scarsamente regolamentati».
Un’identikit che sembra sovrapporsi in modo impressionante a quanto emerge dalle due inchieste italiane.
I ragazzi si muovevano tra Telegram, Discord, TikTok e altre piattaforme frequentate quotidianamente da milioni di adolescenti.
Lì consumavano contenuti. Lì costruivano relazioni. Lì condividevano simboli, slogan e riferimenti.
E, secondo gli investigatori, proprio lì si è sviluppato il percorso di radicalizzazione che in pochi mesi li ha portati a trasformare fantasie di violenza in azioni reali.
È dentro questo ecosistema digitale, molto più che nelle aule scolastiche, che probabilmente bisogna cercare le risposte più importanti.
Oltre San Vito Lo Capo: il nuovo estremismo che nasce online
Se ci si limita a guardare il singolo episodio, il rischio è di non cogliere il quadro generale.
Il dodicenne di San Vito Lo Capo non sembra essersi mosso dentro una tradizionale organizzazione politica. Non emerge l’appartenenza a gruppi strutturati, movimenti o associazioni riconoscibili. Al contrario, ciò che affiora dalle indagini è qualcosa di molto più fluido e difficile da individuare.
Gli studiosi definiscono questo fenomeno estremismo violento nichilista e misantropico, una galassia di comunità online che non ruotano attorno a un’unica ideologia, ma a un insieme di riferimenti che si sovrappongono continuamente.
Dentro questi ambienti convivono frammenti di suprematismo, misoginia, culto della violenza, fascinazione per gli autori di stragi, autolesionismo, provocazione politica, ricerca di notorietà e desiderio di distruzione. Più che un’ideologia coerente, è una cultura digitale.
Una cultura che si alimenta soprattutto attraverso piattaforme di messaggistica, forum e social network frequentati da adolescenti e giovanissimi.
Non ci si trova davanti a una struttura organizzata da smantellare, ma a un ecosistema in continua evoluzione, dove gli utenti entrano, escono, cambiano piattaforma e assumono identità diverse.
Ciò che accomuna questi ambienti è spesso la convinzione che la violenza rappresenti una forma di affermazione personale e che il mondo sia irrimediabilmente corrotto o privo di significato.
In alcuni casi il traguardo finale diventa il collasso della società stessa, vista come un sistema da accelerare verso il caos attraverso gesti sempre più estremi.
Ma c’è un altro elemento che aiuta a comprendere quanto accaduto a San Vito Lo Capo.
In queste comunità la notorietà è una moneta.
Conta essere visti. Conta essere ricordati. Conta ottenere attenzione.
Per questo i nomi degli autori di stragi vengono trasformati in simboli, immagini, meme e riferimenti che circolano continuamente online.
Non necessariamente perché chi li utilizza ne condivida fino in fondo l’ideologia. Più spesso perché rappresentano un linguaggio comune, una forma di riconoscimento reciproco, un codice identitario.
È quello che alcuni ricercatori definiscono “capitale subculturale”: la conoscenza di simboli, riferimenti e figure che permettono di ottenere prestigio all’interno della comunità.
In questo contesto anche le stragi finiscono per diventare materiale narrativo. Vengono raccontate, montate, commentate, trasformate in contenuti da condividere.
Spesso tutto ciò avviene sotto una patina di ironia. Video, meme e montaggi vengono presentati come scherzi, provocazioni o semplice umorismo nero. È il meccanismo del “stavo solo scherzando”, utilizzato per rendere accettabili contenuti che, fuori da quel contesto, apparirebbero immediatamente inquietanti.
Secondo gli studiosi, però, questa apparente ironia svolge una funzione precisa: abbassa le difese, normalizza determinati messaggi e rende più difficile per gli adulti comprendere ciò che sta accadendo.
Per chi osserva dall’esterno sembrano battute. Per chi frequenta quelle comunità diventano strumenti di appartenenza e, talvolta, di radicalizzazione.
È anche per questo che figure come il misterioso “Euno” assumono un’importanza particolare nelle indagini.
Non tanto come possibili leader di organizzazioni inesistenti, ma come nodi di relazioni digitali capaci di intercettare adolescenti fragili, soli o in difficoltà e di accompagnarli progressivamente verso contenuti sempre più estremi.
La madre del dodicenne siciliano ha parlato di una dinamica ricattatoria nella quale il figlio sarebbe rimasto intrappolato. Saranno gli investigatori a verificare cosa sia realmente accaduto.
Ma il tema che emerge va oltre il singolo caso. Perché in queste reti l’escalation tende a essere una regola implicita.
Per ottenere attenzione bisogna distinguersi. Per distinguersi bisogna superare chi è venuto prima. Ogni gesto deve essere più forte, più spettacolare, più scioccante del precedente.
È la stessa logica che governa molti social network. Solo che qui il contenuto non è una fotografia o un video virale. È la violenza.
I casi di Trescore Balneario e di San Vito Lo Capo mostrano che questo fenomeno non riguarda più soltanto gli Stati Uniti o il Nord Europa.
Ha raggiunto anche l’Italia. E probabilmente coinvolge ragazzi molto più giovani di quanto siamo stati finora disposti ad ammettere.
La sfida, adesso, è comprenderlo senza cedere né al panico morale né alla tentazione di liquidarlo come una semplice bravata adolescenziale.
Perché dietro quei coltelli, quel casco e quei messaggi pubblicati online non c’è soltanto la storia di un dodicenne.
C’è un pezzo del mondo digitale in cui stanno crescendo migliaia di ragazzi.
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