Ci sono giorni che riescono a mettere d’accordo intere generazioni. Il primo giorno della prova scritta di Italiano dell’Esame di Stato è uno di questi.
Cambiano gli anni, mutano i programmi, si trasformano le tecnologie, ma l’emozione che accompagna l’ingresso in aula rimane sorprendentemente identica. È la stessa che hanno vissuto i nonni, i genitori e gli insegnanti che oggi osservano i propri studenti sedersi davanti a un foglio bianco.
L’ultimo rito civile che unisce generazioni diverse
La maturità continua ad essere uno degli ultimi grandi riti civili della Repubblica. Un momento nel quale la dimensione individuale e quella collettiva si incontrano. Per qualche ora, infatti, centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi condividono la stessa esperienza, la stessa attesa, la stessa speranza.
Nei giorni precedenti si rincorrono ipotesi e previsioni. Si cercano possibili collegamenti con centenari, bicentenari, anniversari di nascita o di morte di grandi autori. Si studiano le ricorrenze storiche, le celebrazioni della Costituzione, le tappe fondamentali dell’Unione Europea, le conquiste dei diritti civili, le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche.
È accaduto anche quest’anno.
Eppure, dietro l’apparente razionalità della preparazione, continua a sopravvivere qualcosa di molto più antico. Sopravvivono i santi, i santini, le preghiere, i piccoli rituali scaramantici, le penne fortunate, i gesti ripetuti quasi inconsapevolmente.
L’essere umano ha sempre cercato conforto nei simboli quando si trova davanti a prove percepite come decisive. La maturità continua ad essere una di queste.
L’ansia del documento e la paura della tecnologia
La vigilia dell’esame oggi non è più quella di venti o trent’anni fa.
Accanto ai tradizionali timori per le tracce e per le prove scritte si aggiungono nuove preoccupazioni. La carta d’identità, le convocazioni, le penne funzionanti, il rispetto rigoroso delle procedure. E soprattutto l’attenzione assoluta verso ciò che non deve entrare in aula.
Cellulari, smartwatch, auricolari intelligenti, dispositivi connessi alla rete, sistemi di comunicazione invisibili.
Paradossalmente, proprio mentre la società celebra la rivoluzione digitale e l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, l’esame di Stato continua a richiedere una sospensione quasi totale di questi strumenti.
È una contraddizione che merita una riflessione seria.
La scuola insegna a utilizzare la tecnologia, ma nel momento della certificazione finale chiede di dimostrare il proprio valore senza di essa.
È una scelta comprensibile, ma che apre interrogativi importanti sul futuro della valutazione.
Il messaggio di Valditara: valorizzare il talento e non la perfezione
In questo contesto si inseriscono le parole del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
«Forza ragazzi, affrontate l’esame di maturità senza paura».
Non è un semplice augurio istituzionale.
Nelle sue parole emerge una precisa idea educativa. L’esame non come ostacolo da superare, ma come opportunità per raccontare il proprio percorso di crescita.
Particolarmente significativa appare l’affermazione secondo cui non abbiamo bisogno di persone perfette, ma di persone capaci di riflettere sugli apprendimenti acquisiti e sugli errori commessi.
È una prospettiva che richiama alcune delle più autorevoli teorie pedagogiche contemporanee.
L’errore non è il contrario dell’apprendimento.
L’errore è parte dell’apprendimento.
La vera competenza non consiste nell’assenza di sbagli, ma nella capacità di comprenderli, interpretarli e trasformarli in occasioni di miglioramento.
Quando il Ministro invita gli studenti a «tirare fuori i propri talenti», richiama implicitamente una scuola che dovrebbe imparare a riconoscere le differenze anziché uniformarle.
Ogni studente possiede infatti forme differenti di intelligenza, sensibilità, creatività, capacità relazionali e progettuali.
La sfida educativa del nostro tempo consiste nel valorizzarle tutte.
Mattarella e la maturità della Repubblica
Alle parole del Ministro si aggiungono quelle del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il Capo dello Stato ha scelto di collegare la maturità individuale dei giovani alla maturità collettiva della nazione.
L’ottantesimo anniversario della Repubblica offre infatti una suggestione particolarmente significativa.
Il referendum del 2 giugno 1946 rappresentò per l’Italia una scelta di responsabilità, di libertà e di partecipazione democratica.
Fu, per usare la felice espressione evocata dal Presidente, una sorta di “esame di maturità” della Repubblica nascente.
Il parallelismo è straordinariamente efficace.
Come i cittadini italiani furono chiamati allora a scegliere il futuro del Paese, così oggi gli studenti sono chiamati a scegliere il proprio futuro.
Ogni maturità è in fondo una dichiarazione di fiducia verso il domani.
Ogni diploma rappresenta un investimento sulla libertà.
Ogni percorso scolastico completato costituisce un tassello di democrazia.
Gli studenti del serale: la maturità come seconda possibilità e riscatto della persona
Tra i volti che in questi giorni siedono davanti al foglio protocollo della prima prova scritta ve ne sono alcuni che raccontano storie particolari, spesso invisibili agli occhi dell’opinione pubblica ma straordinariamente significative dal punto di vista umano, sociale ed educativo. Sono gli studenti dei percorsi di istruzione degli adulti e dei corsi serali, donne e uomini che affrontano l’Esame di Stato dopo aver attraversato esperienze di vita profondamente diverse da quelle dei loro compagni più giovani.
Molti di loro avevano interrotto gli studi per ragioni economiche. Altri hanno dovuto entrare precocemente nel mondo del lavoro. Alcune donne hanno rinunciato alla scuola per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Altri ancora hanno vissuto percorsi personali complessi, segnati da difficoltà, migrazioni, responsabilità familiari o situazioni che hanno reso impossibile completare il normale itinerario scolastico.
Eppure oggi sono lì. Seduti negli stessi banchi. Chiamati ad affrontare le stesse prove. Animati dalla stessa emozione e dalla stessa speranza.
La loro presenza costituisce una delle testimonianze più alte del valore democratico della scuola italiana. Ogni studente adulto che arriva all’esame rappresenta infatti una vittoria dell’educazione permanente, il segno concreto che il diritto allo studio non può essere confinato all’infanzia o all’adolescenza, ma deve accompagnare la persona durante tutto l’arco della vita.
In una società che cambia rapidamente, nella quale professioni e competenze si trasformano con velocità crescente, il ritorno tra i banchi non rappresenta soltanto una scelta individuale. Diventa un atto di fiducia verso il futuro, una dichiarazione di responsabilità verso sé stessi e verso la comunità.
Gli studenti del serale insegnano ogni giorno qualcosa anche alla scuola. Insegnano che l’apprendimento non è un obbligo ma una conquista. Che il sapere non è un peso ma una possibilità. Che studiare dopo una giornata di lavoro, dopo aver accudito una famiglia, dopo aver affrontato problemi economici o personali richiede una determinazione che merita rispetto e ammirazione.
Non è raro incontrare nelle aule serali operai che terminano il turno e corrono a scuola, madri che dopo avere seguito i figli nei compiti riprendono in mano i propri libri, lavoratori che sacrificano il tempo libero per preparare una verifica, persone che affrontano ogni giorno decine di chilometri pur di non rinunciare a quell’obiettivo lasciato incompiuto anni prima.
Per loro la maturità assume un significato ulteriore. Non rappresenta soltanto il conseguimento di un diploma. Diventa il simbolo di una promessa mantenuta, il recupero di un sogno interrotto, la dimostrazione che non esiste un’età oltre la quale sia vietato ricominciare.
In molte scuole italiane i risultati conseguiti dagli studenti adulti dimostrano come motivazione, esperienza di vita e consapevolezza possano compensare difficoltà iniziali e percorsi scolastici frammentati. Spesso questi studenti sviluppano una capacità di collegare teoria e pratica che rende particolarmente significativo il loro apprendimento. Le nozioni studiate trovano immediatamente riscontro nell’esperienza lavorativa, nella gestione della famiglia, nella partecipazione alla vita civile e professionale.
Anche per questa ragione il dibattito sulla valutazione e sulle competenze assume un valore particolare nell’istruzione degli adulti. Gli studenti del serale ricordano alla scuola che l’apprendimento non coincide con la semplice memorizzazione di contenuti, ma con la capacità di attribuire significato alle conoscenze e di utilizzarle per interpretare la realtà.
Nel loro percorso ritroviamo molti dei principi richiamati dalla pedagogia contemporanea: la centralità della persona, la valorizzazione dell’esperienza, l’apprendimento permanente, la costruzione delle competenze attraverso situazioni autentiche e concrete.
Quando uno studente adulto supera l’Esame di Stato, non consegue soltanto un titolo di studio. Conquista una nuova possibilità professionale, amplia i propri orizzonti culturali, offre un esempio ai figli e alle nuove generazioni, dimostra che la crescita personale non conosce scadenze anagrafiche.
Per questo motivo, accanto agli auguri rivolti ai maturandi diciannovenni, merita un pensiero speciale chi affronta queste prove dopo anni di distanza dalla scuola. A coloro che hanno avuto il coraggio di rimettersi in gioco, di tornare a studiare, di affrontare paure e incertezze, va il ringraziamento dell’intera comunità educante.
Essi ci ricordano una verità troppo spesso dimenticata: la scuola non è soltanto il luogo nel quale si preparano i giovani al futuro. È anche il luogo nel quale gli adulti possono tornare a costruirlo.
E forse è proprio questa la forma più autentica di maturità: comprendere che non si smette mai di imparare, che nessun percorso è definitivamente concluso e che ogni stagione della vita può ancora offrire nuove opportunità di crescita, di conoscenza e di libertà.
La valutazione: il grande problema irrisolto della scuola italiana
Se c’è una questione che attraversa da decenni il dibattito pedagogico, educativo e scolastico del nostro Paese, questa riguarda certamente il tema della valutazione. Ogni riforma, ogni innovazione metodologica, ogni riflessione sulla qualità dell’insegnamento finisce inevitabilmente per confrontarsi con una domanda fondamentale: che cosa significa davvero valutare?
Per lungo tempo la valutazione è stata considerata prevalentemente come un atto conclusivo. Una sorta di sentenza scolastica chiamata a certificare quanto uno studente sapesse o non sapesse. Il voto è diventato così il simbolo più evidente dell’intero processo educativo, fino a sovrapporsi talvolta all’apprendimento stesso. In molte scuole si è finito per insegnare in funzione della verifica e non della comprensione, della misurazione e non della crescita, della prestazione e non dello sviluppo delle competenze.
Eppure le più autorevoli ricerche internazionali nel campo delle scienze dell’educazione mostrano da anni una realtà molto diversa. L’apprendimento significativo non nasce dalla paura dell’errore né dall’ossessione della misurazione continua. Nasce invece dalla possibilità di sperimentare, riflettere, correggersi, migliorare e riprovare. Nasce dalla costruzione progressiva di competenze che consentano agli studenti di affrontare situazioni nuove, complesse e imprevedibili.
In questo contesto appare particolarmente interessante la riflessione sviluppata dal dirigente scolastico Vincenzo Caico, del Liceo Scientifico “Michelangelo Buonarroti” di Monfalcone, che ha più volte richiamato l’attenzione sul rischio del cosiddetto “voto vuoto”. Un’espressione efficace e provocatoria che invita a interrogarsi sul significato autentico della valutazione scolastica. Un voto può essere formalmente corretto, matematicamente preciso, statisticamente coerente e tuttavia risultare pedagogicamente povero se non riesce a spiegare allo studente che cosa ha imparato, che cosa deve migliorare e quali strategie può adottare per progredire.
Il voto, da solo, rischia infatti di trasformarsi in un numero privo di significato educativo. Può classificare, ma non sempre aiuta a comprendere. Può misurare, ma non necessariamente orienta. Può fotografare una prestazione, ma difficilmente riesce a raccontare la complessità di un percorso di crescita.
La riflessione di Caico si inserisce pienamente nel dibattito contemporaneo sulle competenze. Viviamo infatti in una società nella quale la disponibilità di informazioni è praticamente illimitata. Gli studenti hanno accesso in pochi secondi a quantità di dati che le generazioni precedenti avrebbero impiegato settimane o mesi a reperire. In questo scenario il problema non è più ricordare una nozione, ma comprenderla, collegarla, interpretarla criticamente e utilizzarla in contesti differenti.
La valutazione dovrebbe allora spostare progressivamente il proprio baricentro dalla semplice verifica delle conoscenze alla capacità di mobilitare saperi, abilità e atteggiamenti per affrontare situazioni reali. È questa la logica delle competenze richiamata dalle principali raccomandazioni europee e dalle più recenti riflessioni pedagogiche internazionali.
La scuola italiana si trova pertanto davanti a una sfida culturale prima ancora che organizzativa. Non si tratta semplicemente di modificare strumenti o griglie di valutazione. Si tratta di ripensare il significato stesso dell’atto valutativo. Occorre passare da una cultura del controllo a una cultura della crescita, da una logica selettiva a una logica formativa, da una prospettiva centrata sull’errore a una prospettiva centrata sul miglioramento.
Per molti anni abbiamo considerato la valutazione come il momento conclusivo del percorso educativo. Forse è giunto il tempo di riconoscerla come parte integrante del processo di apprendimento. Una valutazione efficace non arriva alla fine del cammino. Accompagna il cammino. Non chiude una porta. Ne apre altre.
L’intelligenza artificiale e la necessità di una nuova maturità
La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta imponendo alla scuola interrogativi che soltanto pochi anni fa sarebbero apparsi impensabili. Oggi sistemi avanzati sono in grado di scrivere testi complessi, tradurre lingue, produrre immagini, elaborare sintesi, costruire presentazioni e persino sostenere conversazioni articolate su argomenti specialistici.
Di fronte a questo scenario, continuare a valutare gli studenti esclusivamente sulla base della capacità di riprodurre informazioni rischia di diventare progressivamente meno significativo.
La domanda che docenti, dirigenti scolastici, pedagogisti e decisori politici sono chiamati a porsi non è se utilizzare o meno l’intelligenza artificiale. La vera domanda riguarda il modo in cui essa modifica il concetto stesso di competenza.
Se una macchina può recuperare rapidamente una quantità enorme di informazioni, quale sarà il valore aggiunto dell’essere umano?
La risposta sembra emergere con chiarezza dagli studi più recenti: il pensiero critico, la creatività, l’empatia, la capacità di collaborare, il giudizio etico, la comprensione dei contesti e la responsabilità delle decisioni continueranno a rappresentare dimensioni profondamente umane e difficilmente sostituibili.
In questo quadro assume particolare rilevanza la riflessione pedagogica di Daniele Novara sulla cosiddetta valutazione evolutiva. Da anni Novara invita il mondo della scuola a superare una concezione punitiva e classificatoria della valutazione per costruire pratiche capaci di sostenere il processo di crescita degli studenti.
Secondo questa prospettiva, la funzione principale della valutazione non dovrebbe essere quella di attribuire un’etichetta o una graduatoria, bensì quella di rendere visibili i progressi compiuti, individuare gli ostacoli ancora presenti e orientare il miglioramento futuro. La valutazione evolutiva non chiede semplicemente “quanto sai”, ma soprattutto “quanto sei cresciuto”, “quali strategie hai sviluppato”, “come puoi continuare a migliorare”.
L’avvento dell’intelligenza artificiale rende questa impostazione ancora più attuale. Se la macchina è in grado di fornire risposte, il compito della scuola non può più limitarsi a verificare la capacità di ripeterle. Diventa invece fondamentale insegnare a porre le domande giuste, a verificare l’affidabilità delle fonti, a distinguere i fatti dalle opinioni, a riconoscere eventuali distorsioni algoritmiche e a utilizzare la tecnologia in modo consapevole e responsabile.
L’esame di maturità stesso potrebbe diventare un laboratorio privilegiato per questa trasformazione. Potremmo immaginare studenti chiamati ad analizzare criticamente contenuti generati dall’intelligenza artificiale, a confrontare fonti differenti, a costruire progetti interdisciplinari, a discutere casi reali nei quali tecnologia, etica, economia e diritto si intrecciano.
In fondo, la vera sfida educativa del nostro tempo non consiste nel competere con le macchine. Consiste nel comprendere che cosa significa essere umani in un mondo abitato dalle macchine.
Per questa ragione la maturità del futuro dovrà probabilmente essere meno concentrata sulla semplice riproduzione di conoscenze e maggiormente orientata alla capacità di interpretare la complessità. Dovrà valutare il ragionamento più che la memoria, la comprensione più che la ripetizione, la progettualità più che l’accumulo di informazioni.
Sarà una maturità che non rinuncerà alla cultura umanistica, ma che la utilizzerà come bussola per orientarsi nell’era dell’intelligenza artificiale. Una maturità nella quale il sapere continuerà ad avere valore non perché viene conservato nella memoria, ma perché viene trasformato in comprensione, responsabilità e cittadinanza.
In questo senso la rivoluzione tecnologica non rappresenta una minaccia per la scuola. Rappresenta piuttosto un’opportunità straordinaria per restituire centralità a ciò che rende autenticamente umano il processo educativo: la relazione, il pensiero critico, la creatività, la capacità di attribuire significato alle esperienze e di immaginare il futuro.
Oltre il tema tradizionale: le nuove sfide della maturità nel secolo dell’intelligenza artificiale
Il tema di Italiano continua a rappresentare uno degli strumenti più nobili e significativi attraverso cui la scuola italiana cerca di valutare la capacità degli studenti di comprendere, interpretare e rielaborare la realtà. Scrivere significa infatti mettere ordine nei pensieri, selezionare informazioni, costruire relazioni tra idee differenti, formulare giudizi e assumersi la responsabilità delle proprie parole. In altre parole, scrivere significa pensare. Argomentare significa comprendere. Riflettere significa esercitare la cittadinanza.
Eppure il XXI secolo, attraversato da trasformazioni tecnologiche, economiche, sociali e culturali senza precedenti, ci impone una riflessione ulteriore. È legittimo domandarsi se una prova fondata prevalentemente sulla produzione scritta individuale sia ancora sufficiente a rappresentare l’insieme delle competenze richieste alle nuove generazioni.
L’intelligenza artificiale generativa sta modificando il modo di studiare, lavorare, comunicare e produrre conoscenza. Strumenti capaci di scrivere testi, sintetizzare documenti, tradurre lingue, creare immagini e supportare processi decisionali sono ormai entrati nella quotidianità di milioni di persone. Di fronte a questa rivoluzione, la scuola non può limitarsi a difendere modelli valutativi costruiti per una società che non esiste più. Deve invece interrogarsi su quali competenze saranno realmente necessarie ai cittadini del futuro.
Potremmo immaginare, accanto alle tradizionali prove scritte, esami nei quali gli studenti siano chiamati a progettare soluzioni concrete a problemi reali, a confrontarsi con casi di studio complessi, a discutere criticamente una risposta elaborata da un sistema di intelligenza artificiale, individuandone punti di forza, errori, pregiudizi e limiti. Potremmo immaginare prove nelle quali venga chiesto di costruire un progetto di sostenibilità ambientale per il proprio territorio, di elaborare una proposta per migliorare la qualità della vita di una comunità, di realizzare un podcast, un documentario, un prodotto multimediale o una ricerca interdisciplinare.
La scuola italiana possiede una straordinaria tradizione umanistica che deve essere preservata e valorizzata. Nessuno pensa di sostituire Dante con un algoritmo o Manzoni con un software. Tuttavia, proprio la grande cultura umanistica può diventare la chiave per comprendere il mondo nuovo. Le domande fondamentali restano infatti le stesse: che cosa significa essere liberi? Quali limiti deve avere il potere? Come si tutela la dignità umana? Qual è il rapporto tra progresso tecnico e responsabilità morale?
Per questo motivo una maturità del futuro potrebbe chiedere agli studenti di confrontarsi con i dilemmi etici posti dalle nuove tecnologie, con i problemi della disinformazione digitale, con il rapporto tra intelligenza artificiale e democrazia, tra innovazione e diritti fondamentali, tra sviluppo economico e sostenibilità ambientale. Potrebbe richiedere la capacità di integrare letteratura, filosofia, diritto, economia, scienze, matematica e informatica in una visione unitaria della realtà.
In questa prospettiva l’esame diventerebbe non soltanto una verifica delle conoscenze acquisite, ma una vera palestra di cittadinanza attiva, un laboratorio nel quale dimostrare di saper utilizzare ciò che si è appreso per interpretare e migliorare il mondo.
Del resto, il dirigente scolastico dell’Istituto Tecnico Commerciale “Carlo Alberto Dalla Chiesa” di Partinico, professor Angelo Nasca, richiama frequentemente docenti e studenti al principio della centralità dell’alunno. Una scuola realmente centrata sulla persona non può limitarsi a verificare ciò che uno studente ricorda in un determinato momento. Deve piuttosto valorizzare ciò che sa fare, ciò che sa comprendere, ciò che sa costruire insieme agli altri, ciò che è capace di diventare. La centralità dell’alunno significa riconoscere che ogni giovane possiede talenti differenti e che il compito dell’istituzione scolastica consiste nell’aiutarlo a scoprirli, svilupparli e metterli al servizio della comunità.
Una maturità più vicina alla vita reale dovrebbe dunque misurare anche la capacità di collaborare, di comunicare efficacemente, di assumere decisioni consapevoli, di esercitare il pensiero critico, di affrontare situazioni nuove e impreviste. Sono queste le competenze che università, imprese, istituzioni e società civile richiedono sempre più frequentemente.
La sfida non consiste nell’abbandonare la tradizione, ma nel renderla capace di dialogare con il futuro. La scuola deve continuare ad insegnare a leggere, scrivere, interpretare e argomentare, ma deve anche insegnare a discernere tra informazioni vere e false, a utilizzare responsabilmente le tecnologie emergenti, a comprendere fenomeni complessi e a costruire risposte innovative ai problemi contemporanei.
Un augurio che va oltre il voto finale
Per questa ragione l’augurio più autentico che oggi possiamo rivolgere alle ragazze e ai ragazzi impegnati nell’Esame di Stato non riguarda il cento, il cento e lode o il punteggio finale che comparirà sul diploma. Questi risultati hanno certamente il loro valore e rappresentano il riconoscimento di anni di studio e di impegno. Tuttavia essi non esauriscono la ricchezza di una persona e non possono definire il significato profondo di un percorso di crescita.
L’augurio più sincero riguarda la capacità di affrontare questa esperienza con serenità, equilibrio e consapevolezza. Riguarda la possibilità di comprendere che un esame misura una prestazione e non una persona, una prova e non un’esistenza, un momento e non una storia intera.
In una società che troppo spesso trasforma ogni esperienza in una competizione, è importante ricordare che il successo non coincide con la perfezione. Nessuna vita significativa è costruita sull’assenza di errori. Le esistenze più ricche e più feconde sono spesso quelle che hanno saputo trasformare inciampi, difficoltà e fallimenti in occasioni di apprendimento.
Le parole rivolte dal Ministro Giuseppe Valditara ai maturandi meritano particolare attenzione quando invitano gli studenti a valorizzare i propri talenti e a riflettere anche sugli errori compiuti lungo il percorso. È un messaggio pedagogicamente importante perché restituisce centralità alla persona e non soltanto alla prestazione.
Allo stesso modo, il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella richiama ciascun giovane alla responsabilità di contribuire alla costruzione della Repubblica e della democrazia. In un anno nel quale ricorre l’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il collegamento tra crescita personale e crescita civile assume un significato particolarmente profondo. Ogni studente che conclude il proprio percorso scolastico entra infatti a pieno titolo nella comunità dei cittadini chiamati a partecipare consapevolmente alla vita democratica del Paese.
Oggi quei talenti, quelle competenze, quelle speranze e quelle responsabilità entrano nelle aule scolastiche insieme agli studenti. Entrano con i loro sogni, le loro paure, le loro aspettative e il desiderio di costruire un futuro migliore.
Per questo il nostro augurio non può limitarsi a un semplice “in bocca al lupo”. Auguriamo a ciascuno di loro di conservare la curiosità intellettuale, il desiderio di conoscere, la capacità di meravigliarsi, la disponibilità ad ascoltare e a mettersi continuamente in discussione. Auguriamo di non smettere mai di imparare, perché il vero esame non termina con il colloquio finale né con la pubblicazione dei risultati.
La vera maturità inizia proprio dopo la maturità. Inizia quando si comprende che il sapere non è un traguardo ma un viaggio, che l’educazione non è un certificato ma una continua trasformazione della persona, che la cultura non è un insieme di nozioni accumulate ma uno strumento per comprendere meglio sé stessi, gli altri e il mondo.
Forza ragazze e ragazzi. Entrate nelle vostre aule con fiducia. Portate con voi le conoscenze apprese, le competenze costruite, le relazioni coltivate, gli errori superati, le difficoltà affrontate e i sogni che ancora vi accompagnano. Perché il vero significato della maturità non consiste nel superare un esame, ma nel continuare a crescere come persone libere, responsabili, consapevoli e capaci di abitare con intelligenza e umanità la complessità del nostro tempo.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Antonio Fundarò
Source link







