rapporto ONU su 58 Stati e territori contaminati


Il numero da cui partire è 58: tanti sono gli Stati e territori che nel 2025 conservano contaminazione da mine antiuomo nel documento dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani. L’altra cifra che fissa la scala umana arriva dal 2024: 1.945 persone morte e 4.325 ferite per mine o residuati esplosivi, dentro un totale globale di 6.279 vittime.

Il confronto con il rilevamento preliminare 2025 aggrava il profilo: il registro preliminare indica oltre 5.000 morti o feriti in 40 Paesi, con la Siria a 1.602 e una quota civile superiore al 90% nei casi con profilo civile o militare registrato. La pressione riguarda anche il trattato di Ottawa, scosso dai recessi di Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia e dall’atto opposto del Libano, che ha depositato l’adesione il 1 maggio 2026.

Scala dei numeri: la cifra 58 riguarda la contaminazione territoriale nel 2025, mentre il totale 6.279 riguarda morti e feriti 2024 da mine e residuati esplosivi. Il rilevamento 2025 è preliminare e copre gennaio-dicembre, con raccolta fino a maggio 2026.

Sommario dei contenuti

La cifra 58 e il perimetro ONU del 2025

Nel 2025 l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani attribuisce contaminazione da mine antiuomo ad almeno 58 Stati e territori. La soglia include aree di conflitto aperto, confini militarizzati e zone dove la guerra è cessata ma l’ordigno resta sotto campi, strade secondarie o infrastrutture danneggiate. Volker Türk ha collegato produzione, uso, trasferimento e bonifica in una sola richiesta rivolta agli Stati.

La definizione di contaminazione non coincide con un fronte attivo. Include anche luoghi già attraversati da accordi di cessazione delle ostilità, aree agricole segnate da residui non rimossi e spazi urbani dove rientrano famiglie sfollate. Per i civili, il calendario della guerra finisce prima del calendario dell’ordigno.

Vittime 2024: il salto registrato nel rapporto annuale

Il Landmine Monitor 2025 colloca il totale 2024 a 6.279 vittime tra morti e feriti da mine e altri residuati esplosivi. Dentro quel numero ci sono 1.945 morti, 4.325 feriti e nove casi privi di esito registrato. La serie annuale sale al picco più alto dal 2020, con 52 Paesi e aree interessati da incidenti.

La componente civile domina il registro: nei casi in cui la qualifica della persona è registrata, i civili sono il 90%. Tra i civili con età registrata, i minori rappresentano il 46%, pari a 1.701 casi. La dimensione infantile nasce dall’esposizione quotidiana di scuole, campi coltivati, pascoli e percorsi per l’acqua.

Myanmar e Siria guidano la lista delle vittime 2024

Il 2024 concentra i valori più alti in Myanmar e Siria. Myanmar registra 2.029 vittime, il doppio del 2023 secondo il rapporto annuale. Siria arriva a 1.015. Seguono Afghanistan a 624 e Ucraina a 293, poi Nigeria, Mali, Yemen, Burkina Faso, Iraq, Colombia e Sudan con soglie comprese tra 275 e 107.

La geografia indica due motori diversi. In Myanmar la contaminazione si lega a un conflitto ancora ramificato tra esercito e gruppi armati. In Siria l’esplosione dei casi accompagna rientri, spostamenti e ritorno ai terreni dopo anni di guerra. Reuters ha registrato lo stesso aumento accanto al logoramento politico del bando internazionale.

Nel 2025 la Siria sale a 1.602 casi preliminari

Il rilascio ICBL-CMC del 16 giugno 2026, riferito al periodo gennaio-dicembre 2025 con raccolta fino a maggio 2026, attribuisce alla Siria 1.602 vittime da mine e residuati esplosivi. Nella stessa lista seguono Myanmar, Afghanistan, Palestina, Nigeria e Ucraina. Il totale supera 5.000 persone in 40 Paesi, quota minima perché molte aree di guerra non hanno registrazione continua degli incidenti.

La graduatoria 2025 affianca alla contabilità sanitaria un fatto politico: gli ordigni restano attivi quando il fronte si sposta, quando la catena di comando cambia e quando la popolazione rientra nei villaggi senza mappe affidabili dei campi minati.

Ordigni improvvisati: la soglia giuridica non basta

Nel 2024 le mine improvvisate ad attivazione della vittima causano 2.077 casi, più di ogni altra categoria registrata. La definizione materiale conta meno del meccanismo: se l’innesco avviene per presenza, prossimità o contatto della persona, l’ordigno rientra nella famiglia delle mine vietate dal trattato.

Le mine antiuomo prodotte industrialmente segnano un’altra curva: 1.540 vittime nel 2024, triplo sulla cifra 2020 e massimo annuo dal 2011. La crescita indica disponibilità di stock, produzione residua o trasferimenti recenti, cioè una catena che la norma di Ottawa intendeva spezzare.

Ottawa sotto pressione: cinque recessi europei e adesione libanese

Il trattato del 1997 vieta uso, produzione, trasferimento e stoccaggio di mine antiuomo, oltre a imporre distruzione degli stock, bonifica dei territori contaminati e assistenza alle vittime. Nel registro dell’Anti-Personnel Mine Ban Convention compaiono cinque recessi: Estonia, Lettonia e Lituania dal 27 dicembre 2025, Finlandia dal 10 gennaio 2026 e Polonia dal 20 febbraio 2026.

Il Libano ha depositato l’adesione il 1 maggio 2026, con entrata in vigore fissata al 1 novembre 2026. Human Rights Watch ha segnalato lo stesso passaggio come inversione della linea europea di uscita. La divergenza ha peso politico: il Libano rimane un Paese con contaminazione storica e guerra recente, assumendo obblighi proprio dentro una pressione militare elevata.

Stock residui e arsenali fuori dal bando

La parte meno visibile del problema sta negli stock. Il registro 2025 indica 94 Stati che hanno dichiarato conclusa la distruzione delle proprie mine antiuomo, per oltre 55 milioni di ordigni eliminati. Tra i non aderenti al bando figurano 31 Stati, con stime di stock sotto i 50 milioni di mine.

La Russia viene stimata a 26,5 milioni di mine antiuomo in deposito, Pakistan a 6 milioni, India tra 4 e 5 milioni, Cina sotto i 5 milioni e Stati Uniti a 3 milioni. La quantità in deposito non coincide con uso sul terreno ma indica la massa materiale che rende fragile il divieto quando governi o gruppi armati riaprono il discorso sulla produzione.

Bonifica e sostegno ai sopravvissuti: i fondi non seguono il bisogno

Nel 2024 l’azione contro le mine riceve 1,07 miliardi di dollari tra fondi nazionali e internazionali. L’incremento complessivo del 4% nasce dai programmi nazionali, arrivati a 306,3 milioni. I contributi internazionali scendono invece a 761 milioni, con un calo del 5%.

La distanza più severa riguarda i sopravvissuti. L’assistenza diretta alle vittime scende a 36,4 milioni di dollari, il 23% in meno del 2023 e appena il 5% dei fondi internazionali. La spesa reale include protesi, interventi chirurgici, riabilitazione, reddito perduto e trasferimenti verso ospedali lontani dalle aree rurali.

Il danno civile dopo il fronte

La contaminazione non termina quando cessa il combattimento. Una mina posata per bloccare un varco militare diventa ostacolo alla semina, al pascolo, al rientro degli sfollati e al ripristino di reti elettriche o idriche. In aree rurali basta una strada laterale non bonificata per separare un villaggio dal mercato o dalla scuola.

Il danno colpisce anche chi non viene ferito. Un campo dichiarato insicuro rimane improduttivo, costringe a percorsi più lunghi e spinge bambini e adulti verso itinerari non segnalati. L’Alto Commissariato ONU insiste su questa durata lunga dell’arma: la minaccia continua a incidere anni dopo il posizionamento originario.

La tenuta del bando passa dalla distruzione degli stock

La cifra dei 58 Stati e territori descrive una mappa mobile: guerre recenti, bonifiche lente, sorveglianza incompleta e nuove scelte militari riaprono una tecnologia vietata da quasi trent’anni. La sequenza 2024-2025 segnala una frattura netta: le vittime salgono proprio mentre alcuni Stati rimettono gli ordigni nel proprio vocabolario difensivo.

Il giudizio redazionale è severo. Ogni mina che rimane nel terreno trasferisce una decisione militare dal giorno dello scontro alla vita ordinaria di chi torna a coltivare, attraversa una strada o accompagna un figlio a scuola. Il trattato di Ottawa regge solo se bonifica, distruzione degli stock e sostegno ai sopravvissuti restano più forti della tentazione di riarmare i confini.


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 Junior Cristarella

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