Mirafiori, la Fiom chiede a Stellantis una nuova linea


Il 15 giugno 2026 riunisce due piani della stessa crisi industriale: Torino porta in piazza il timore di perdere capacità manifatturiera e a Roma Stellantis cerca di dare forma al nuovo Piano Italia. Il calendario rende il caso Mirafiori più leggibile perché mette una accanto all’altra la domanda dei lavoratori e la risposta del gruppo.

Nota al lettore: questo articolo separa i fatti dichiarati dai protagonisti dalle valutazioni industriali ricavate dal confronto tra calendario, impegni comunicati e ruolo assegnato ai siti italiani.

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Torino porta Mirafiori sotto la Regione Piemonte

La Fiom Cgil Torino ha scelto il presidio davanti alla Regione Piemonte per dare visibilità a un messaggio politico e industriale insieme: il futuro dell’automotive torinese non si difende con formule generiche. Il messaggio pubblico del sindacato è costruito attorno al rischio di declino industriale ed economico di Torino e del Piemonte, una formula che indica un problema più largo dello stabilimento.

Il perimetro del caso è già definito. ANSA conferma il nucleo della dichiarazione di Edi Lazzi: le rassicurazioni del gruppo vengono giudicate prive di base industriale perché nel piano restano deboli le assegnazioni per l’Italia e ancora più scoperto il polo torinese. La frase arriva nel giorno del confronto tra azienda e organizzazioni sindacali a Roma e per questo entra direttamente nella verifica politica del piano.

Lazzi porta la discussione sul terreno dei prodotti. La sua richiesta è una nuova linea a Mirafiori e produzioni almeno a 200mila unità. In termini industriali, questa soglia serve al sindacato per indicare una fabbrica con carichi di lavoro leggibili, non una presenza simbolica. La differenza è concreta: una linea nuova richiede investimenti su impianti e personale, mentre una semplice continuità produttiva rischia di non generare massa critica per l’indotto.

A Roma Stellantis presenta il pacchetto italiano

Nel confronto con i sindacati, Cappellano mette sul tavolo il valore più visibile del Piano Italia: 5 miliardi di euro entro il 2030 per innovazione, nuove piattaforme, intelligenza artificiale e motorizzazioni. La cifra riguarda il perimetro di spesa con cui il gruppo intende sostenere la trasformazione industriale nel Paese e non equivale a una lista immediata di modelli per Mirafiori.

Reuters conferma il messaggio di fondo uscito dall’incontro: Stellantis non prevede chiusure di stabilimenti italiani e assegna a ogni sito una funzione nel piano. Per Mirafiori il posizionamento dichiarato riguarda innovazione industriale e auto piccole. Proprio qui nasce lo scarto con la Fiom torinese: una funzione generale non basta se non diventa prodotto assegnato, calendario di avvio e saturazione delle linee.

Il piano FaSTLAne 2030, presentato da Stellantis a maggio, contiene oltre 60 nuovi lanci e circa 50 aggiornamenti significativi entro il 2030. La pagina strategica del gruppo indica anche oltre 24 miliardi di euro per piattaforme globali, powertrain e nuove tecnologie. Mirafiori rientra quindi in una competizione interna molto serrata: per restare centrale nel gruppo serve ottenere una quota chiara del ciclo prodotto.

Per Mirafiori conta l’assegnazione dei prodotti

Mirafiori conserva un valore industriale che nessuno dei protagonisti nega. Il problema sollevato dal sindacato riguarda la qualità di quel valore. Una fabbrica che produce modelli in continuità senza una nuova famiglia già programmata resta esposta alle oscillazioni del mercato, soprattutto se il gruppo distribuisce piattaforme e investimenti su più Paesi europei.

La Stampa colloca il ruolo italiano dentro una mappa chiara: Mirafiori e Pomigliano sono associate alle auto piccole, Melfi e Cassino entrano nell’area dei modelli di fascia più alta, Modena resta agganciata al lusso e Atessa ai veicoli commerciali. Per Torino, questo schema conferma una presenza industriale ma non scioglie il nodo posto dalla Fiom sulla necessità di una seconda linea.

Il confronto con altri siti europei rende il tema più concreto. Dove Stellantis assegna una piattaforma globale con un orizzonte produttivo già definito, la fabbrica vede attrezzaggi, formazione e contratti di fornitura muoversi prima dell’avvio della produzione. Dove invece resta una missione ampia, il territorio fatica a trasformare l’annuncio in occupazione stabile.

Il fattore generazionale dentro la fabbrica

La parte più concreta dell’allarme Fiom riguarda il ricambio dei lavoratori. Secondo Lazzi, senza nuovi prodotti gli addetti di Mirafiori arriverebbero alla pensione nel giro di sei o sette anni. La stima merita attenzione perché il declino di una fabbrica passa dal fermo di una linea e dall’assenza di ingresso stabile di nuove competenze.

Lo Spiffero registra lo stesso legame tra investimenti e assunzioni: per il sindacato servono giovani lavoratori con contratto a tempo indeterminato e il personale interinale non basta a indicare un vero investimento. È una richiesta che sposta la vertenza dalla sola produzione al disegno della forza lavoro. Senza organico stabile, anche un investimento tecnologico rischia di non radicarsi nel territorio.

Questa è la ragione per cui la soglia delle 200mila unità assume valore politico. Rappresenta più di un numero di veicoli. Indica la dimensione minima che il sindacato considera necessaria per giustificare turni, assunzioni e continuità della filiera. In una città dove l’automotive ha già perso peso, il volume produttivo diventa anche una misura della tenuta economica locale.

La filiera misura il piano meglio degli annunci

Il destino di Mirafiori riguarda anche la componentistica piemontese. Una scelta produttiva sullo stabilimento pesa su logistica e progettazione. Coinvolge anche i servizi di stabilimento, le aziende specializzate e l’equilibrio occupazionale di un territorio che ha costruito competenze attorno all’auto per generazioni.

Uilm, al termine dell’incontro romano, ha espresso apprezzamento per lo sforzo di rilancio e ha chiesto missioni per tutti gli stabilimenti. Il suo comunicato indica Cassino e Termoli tra le priorità sindacali nazionali, segnalando che il Piano Italia viene valutato stabilimento per stabilimento. La posizione torinese della Fiom si inserisce dentro questa stessa esigenza: non basta una cornice nazionale se ogni sito non riceve un compito industriale leggibile.

Fim Cisl aveva già fissato una richiesta simile a fine maggio, chiedendo volumi in aumento e tempi certi dopo la conferma che i tagli europei non avrebbero riguardato l’Italia. La convergenza tra sigle diverse su volumi e calendario rende più stretta la pressione su Stellantis: il gruppo deve trasformare il Piano Italia in scadenze industriali verificabili.

Gli indicatori che rendono credibile il Piano Italia

Da oggi la credibilità del Piano Italia si misura su alcuni segnali concreti. Il primo è il nome dei modelli assegnati a Mirafiori. Il secondo è la data di avvio industriale. A questi si aggiunge il livello di spesa direttamente legato a linee, attrezzaggi e formazione dei lavoratori.

Il pacchetto da 5 miliardi per innovazione ha un peso, soprattutto se sostiene piattaforme e motorizzazioni utili alla competitività dei siti italiani. Per il polo torinese, però, la domanda resta più stretta: quale prodotto entra in fabbrica, con quale calendario e con quale volume atteso. Senza queste risposte, la rassicurazione aziendale resta più debole della richiesta sindacale.

L’audizione parlamentare di Antonio Filosa del 17 giugno aggiunge un passaggio istituzionale al confronto. Non basta ripetere che l’Italia mantiene centralità. Il Parlamento chiederà di tradurre quella centralità in produzione, occupazione e scelte di investimento. Mirafiori arriva a quell’appuntamento con una domanda già formulata in modo netto dalla piazza torinese.


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 Junior Cristarella

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