per un professionista su due il nodo sono piani terapeutici, note e autorizzazioni


I farmaci innovativi sono riconosciuti come una grande opportunità clinica. Ma tra la possibilità teorica di prescriverli e l’accesso reale del paziente continua a esserci un passaggio critico: la burocrazia.

È questo il dato più netto che emerge dalla nuova Quick Survey di Quotidiano Sanità, realizzata dal team Market Research di Homnya, dedicata agli ostacoli che rallentano l’utilizzo dei farmaci innovativi nella pratica quotidiana. Alla rilevazione hanno partecipato oltre 360 professionisti sanitari distribuiti sul territorio nazionale.

La fotografia è chiara: non è l’innovazione in sé a essere messa in discussione, ma il percorso necessario per renderla effettivamente disponibile al paziente appropriato. Piani terapeutici, note prescrittive, autorizzazioni, criteri di eleggibilità, differenze territoriali e organizzazione dei centri continuano a rappresentare i punti di maggiore attrito.

Il primo dato riguarda la fase del percorso in cui emergono più spesso gli ostacoli. Il 56% dei rispondenti indica come momento più critico quello dei piani terapeutici e delle autorizzazioni. Seguono, molto più distanziate, l’identificazione del paziente eleggibile, indicata dal 21%, e la decisione prescrittiva, segnalata dal 13%.

Il messaggio è forte: il problema non si colloca tanto nel riconoscimento del bisogno clinico o nella valutazione del valore terapeutico, ma nel passaggio amministrativo e organizzativo che deve tradurre l’indicazione in trattamento effettivo.

“Il dato ribalta una lettura troppo semplice del tema”, osserva Gadi Schoenheit, Business Unit Director Market Research di Homnya. “Il problema non sembra essere il valore clinico dell’innovazione, che i professionisti riconoscono, ma la capacità del sistema di trasformare quell’innovazione in accesso reale, nei tempi giusti e con procedure sostenibili”.

La conferma arriva dalla domanda sulle barriere principali. Oltre un professionista su due, il 51%, indica la burocrazia legata a piani, note e autorizzazioni come principale ostacolo. Al secondo posto si collocano i criteri prescrittivi considerati troppo restrittivi, segnalati dal 32% del campione. Più indietro le difficoltà organizzative dei centri, le differenze regionali, l’incertezza sul posizionamento clinico e la scarsa informazione o accettazione da parte del paziente.

La burocrazia, dunque, non appare come un fastidio accessorio, ma come un fattore che può incidere direttamente sul percorso terapeutico. Quando un farmaco innovativo è appropriato ma richiede passaggi complessi, il rischio è che l’accesso si sposti, si ritardi o si concentri solo nei contesti più attrezzati.

“Quando la principale barriera indicata dai professionisti è la burocrazia, non stiamo parlando solo di moduli o procedure”, sottolinea Giada Bassani, Market Senior Research di Homnya. “Stiamo parlando di tempo clinico, di passaggi organizzativi e di pazienti che possono arrivare più tardi alla terapia più adatta”.

Anche l’impatto concreto degli ostacoli è tutt’altro che marginale. Il 31% dei professionisti ritiene che le difficoltà riguardino tra il 10% e il 24% dei casi appropriati. Un ulteriore 26% stima che gli ostacoli coinvolgano addirittura tra il 25% e il 49% dei pazienti candidabili a una terapia innovativa. In altre parole, per una parte rilevante dei professionisti il problema non riguarda casi isolati, ma una quota significativa dei pazienti potenzialmente eleggibili.

Quando l’accesso incontra un ostacolo, la soluzione più frequente è l’invio del paziente a un centro dedicato, indicato dal 59% dei rispondenti. Il 18% dichiara invece di mantenere la terapia standard più a lungo, mentre il 13% rimanda la decisione terapeutica in attesa di accesso.

Il dato sull’invio ai centri dedicati è ambivalente. Da una parte mostra che il sistema trova comunque una risposta organizzativa. Dall’altra segnala che l’accesso all’innovazione tende a dipendere dalla capacità di intercettare il centro giusto, il percorso giusto, la porta d’ingresso giusta. E questo può generare differenze tra territori, setting assistenziali e pazienti.

“L’invio al centro dedicato è una soluzione, ma anche un segnale”, commenta Bassani. “Se quasi sei professionisti su dieci indicano questa strada, significa che l’innovazione tende a concentrarsi dove il sistema è più organizzato. Il rischio è che l’accesso diventi più semplice per chi entra nel circuito giusto e più difficile per chi resta ai margini del percorso”.

Le conseguenze osservate dai professionisti confermano il peso clinico e organizzativo del fenomeno. La più frequente è il ritardo nell’ottimizzazione della cura, indicato dal 29%. Seguono la perdita di opportunità clinica, con il 20%, e il maggior carico burocratico sui team assistenziali, con il 16%.

Il punto, quindi, non è solo amministrativo. Un ritardo nell’accesso a una terapia innovativa può significare ritardo nell’ottimizzazione del trattamento, permanenza più lunga in una terapia standard, carico aggiuntivo per i professionisti, disomogeneità tra pazienti e territori. La burocrazia, in questo senso, diventa una variabile clinica indiretta.

“Il rischio è considerare la procedura come qualcosa di separato dalla cura”, afferma Schoenheit. “Ma quando una procedura rallenta l’accesso a una terapia appropriata, quella procedura entra nel percorso clinico. Non è più solo amministrazione: diventa parte della qualità dell’assistenza”.

Guardando ai prossimi 12 mesi, la richiesta dei professionisti è quasi plebiscitaria. Il 71% indica la semplificazione di piani terapeutici e note prescrittive come principale intervento per sbloccare la prescrizione dei farmaci innovativi. Seguono il maggiore supporto organizzativo dei centri, indicato soprattutto come seconda scelta, e la riduzione delle differenze regionali, segnalata dal 22% nella sintesi territoriale.

La direzione appare quindi molto chiara: i professionisti non chiedono genericamente “più innovazione”, ma percorsi più semplici, criteri più chiari, centri più supportati e minori disomogeneità nell’accesso.

“Il dato sulla semplificazione è il più forte dell’intera survey”, osserva Bassani. “Non dice che le regole non servano. Dice che le regole devono essere comprensibili, sostenibili e proporzionate all’obiettivo: far arrivare il paziente appropriato alla terapia appropriata”.

La lettura territoriale aggiunge ulteriori sfumature. Nel Nord, la burocrazia di piani, note e autorizzazioni è indicata come principale criticità dal 56% dei professionisti, seguita dai criteri prescrittivi troppo restrittivi, al 30%. Nel Centro, la burocrazia resta il primo ostacolo, al 44%, ma cresce il peso dei criteri prescrittivi restrittivi, indicati dal 36%. Nel Sud e nelle Isole, la burocrazia torna al 51%, seguita dai criteri prescrittivi restrittivi, al 31%; in quest’area emerge inoltre con maggiore forza il tema delle differenze territoriali e della necessità di percorsi più omogenei.

Al di là delle differenze tra aree, il messaggio complessivo è uniforme: il valore clinico dei farmaci innovativi è riconosciuto, ma l’accesso continua a dipendere da variabili amministrative, organizzative e territoriali che possono rallentare la presa in carico.

Il tema è particolarmente rilevante perché l’innovazione terapeutica, per definizione, non produce valore solo quando viene approvata o resa disponibile sul mercato. Produce valore quando arriva al paziente giusto, nel momento giusto, attraverso un percorso chiaro e sostenibile per i professionisti.

La survey suggerisce quindi una chiave di lettura precisa: la partita dei farmaci innovativi non si gioca soltanto sulla disponibilità delle molecole, ma sulla capacità del sistema di assorbirle, governarle e renderle accessibili senza trasformare ogni passaggio in un percorso a ostacoli.

“L’innovazione non è completa quando esiste una nuova terapia”, conclude Schoenheit. “È completa quando quella terapia può essere utilizzata in modo appropriato, uniforme e sostenibile. Se il sistema riconosce il valore clinico ma moltiplica gli ostacoli amministrativi, il rischio è creare un’innovazione a metà”.

La richiesta che arriva dai professionisti è dunque concreta: meno complessità inutile, più chiarezza nei criteri, più supporto ai centri e minori differenze territoriali.


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