Data center AWS, l’acqua diventa metrica industriale


Il dato da cui partire è semplice: un data center non vive in astratto. Occupa suolo, assorbe elettricità, dialoga con acquedotti e restituisce al territorio una domanda nuova di infrastrutture. La sostenibilità idrica si misura quindi nel punto in cui il cloud incontra reti reali, tubazioni, falde, bacini e amministrazioni chiamate ad autorizzare nuovi siti.

Premessa utile: nel settore si distinguono prelievo diretto, acqua evaporata nel raffreddamento, acqua recuperata da fonti non potabili e impronta indiretta legata alla produzione elettrica. Mescolare questi piani genera numeri suggestivi e poco utili; separarli consente di valutare il comportamento di un operatore cloud con maggiore precisione.

Sommario dei contenuti

Milano porta l’acqua nei permessi dei data center

Tech4Water: Milan Edition ha riunito a Milano utility, amministrazioni locali e operatori industriali attorno a un tema ormai centrale per le infrastrutture digitali. La cronaca di ANSA registra la cornice dell’iniziativa AWS dell’11 giugno 2026 e conferma il nucleo del confronto: innovazione, territori e sostenibilità idrica applicati ai data center.

Il passaggio da osservare riguarda la natura del tavolo. Il confronto ha affrontato il governo della risorsa in senso industriale. Un campus cloud nasce dentro un sistema di vincoli locali: disponibilità d’acqua, resilienza della rete, stress estivo, domanda elettrica, capacità di riuso e qualità dei dati pubblicati. Per questo la presenza delle utility ha valore sostanziale. Senza chi gestisce tubazioni e bilanci idrici, la promessa di efficienza rimane scollegata dal territorio che ospita il sito.

Sergio Gianotti, Head of Public Sector AWS Italia, ha collocato l’iniziativa dentro la convergenza fra trasformazione digitale e sostenibilità. La formula apre una questione verificabile: un data center affidabile deve dimostrare continuità di servizio insieme alla qualità delle misure sull’acqua prelevata e sugli interventi nel bacino idrico in cui opera.

Il raffreddamento decide il rapporto con il territorio

La variabile idrica entra soprattutto dal raffreddamento. AWS dichiara di usare per la maggior parte dell’anno il raffreddamento ad aria esterna e di ricorrere all’evaporativo nelle ore più calde. Questo schema limita il consumo d’acqua rispetto a sistemi che evaporano per periodi più lunghi e allo stesso tempo evita di sostituire ogni litro con molta più elettricità richiesta da refrigeratori meccanici.

I dati pubblicati da About Amazon indicano che nei progetti più recenti l’aria esterna viene sfruttata fino a circa il 90% dell’anno. Il ricorso all’acqua scatta in condizioni di temperatura elevate, con soglie operative innalzate nei test interni. La scelta non elimina il conflitto tra acqua ed energia. Lo rende esplicito: un chilowattora risparmiato dal raffreddamento meccanico alleggerisce la rete elettrica, un litro evaporato incide invece sul bacino locale. La qualità della progettazione sta nel misurare entrambe le grandezze nello stesso periodo e nello stesso sito.

Il tema è particolarmente sensibile nei territori soggetti a estati più calde. Il raffreddamento evaporativo concentra la domanda idrica proprio quando fiumi, invasi e reti urbane lavorano sotto pressione. Per questa ragione la discussione sui data center non si chiude con una media annuale: servono profili stagionali, soglie di temperatura, disponibilità di acqua recuperata e scenari di stress durante i picchi.

WUE e PUE: numeri utili solo se hanno perimetri chiari

WUE, Water Usage Effectiveness, indica i litri d’acqua associati a ogni chilowattora di carico IT. AWS ha dichiarato per il 2025 una media globale di 0,12 litri per kWh e un miglioramento del 52% rispetto al 2021. La società affianca a questo dato una PUE media globale 2024 pari a 1,15, inferiore alla media dichiarata per il cloud pubblico e ai valori tipici di molti ambienti aziendali on premise.

Il dato globale sui prelievi idrici è altrettanto rilevante: AWS ha comunicato circa 2,5 miliardi di galloni prelevati nel 2025 dal proprio perimetro mondiale di data center, con una riduzione annua del 2% nei siti posseduti o gestiti direttamente. Il numero fotografa l’acqua operativa, non l’acqua usata dalle centrali elettriche che alimentano la rete e non l’acqua incorporata nei cantieri. The Verge ha messo in evidenza proprio questa separazione di confini, mentre Latitude Media ha sottolineato che il primo rilascio pubblico del totale annuale non fornisce ancora una serie storica completa per ogni area geografica.

Il confronto con l’industria richiede attenzione. AWS sostiene di operare con un’efficienza idrica superiore di oltre sette volte alla media del settore, calcolata su una metodologia adattata a studi peer reviewed e dati del Dipartimento dell’Energia statunitense. Il valore è significativo perché introduce un riferimento quantitativo. La verifica più utile per amministrazioni e clienti rimane però quella sito per sito: stessa unità di misura, stesso anno, stessa distinzione tra prelievo diretto, consumo evaporato e acqua restituita al bacino.

Water positive al 2030: il nodo è la restituzione misurabile

AWS ha fissato per il 2030 l’obiettivo water positive, cioè restituire alle comunità più acqua di quella usata nelle proprie operazioni. Nel 2025 la società dichiara di essere arrivata al 75% del percorso e di avere progetti capaci di restituire ogni anno oltre 5,8 miliardi di galloni una volta a regime. La grandezza indica un impegno di reintegro e miglioramento dei bacini, con una logica diversa dalla compensazione contabile del singolo litro prelevato da un server.

La parte più concreta della strategia riguarda il riuso. AWS segnala 26 strutture già alimentate al 100% con acqua recuperata e contratti per estendere questo modello a oltre 130 sedi. La differenza tra un sito che usa acqua potabile e un sito che impiega acque reflue trattate ha conseguenze dirette sulla competizione con famiglie, agricoltura e servizi pubblici nelle giornate di carenza. Per i territori, l’informazione più seria riguarda la fonte idrica impegnata nel comune che ospita l’infrastruttura.

Bergamo: il cloud entra dentro la rete idrica

Il caso più concreto legato all’iniziativa italiana è il progetto su Bergamo. Amazon Press Center Italia descrive la collaborazione tra AWS, Aganova e Uniacque per individuare perdite nelle condotte di grande diametro attraverso rilevamento acustico, analisi cloud e intelligenza artificiale. La stima pubblica parla di circa 200 milioni di litri d’acqua recuperati ogni anno per i prossimi dieci anni, quantità paragonata a circa 80 piscine olimpioniche o al consumo annuo di 1.300 famiglie.

La tecnologia impiegata è una sfera intelligente inserita nella condotta, capace di viaggiare con il flusso d’acqua senza interrompere il servizio. I segnali acustici raccolti durante il percorso vengono analizzati per localizzare anomalie, stimare la severità della perdita e guidare gli interventi di riparazione. Il valore sta nella capacità di ispezionare arterie primarie, spesso difficili da monitorare con strumenti esterni e responsabili di perdite molto grandi anche quando la rottura resta invisibile in superficie.

La certificazione idrica segue una metodologia di volumetric water benefit accounting e prevede monitoraggi lungo il decennio. Questo aspetto è importante per evitare che il recupero venga trattato come una promessa istantanea. L’acqua conservata deve emergere dalla combinazione tra perdita individuata, intervento eseguito, portata stimata e continuità del beneficio negli anni successivi.

Le reti italiane rendono il tema immediato

Il contesto nazionale dà peso al progetto bergamasco. I dati Istat pubblicati nel 2026 indicano che nel 2024 l’Italia ha prelevato 8,87 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, il valore più basso degli ultimi 25 anni. Allo stesso tempo il Paese rimane ai vertici europei per prelievo pro capite da fonti d’acqua dolce destinate al potabile.

La fragilità è concreta. Nel 2024 il razionamento nei capoluoghi di provincia e città metropolitana ha coinvolto oltre un milione di residenti. Nel 2025 le famiglie che dichiarano irregolarità nel servizio idrico sono salite a 2,7 milioni, pari al 10,2% del totale. In un quadro simile, ogni progetto che intercetta perdite nelle reti assume valore infrastrutturale prima ancora che reputazionale.

L’Italia mostra anche un paradosso industriale. La filiera economica legata ad acqua e reflui vale miliardi. La quota destinata a rendere più efficiente il prelievo e conservare la risorsa rimane limitata. Per gli operatori cloud, inserirsi in questo spazio significa passare da un discorso generale sulla sostenibilità a interventi misurabili su reti locali già sotto pressione.

Saragozza amplia la logica oltre le condotte urbane

Il progetto spagnolo citato da AWS a Saragozza aiuta a capire la varietà degli interventi. Lì la società lavora sulla valorizzazione del deflusso agricolo, con l’obiettivo di alimentare un boschetto di pioppi e limitare i prelievi dal fiume Ebro. Il vantaggio nasce da un intervento sul bacino idrico che compensa pressione e vulnerabilità locali oltre il perimetro fisico del data center.

Questa impostazione chiarisce il significato industriale del water positive. Un operatore cloud controlla torri di raffreddamento e sale server, poi deve negoziare con territori in cui l’acqua ha usi concorrenti: potabile, agricolo, industriale, ambientale. Ogni intervento credibile deve indicare bacino, durata, volume atteso e sistema di controllo. Senza queste coordinate, il reintegro diventa un messaggio ambientale debole.

L’Europa porta l’impronta idrica nei registri dei data center

La Commissione europea colloca i data center tra le infrastrutture indispensabili per l’economia digitale e allo stesso tempo segnala il loro impatto ambientale, con attenzione specifica all’acqua di raffreddamento e alle emissioni quando l’energia non è decarbonizzata. Il consumo elettrico globale dei data center è indicato intorno a 415 TWh annui e viene proiettato oltre 945 TWh entro il 2030 nel quadro dell’accelerazione dell’AI.

La nuova disciplina europea sull’efficienza energetica impone ai grandi data center obblighi di monitoraggio e comunicazione delle prestazioni. Il database europeo raccoglie indicatori legati a energia, performance e impronta idrica. Per il mercato questo significa una cosa molto concreta: l’efficienza dei data center passerà anche da registri comparabili e da criteri armonizzati, oltre alle certificazioni volontarie.

Su Sbircia la Notizia Magazine abbiamo già esaminato l’impatto atteso della crescita AI nell’approfondimento Data center IA, 9.300 miliardi di litri d’acqua al 2030. Il confronto aperto da AWS a Milano porta quella traiettoria globale dentro una scala locale, dove la metrica idrica si lega a condotte, bacini e permessi amministrativi. Nella stessa direzione si inserisce anche il lavoro su energia e modularità trattato nel pezzo ABB accelera sui data center per l’AI.

Le domande che aziende e PA devono fare ai fornitori cloud

Il tema idrico entra anche negli acquisti pubblici e nei contratti enterprise. Un cliente che compra capacità cloud deve andare oltre regione, latenza e prezzo. Deve pretendere il valore WUE del sito, il perimetro della misura, la quota di acqua recuperata, le soglie di temperatura per il raffreddamento evaporativo e la distinzione tra acqua diretta e impronta indiretta dell’elettricità.

Per le amministrazioni locali, la stessa logica vale in sede autorizzativa. Un nuovo data center porta occupazione qualificata, investimenti elettrici e capacità digitale. Porta anche richieste sulle reti idriche e sulle reti energetiche. Il bilancio corretto nasce quando benefici industriali e limiti ambientali vengono misurati nello stesso documento, con dati annuali e stagionali disponibili per il territorio.

Il segnale da Milano

Tech4Water indica una maturazione del confronto sui data center in Italia. La domanda pubblica riguarda le metriche da associare a ogni nuovo sito e il beneficio misurabile che torna alla rete idrica locale.

Per AWS il vantaggio industriale sta nella capacità di presentarsi con numeri, casi territoriali e un obiettivo al 2030 già monitorato. Per il mercato italiano il segnale è ancora più ampio: l’acqua diventa una condizione di credibilità del cloud. Chi progetta data center dovrà parlare il linguaggio di acquedotti, bacini e amministrazioni con la stessa precisione con cui parla di latenza e potenza di calcolo.


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 Junior Cristarella

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