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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di martedì 9 giugno 2026.
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CLAUDIO FAZZONE
Alcuni politici vincono le elezioni, altri le costruiscono: arrivano al giorno del voto con il risultato già scritto. Il senatore Claudio Fazzone, Coordinatore di Forza Italia nel Lazio, lo ha fatto ancora una volta. Ci è riuscito con la tripla prova delle ultime settimane: elezioni del presidente della Provincia di Latina a marzo, rinnovo del Consiglio Provinciale ieri sera, nel mezzo anche il rinnovo del Consiglio comunale di Fondi. (Leggi qui: Latina, il centrodestra vince tutto. È la morte di un asse decennale).
Tre mesi fa Fazzone aveva convinto tutti a convergere su Federico Carnevale, sindaco di Monte San Biagio, come candidato unitario del centrodestra alla presidenza della Provincia di Latina. Una scelta non ovvia, un nome non scontato, una trattativa condotta con la pazienza e la fermezza di chi sa che l’unità non si proclama: si negozia. Carnevale aveva vinto.
Meglio non parlare delle strategie messe in campo alle Comunali nella sua Fondi: non c’è stata storia ed ancora una volta dalle urne è uscito un quasi – monocolore. (Leggi qui: Fondi, giochi fatti per la giunta: Forza Italia fa il pieno, le briciole alle civiche).
Secondo tempo
Domenica sera il secondo tempo. Forza Italia è risultata il primo Partito della Provincia di Latina con il 34,20% dei voti ponderati — davanti a Fratelli d’Italia al 31,05%, davanti alla Lega al 9,30%, davanti a un centrosinistra unificato che con tutto il suo campo largo ha raccolto il 22,16%. Il centrodestra complessivamente al 74,55%: tre voti su quattro.
È il completamento di un disegno politico preciso. Prima costruire la presidenza con un candidato capace di tenere insieme la coalizione. Poi consolidare il peso di Forza Italia nel Consiglio che quella presidenza deve sostenere. Carnevale governa con nove consiglieri su dodici. Forza Italia ne esprime quattro — la quota più consistente.
C’è un dettaglio che non va trascurato: Fazzone ha ottenuto questo risultato dopo anni in cui qualcuno lo aveva dato per finito — le inchieste su Fondi, le tensioni interne, i momenti difficili che chiunque altro avrebbe usato come scusa per ritirarsi. Lui no. Ha resistito, ha lavorato, ha ricostruito. E oggi governa la Provincia più complessa del Lazio meridionale con una maggioranza che tre anni fa sembrava impossibile.
Re Mida della politica pontina. Quello che tocca, vince.
ANTONIO POMPEO
Esiste una costante nella carriera di Antonio Pompeo: ogni volta che smette di occupare la prima fila, trova il modo di costruire qualcosa che dura più a lungo di un mandato elettorale.
Due mandati da sindaco di Ferentino. Due mandati da presidente della Provincia di Frosinone. Un tentativo mancato all’ultimo miglio per la riforma della riforma Delrio, portata fino ad un passo dall’approvazione in Commissione, fermata solo dalla caduta del governo Draghi. Poi le Regionali ed i 15mila voti sul suo nome contati ad uno ad uno.
Ora che è immediatamente a ridosso della prima linea ha scelto di mantenere il passo. E di costruire: l’impegno nell’organizzazione de I Riformisti di Lorenzo Guerini nel Lazio, il lavoro professionale da consulente legale ed amministrativo prevalentemente a Roma.
E nel mezzo di tutto questo: il Real Ferentino.
Un filo preciso con Ferentino
Non è una parentesi: è un filo che racconta qualcosa di preciso su chi è Pompeo quando non deve rendere conto agli elettori. Tra i fondatori di una squadra di Calcio a 5 nata nove mesi fa dal nulla, campione d’Italia Under 21, con maglie amaranto, il giglio e le mura ciclopiche. Con i tifosi che partono alle 4 di mattina per Reggio Emilia ed assistere alla finale. (Leggi qui: Real Ferentino, 9 mesi per partorire… il sogno più bello: lo scudetto Under 21).
Il principio è lo stesso che ha applicato alla Provincia: il territorio non si amministra dall’alto, si costruisce dal basso. Con le persone, con i progetti, con la pazienza di chi sa che i risultati arrivano se le basi sono solide.
Re Mida trasformava in oro tutto quello che toccava. Pompeo trasforma in comunità tutto quello che costruisce. È una dote più rara. E più utile.
Il tocco magico. Senza bisogno di voti.
FLOP
OMAR SARUBBO
In Letteratura esiste un genere politico molto diffuso: “l’autodenuncia involontaria”. Consiste nel criticare con sdegno autentico qualcosa che il proprio Partito ha fatto, fingendo (o peggio, avendo davvero dimenticato) di esserne stato parte. Omar Sarubbo, segretario provinciale del PD di Latina, ne ha offerto ieri una variante particolarmente riuscita.
Lo ha fatto commentando le catastrofiche (per il Pd) elezioni di domenica per il rinnovo del Consiglio Provinciale: «elezioni di secondo livello che storicamente consegnano risultati perlopiù scontati e cristallizzati», parole sue, non nostre. Sarubbo ha colto l’occasione per sparare a zero sulla legge Delrio. «Con l’illusione di tagliare le spese si è solo tagliata la democrazia», ha scritto, invocando il ritorno al voto diretto per le Province e una loro «piena dignità istituzionale».
Tutto giusto. Tutto condivisibile. Con un piccolo, trascurabile dettaglio: la legge Delrio porta il nome di un ministro del governo Renzi, è stata approvata nel 2014 con i voti del Partito Democratico ed è stata difesa per anni come una delle grandi riforme modernizzatrici di quel ciclo politico. Il Segretario Nazionale che la volle si chiamava Matteo Renzi. Quello stesso Renzi che ha poi ripudiato il Pd, ma le cui leggi continuano a sopravvivergli nelle conseguenze.
Sostanza e merito
Sarubbo ha perfettamente ragione nel merito. Le Province contano, i territori hanno bisogno di un livello istituzionale intermedio forte, e votare solo tra sindaci e consiglieri comunali è una limitazione democratica reale.
Il problema è che questa consapevolezza sarebbe arrivata molto più puntuale nel 2013, quando c’era ancora tempo per opporsi. Quando in tantissimi dicemmo, scrivemmo, argomentammo, dimostrammo conti alla mano che quella legge era una inutile sciocchezza e se si voleva risparmiare davvero sarebbe bastato abolire le Regioni: quelle si, davvero inutili.
Oggi suona come uno di quei cartelli «lavori in corso» che compaiono quando la strada è già stata smontata. Nella politica italiana, del resto, non è raro che i Partiti scoprano i propri errori con un decennio di ritardo e li denuncino con la stessa energia con cui li avevano commessi. È una forma di coerenza, a modo suo. Basta non chiamarla memoria.
Restituiteci l’autocritica.
MARROCCO – GAGLIONE
L’inizio è stato in salita: sia per un sindaco tra i più esperti in Ciociaria com’è Ennio Marrocco e sia che per il giovane debuttante Luigi Gaglione che aspirava a prenderne il posto con il voto Comunale del mese scorso. Entrambi hanno sbandato in maniera clamorosa: nello stesso posto e nello stesso momento. Mettendo le ruote fuori strada. È accaduto durante il Consiglio comunale di insediamento degli eletti.
Al momento di eleggere il Presidente del Consiglio Comunale vengono indicati gli scrutatori e si procede alla votazione. Ufficialmente né la maggioranza né l’opposizione hanno un candidato: ma è chiaro che ciascuno punterà su un nome ben preciso, come da istruzioni fornite da Marrocco e Gaglione ai rispettivi gruppi. E cioè l’ingegnere Antonio Mauro Valente per i 9 consiglieri della maggioranza ed Irene De Angelis Curtis per i 4 dell’opposizione.
La sbandata avviene al momento dello spoglio. Risultato: 6 voti a Valente, 4 voti a De Angelis Curtis, 3 voti dispersi andati rispettivamente a Daniele Conte, Giuseppe Risi ed una scheda votata con la parola Si.
Messaggi tra le righe
Il messaggio è chiarissimo: qualcuno ha voluto dare una tiratina alla giacca del sindaco dicendogli da subito che ha i numeri per farlo cadere unendo i suoi voti a quelli della minoranza. Infatti, 4 più 3 fa sette e ribalta la situazione.
La risposta di Ennio Marrocco non è stata delle più gentili: ha riunito la sua maggioranza ed ha messo in chiaro che non intende farsi puntare alcuna pistola politica alla tempia. Glielo ha detto a brutto muso. Luigi Gaglione invece è rimasto inebetito: ancora non si è ripreso dalla sconfitta, arrivata nonostante l’investitura ufficiale del Segretario Provinciale Pd Achille Migliorelli e la divisione del voto leghista alle urne di Cervaro.
Talmente intontito da non prendere la parola e far notare che 6 non è la maggioranza di 12. Il Regolamento, in materia non è chiaro ed una telefonata ad un esperto amministrativista come l’avvocato Massimo Di Sotto gli avrebbe fornito al volo un’arma affilata per innescare il caso in pieno Consiglio Comunale. Ha perso l’occasione.
Doppia sbandata.
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