Quando la crisi di liquidità evita la condanna per omesso versamento. La Cassazione chiarisce i limiti della forza maggiore e l’obbligo di prova per l’imprenditore in difficoltà.
Gestire un’azienda significa spesso trovarsi tra l’incudine e il martello: da una parte ci sono i fornitori e lo Stato che pretendono i pagamenti, dall’altra ci sono i clienti che ritardano o non saldano le fatture. Quando questa situazione porta a una crisi di liquidità, la paura più grande per un imprenditore è quella di finire nel mirino della giustizia per non aver versato le imposte. La domanda che sorge spontanea e angosciante è la seguente: in caso di evasione Iva, vengo condannato se i clienti non mi pagano? Fino a poco tempo fa, la risposta dei tribunali era quasi sempre severa. Tuttavia, una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha aperto uno spiraglio importante, suonando come una voce fuori dal coro rispetto al passato. I giudici hanno stabilito che non scatta automaticamente la condanna penale se l’imprenditore dimostra che il mancato pagamento è dovuto a cause di forza maggiore, come il rifiuto ingiustificato delle banche di concedere credito o il mancato incasso dai propri clienti. In questo articolo vi spiegheremo nel dettaglio quali sono le condizioni per evitare la prigione, analizzando come si deve comportare l’imprenditore per provare la sua innocenza e quali documenti servono per dimostrare che pagare era diventato oggettivamente impossibile.
Basta la crisi aziendale per non pagare le tasse?
Molti pensano che basti avere i conti in rosso per giustificare il mancato versamento dell’Iva all’Erario. Purtroppo, la regola generale è molto rigida. Il reato di omesso versamento Iva (art. 10-ter del D.lgs. n. 74/2000) scatta quando non si versa l’imposta dovuta per un importo superiore alla soglia di punibilità di 250 mila euro entro i termini di legge.
Solitamente, ai giudici non interessa se l’azienda è in difficoltà: l’obbligo di pagare le tasse è prioritario. Tuttavia, la Corte di Cassazione (sent. n. 35696 del 14-12-2020) ha accolto il ricorso di un manager che era stato condannato a otto mesi di reclusione. La Corte d’Appello di Perugia aveva confermato la condanna nonostante l’uomo sostenesse di non aver pagato perché la sua S.r.l. era in una profonda crisi di liquidità. La novità sta nel fatto che i giudici supremi hanno ritenuto validi i motivi della difesa, smontando l’impianto accusatorio che vedeva nella crisi un fatto irrilevante. Quindi, la crisi aziendale da sola non basta, ma diventa fondamentale se accompagnata da prove specifiche che dimostrano l’impossibilità assoluta di adempiere.
Quando la mancanza di soldi diventa forza maggiore?
Il punto centrale della questione giuridica è il concetto di forza maggiore. Per la legge, la colpevolezza del contribuente non è esclusa automaticamente dalla crisi di liquidità del debitore alla scadenza del termine fissato per il pagamento.
Tuttavia, il dissesto societario può assumere rilievo come causa di forza maggiore (e quindi scagionare l’imputato) a patto che vengano rispettate condizioni molto severe. Non basta dire “non ho soldi”. Bisogna assolvere a precisi oneri di allegazione. Questo significa che l’imputato deve portare in tribunale prove concrete che dimostrino due cose:
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l’effettiva esistenza della crisi di liquidità;
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che tale crisi non era in alcun modo fronteggiabile tramite altre strade.
Il giudice deve valutare in concreto se la crisi fosse risolvibile, ad esempio, tramite il ricorso ad apposite procedure o, non ultimo, attraverso il ricorso al credito bancario (Cass., sent. n. 35696 del 14-12-2020). Se l’imprenditore aveva ancora margine per farsi prestare soldi e non lo ha fatto, la condanna resta.
Cosa devo dimostrare al giudice per essere assolto?
Per evitare la condanna, l’imprenditore ha un compito difficile: deve provare di aver fatto l’impossibile. La sentenza chiarisce che l’imputato deve dimostrare di aver posto in essere tutte le misure idonee a reperire la liquidità necessaria per adempiere il proprio debito fiscale.
Attenzione, perché la richiesta è molto alta: queste misure includono anche azioni sfavorevoli per il proprio patrimonio personale. In pratica, se l’azienda non ha soldi ma l’imprenditore ha beni personali che poteva usare per salvare la situazione fiscale e non lo ha fatto, non può invocare la forza maggiore. Inoltre, è necessario dimostrare che l’insuccesso di questi tentativi (cioè il fatto di non aver trovato i soldi) è dovuto a una causa a lui non imputabile. Nel caso specifico analizzato dalla Corte, la prova decisiva è stata duplice:
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il rifiuto della banca di sottoscrivere un accordo transattivo (una ristrutturazione del debito) che era stato proposto;
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il successivo fallimento della società.
Questi elementi provavano che l’imprenditore aveva tentato di trovare un accordo con l’istituto di credito, ma che questo era stato mandato all’aria senza un valido motivo (o comunque per volontà altrui), rendendo impossibile il pagamento.
Come funziona se ho fatto fattura prima di incassare?
Un aspetto tecnico molto delicato riguarda il momento in cui si emette la fattura. Spesso l’Iva non si versa perché non si è incassata l’Iva dal cliente (il cosiddetto “mancato incasso per altrui inadempimento”).
La Cassazione specifica che, se l’omesso versamento dipende proprio dal fatto che i clienti non hanno pagato, l’imprenditore deve fornire un’ulteriore prova. Deve spiegare e provare i motivi che lo hanno spinto all’emissione della fattura antecedentemente alla ricezione del corrispettivo (Cass., sent. n. 35696 del 14-12-2020).
In altre parole, il giudice vuole sapere: “Perché hai emesso la fattura (facendo scattare l’obbligo di versare l’Iva) se non avevi ancora i soldi in mano?”. Se non si giustifica questa scelta commerciale, dimostrando di aver adottate tutte le iniziative per farsi pagare, la giustificazione del “cliente moroso” potrebbe non reggere.
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Angelo Greco
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