Righini, via libera a Mastrangeli, stop agli inciuci nei Comuni. E per la Provincia…

Nelle democrazie mature esiste una forma di comunicazione politica che i giornalisti anglosassoni chiamano dog whistle, il fischietto per cani, quello che gli umani non sentono ma i destinatari sì. Giancarlo Righini, assessore regionale e capo delegazione di Fratelli d’Italia nella giunta Rocca, lo ha usato ieri sera Teleuniverso per suonarlo lungo due ore. Chi non sapeva dove mettere l’orecchio ha sentito solo un’intervista. Chi conosceva il codice ha sentito una mappa del futuro politico della Ciociaria.

Il personaggio e il ruolo

Giancarlo Righini negli studi di A Porte Aperte (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Il primo punto politico messo in chiaro: chi è Giancarlo Righini. La sua calata in Ciociaria è stata vissuta da alcuni ambienti di Fratelli d’Italia come un’invasione: l’intromissione romana sulle dinamiche della provincia di Frosinone. Che il suo arrivo abbia innescato scintille è innegabile. Lui non nega: ma rifiuta subito i panni dell’invasore e preferisce quelli dell’ufficiale con i galloni sulla giubba: «Io sono il capo delegazione di Fratelli d’Italia nella Giunta regionale del Lazio e questo mi assegna anche un po’ il compito di raccordo tra i vari assessori che sono espressione del mio movimento politico. E questo ovviamente comporta una presenza anche in tutti i territori regionali. Spero di non essere eletto come un ingombro ma come un’opportunità».

Gli fanno notare: la reazione, la misura pure lei: il fastidio c’è ed in alcuni casi è palpabile. Risponde l’assessore «Le persone intelligenti forse possono considerarmi come un’opportunità e chi invece ha da difendere il proprio orticello mi legge come un ingombro. È una questione dell’intelligenza delle persone. Io sono notoriamente aperto al confronto con chiunque e so scindere tra il ruolo di assessore e quello di dirigente di Partito: sono due giacche che non possono, non devono essere indossate contemporaneamente».

Unica componente FdI

Giancarlo Righini ai tempi della prima elezione nel 2013

Il che non sgombra il campo. La domanda allora è diretta, con il mirino puntato alla linea di galleggiamento: Ma vuole creare una sua componente? Intende creare una sua area di pensiero?

«Assolutamente no. Sono tra i fondatori di Fratelli d’Italia. E sono stato il primo Consigliere regionale della storia di Fratelli d’Italia, eletto in quel lontano febbraio del 2013. Si votava nelle regioni Lazio, Lombardia e Molise. Eleggemmo nessun consigliere regionale in Molise, un consigliere regionale Lazio e cioè il sottoscritto, un consigliere regionale in Lombardia. Proprio per questo, per la mia storia personale, non posso permettermi di creare aree di pensiero. Io continuo a pensare di dover rappresentare l’unico pensiero politico in cui mi riconosco: che è quello di Fratelli d’Italia.

Allora perché dà fastidio ad alcuni? «Qualche volta posso anche dire e fare cose che possono essere elette come scomode ma vanno sempre ed esclusivamente nell’interesse del governo del territorio e del mio Partito di riferimento che è Fratelli d’Italia. Perché il nostro obiettivo deve essere quello di calare sul territorio il nostro pensiero: che non è quello di Giancarlo Righini ma è quello di Fratelli d’Italia».

No ad invasioni di campo

Giura di non voler invadere, giura di non voler creare nuove aree di pensiero: ma vuole mettere bocca sulle prossime candidature territoriali? «Non l’ho mai fatto. Abbiamo chi è deputato a farlo. Lo Statuto prevede le competenze: il Coordinatore Regionale decide le candidature nelle Province, nelle elezioni Provinciali e nei capoluoghi di provincia. I Segretari Provinciali decidono le candidature negli altri Comuni. Talvolta è richiesta anche la mia opinione: l’ho espressa in passato in favore di tanti rappresentanti di questa provincia che oggi hanno ruoli anche di rilievo. Non so se è stata determinante ma molto probabilmente è stata ascoltata».

Va bene, non l’ha mai fatto. Ma non farà invasione di campo neanche questa volta? «Non Lo farò mai. Non lo farò mai perché non rientra nelle mie prerogative. A meno che il Partito non mi assegni il ruolo di dover decidere le candidature. Ma in quel caso lo farò vagliandole esclusivamente in base a due principi ispiratori: sono la competenza ed il radicamento territoriale. Dobbiamo tenere insieme queste due cose, altrimenti si fanno disastri: una persona molto competente che non ha radicamento e non ha conoscenza territoriale, non può fare scelte giuste nell’interesse del territorio. Allo stesso modo una persona che ha esclusivamente radicamento territoriale non può portare un contributo di idee».

Il solco sulle elezioni provinciali

Foto © AG IchnusaPapers

Il primo tema politicamente esplosivo dell’intervista riguarda la Provincia di Frosinone  e la decisione, presa proprio nelle ultime ore, di entrare nella giunta del presidente Luca Di Stefano con la vicepresidenza ad Alessandro Cardinali. (Leggi qui: Provincia, FdI scioglie il nodo: via libera a Cardinali, poi si vedrà per il Di Stefano 2).

Righini non cita il nome di Cardinali. Non critica esplicitamente la scelta. Ma il ragionamento che costruisce è la confutazione più articolata che si potesse fare di quella decisione. «Non capisco la necessità di andare ad intestarsi deleghe su cose già decise, su cui non si può incidere». Poi, il passaggio del sale sulla ferita aperta: «le vicepresidenze sono ruoli assolutamente inutili». E ancora: «il presidente decide e fa tutto. Non sono previste neanche le figure assessorili. Esistono delle deleghe che sono un po’ inventate per garantire un po’ di rappresentatività ai Consiglieri provinciali».

Traduzione. Ma che ce le siamo prese a fare le deleghe se ormai ha già deciso tutto Di Stefano? Con la riforma Delrio è lui solo a decidere. Gli assessorati, nemmeno sono previsti: sono pennacchi per farsi qualche selfie ed avere un po’ di visibilità.

Luca Di Stefano con il Consiglio

È la tesi che Righini aveva portato nel dibattito interno a FdI, quella che lui e Alessia Savo sostenevano contro la linea del coordinatore provinciale Massimo Ruspandini e del presidente Saf Fabio De Angelis, che ha poi prevalso. Il dibattito si è concluso con la nomina di Alessandro Cardinali. Ma Righini riafferma la posizione per ribadire un altro concetto: prendere gli assessorati rischia ora di legare le mani a Fratelli d’Italia in vista delle Provinciali con cui eleggere il Presidente tra qualche mese.

Obiettivo Provincia

Il punto centrale del suo ragionamento sulla Provincia è uno: il centrodestra ha 8 consiglieri contro 4 del centrosinistra. Se si trovasse un candidato presidente condiviso tra i Partiti che esprimono quegli otto, il risultato sarebbe quello raggiunto pochi mesi fa a Latina75% a 25% per il centrodestra. «Non credo di dire un’eresia», dice. Ma per arrivare a quel risultato bisogna avere le mani libere, non essere già legati da deleghe, da vicepresidenze, da accordi che vincolano la posizione negoziale.

Luca Di Stefano

È qui il nocciolo della sua critica implicita alla scelta fatta ad inizio settimana. «Cito sempre un esempio: Giorgia Meloni oggi fa la premier perché ha avuto il coraggio di non entrare nel governo Draghi. Cosa che qualcuno giudicava una follia: però è stata fatta una scelta di campo e si è continuato ad affermare la propria identità, le proprie convinzioni la propria idea di governo la propria idea di economia di modello sociale di culturale e quello lo ha portato Giorgia».

I tre nomi e l’identikit

Righini non fa nomi per la presidenza della Provincia. Quelli che circolano sono dei sindaci Massimiliano Quadrini (Isola del Liri), Alioska Baccarini (Fiuggi) e Lucio Fiordalisio (Patrica). Quando gli vengono proposti in trasmissione, l’assessore Righini invece di schivare, li commenta uno per uno con un’approvazione che è sostanzialmente un endorsement collettivo.

Alioska Baccarini

«Lucio Fiordalisio lo conosco da più tempo» con il risultato elettorale di Patrica al 78% come conferma della sua qualità. «Quello che ha fatto Massimiliano Quadrini nel suo comune», riconoscimento del lavoro. «Quello che sta facendo Alioska Baccarini a Fiuggi», citazione del modello di sviluppo cominciato dai 50 milioni di debiti comunali ereditati al suo ingresso nella fascia tricolore per arrivare ora alla partnership con Leonardo Maria Del Vecchio.

L’identikit che fornisce però Righini è preciso: «persona di grande competenza amministrativa, di relazioni, che sappia interpretare le esigenze di una provincia molto diversa da nord a sud». E aggiunge un elemento di autocritica politica raro: il rischio che un sindaco diventato presidente della Provincia privilegi la propria area geografica. È un argomento contro i candidati troppo locali e fa pensare che il nome che ha in testa sia qualcuno con una visione più ampia.

L’aspetto più significativo è però un altro: tutti e tre i nomi citati sono sindaci che sono entrati in Fratelli d’Italia negli ultimi anni, provenienti da altre esperienze. Non sono i fondatori storici del Partito. Sono i frutti della politica del «ponte levatoio abbassato», quella apertura che Giorgia Meloni ha imposto e che ha portato FdI dal 13,8% di Alleanza Nazionale al 26-30% attuale. Righini difende questa scelta con convinzione genuina: «se abbiamo più che raddoppiato i voti è perché Giorgia Meloni ha abbassato il ponte levatoio».

Il nodo del consociativismo

Foto © Stefano Strani

C’è un capitolo dell’intervista che ha la forza di un atto di accusa anche se Righini si guarda bene dall’usare questa espressione. Riguarda le coalizioni civiche che mescolano centrodestra e centrosinistra nei Comuni con più di 15.000 abitanti, dove la legge prevede il doppio turno e quindi la presentazione di liste di Partito. «Mi fa venire un po’ l’orticaria». È la sua espressione. Poi diventa più preciso: «in provincia di Frosinone ci sono molti casi, forse anche troppi, dove Fratelli d’Italia non presenta nemmeno la propria lista, nonostante siano Comuni con doppio turno».

Non fa nomi. Ma chi conosce la mappa politica ciociara sa leggere l’elenco implicito: Ferentino e Veroli sono i due casi emblematici. Quella critica non riguarda solo le amministrazioni avversarie: riguarda anche quelle amiche, quelle in cui Fratelli d’Italia siede in giunta dietro uno scudo civico senza aver presentato il proprio simbolo. Il modello che propone è quello opposto: «si confrontino tra loro programmi alternativi, dove c’è chi ha una visione del mondo e c’è chi governa e chi fa l’opposizione».

Il colpo di grazia. «Si vince quando si scelgono progetti politici chiari, nitidi, riconoscibili. E si candidano persone credibili che conoscono e rappresentano il territorio. Il centrodestra non ha nulla da temere e non capisco perché in questa provincia qualcuno si ostini a creare progetti confusi e consociativi, confusi».

C’è un’immagine che Righini usa e che è destinata a rimanere nel dibattito politico ciociaro: quella di Fratelli d’Italia che rischia di fare «lo scendiletto» di altri movimenti politici nascosti dietro simboli civici. È una critica feroce — tanto più efficace perché pronunciata con tono pacato, quasi pedagogico. Lo «scendiletto» è il tappetino che si mette davanti al letto per non sporcare il pavimento con i piedi quando ci si alza. Non è un ruolo. Non è una presenza. È un accessorio. Righini dice: non voglio che Fratelli d’Italia faccia l’accessorio. Voglio che sia protagonista — con il suo simbolo, con il suo programma, con la sua identità.

Il tema centrale: Frosinone città

(Foto © Stefano Strani)

È qui che l’intervista raggiunge il suo punto più alto di tensione politica. E non perché Righini dica qualcosa di esplicito ma perché non lo dice, e il non-detto pesa quanto il detto. La domanda è diretta: se FdI prende la Provincia, rinuncia alla pretesa di avere anche il sindaco di Frosinone? La risposta è una costruzione elaborata che merita di essere esaminata pezzo per pezzo. (Leggi qui: Frosinone può attendere: FdI punta dritto alla Presidenza della Provincia).

«Ci sono dei dati consolidati nel centrodestra che prevedono che il sindaco uscente abbia il diritto di porre all’attenzione degli alleati la propria ricandidatura». Tradotto: Mastrangeli ha il diritto di ricandidarsi. Il sindaco Mastrangeli sta attraversando un momento di grande difficoltà politica nel governo del capoluogo: l’impressione a tratti è stata che FdI lo stesse lasciando a logorarsi. «Le liste civiche che lo sostenevano sono quelle che hanno creato problemi, non i Partiti politici».

Righini non rivendica la candidatura su Frosinone per Fratelli d’Italia, toglie ai Partiti del centrodestra (o quantomeno a FdI e Lega) la responsabilità delle tensioni. Ma nemmeno esclude del tutto la possibilità «Se gli alleati, i coordinatori regionali dovessero decidere un avvicendamento». Tradotto: un avvicendamento non è in agenda, politicamente resta possibile ma solo passando attraverso un’interlocuzione tra i coordinatori regionali. Che non è in agenda e nemmeno è nelle intenzioni. La logica complessiva del ragionamento dice: Mastrangeli ha il diritto di chiedere il bis. E solo uno scenario di alto livello potrebbe decidere diversamente.

La lettura complessiva

(Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

Righini ha fatto tre cose in due ore. Ha spiegato perché FdI non avrebbe dovuto prendere le deleghe provinciali, una posizione sconfitta internamente ma riaffermata pubblicamente, che resta come punto di riferimento per la prossima fase. Ha aperto la strada verso la rivendicazione per FdI della candidature del prossimo presidente della Provincia. Ed ha chiuso la porta ad un avvicendamento al Comune di Frosinone con una formulazione così costruita da rendere chiaro che il tema non è sul tavolo.

Il tutto senza creare correnti, senza fare invasioni di campo, senza violare lo statuto del partito. Con la tecnica del politico di lungo corso che sa che le rivoluzioni più durature sono quelle che sembrano evoluzioni.

Giancarlo Righini ha tracciato il solco sul territorio. È proprio questo a generare fastidio.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse. Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link  Martina Ottaviani
Source link

Di