Il mondo occidentale ha raccontato, giudicato e forse dimenticato il cosiddetto movimento delle Primavere arabe basandosi sugli sviluppi politici che hanno coinvolto la regione. Politica e società civile però non camminano di pari passo e al di là degli sguardi paternalisti, c’è un fermento che è tutt’altro che finito. In questa intervista Mai El-Sadany, la direttrice del Tahrir Institute for Middle East Policy – Timep,un think tank creato da giovani arabi tra la diaspora e i Paesi d’origine, racconta il suo legame personale con la regione, l’impatto delle rivoluzioni arabe sulla sua generazione e le sfide che oggi attraversano i movimenti per la giustizia sociale.
Il Timep è un centro indipendente di ricerca e advocacy fondato nel 2013 a Washington D.C., con l’obiettivo di portare nel dibattito politico internazionale le voci e le competenze provenienti dal Medio Oriente e dal Nord Africa. Il nome richiama piazza Tahrir, simbolo della rivoluzione egiziana del 2011, ma la missione dell’istituto è regionale: sostenere analisi, idee e proposte che nascono direttamente da attivisti, ricercatori, giornalisti e difensori dei diritti umani della regione Mena, spesso esclusi dai tavoli decisionali. Timep lavora come un ponte tra società civile e decisori politici, traducendo le istanze locali in raccomandazioni concrete rivolte a governi, istituzioni internazionali e organismi multilaterali.

Ci racconta qualcosa di lei e dell’associazione?
Sono la direttrice del Tahrir Institute for Middle East Policy Timep. Sono nata in Egitto ma sono cresciuta negli Stati Uniti, e ho sempre mantenuto un legame profondo con il mio Paese. Sono una giurista specializzata in diritti umani. Ho trentasei anni. Ciò che mi porta a fare questo lavoro è la convinzione che le persone della regione meritino dignità e giustizia sociale. Come avvocata, ho creduto che il diritto potesse essere uno strumento potente per il cambiamento, per riformare, per chiedere accountability. Il nostro team è composto da persone provenienti da Egitto, Tunisia, Libano, Siria e Sudan. Abbiamo anche membri che non provengono dalla regione, ma che hanno imparato la lingua, costruito relazioni e credono profondamente che la regione meriti di meglio. Ciò che ci unisce è un insieme di valori e la fiducia nel potenziale umano della regione. Abbiamo giovani con idee straordinarie, ma spesso senza opportunità o accesso. Il Timep lavora per ampliare questo accesso.
Come hanno influito su di lei le rivoluzioni arabe? Come hanno influenzato la sua scelta di diventare un avvocata impegnata nei diritti umani?
È stato un momento fondamentale della nostra storia moderna. Per decenni la regione era rimasta intrappolata negli stessi problemi economici, politici e sociali, senza nuove idee. Poi, con Bouazizi (un attivista tunisino diventato simbolo delle sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011 dopo essersi dato fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche del suo Paese nrd) in Tunisia, si è accesa una scintilla che ha attraversato tutta la regione. È stato un momento di ispirazione, di orgoglio, di riconnessione con il potenziale delle nostre società. Molti, me compresa, hanno sentito il bisogno di contribuire. Ho deciso di studiare diritto, perché ho capito che molte delle ingiustizie che vedevamo erano radicate in leggi repressive, come la legge egiziana sulle proteste, che ha portato migliaia di persone in carcere. Per cambiare la realtà, bisogna cambiare anche le leggi. Il diritto può essere uno strumento di riforma e di accountability.
Come è iniziata la vostra storia?
Il Tahrir Institute for Middle East Policy è stato fondato nel 2013 a Washington D.C., ma la sua storia in realtà comincia nella regione del Medio Oriente e Nord Africa. Nel 2011, i nostri fondatori si trovavano in Egitto, in piazza Tahrir, e sono stati colpiti dall’energia straordinaria, dallo spirito e dai valori incarnati dalle persone che erano in strada a manifestare per i propri diritti, dopo decenni di status quo e politiche repressive. Nonostante tutto questo, c’era una speranza enorme per il futuro, la convinzione che un domani fondato su responsabilità, giustizia e dignità fosse possibile. Le persone erano scese in piazza per trasformare quella speranza in realtà. Purtroppo, però, le loro voci non sono state ascoltate dai decisori politici, né a Washington, né a Bruxelles, né a Ginevra, e nemmeno dai responsabili politici nei loro stessi Paesi.
Questo, però, non vi ha fermato.
Affatto. Il nostro istituto è nato per incarnare lo spirito di piazza Tahrir e inserire nel dibattito politico le persone più colpite dalla repressione, trasformandole in veri stakeholder del cambiamento. L’idea è che quando chi subisce le conseguenze delle decisioni ha accesso a connessioni, risorse e sostegno, può progettare politiche che rispondono davvero ai bisogni che li hanno portati in piazza quindici anni prima, e che li hanno spinti a continuare a mobilitarsi negli anni successivi. I protagonisti, dunque, sono le persone che allora hanno creduto in un’alternativa possibile e che continuano a crederci oggi, nonostante guerra, conflitti, repressione e genocidi. Ci sono ancora persone nella regione che credono nel cambiamento e lavorano per renderlo possibile, usando strumenti, tattiche e posizionamenti diversi.
Come siete entrati in contatto con altri giovani opinion maker arabi che hanno partecipato alle rivoluzioni?
Il Timep vede sé stesso come un hub. Non siamo qui per creare nuove idee: siamo qui per dare visibilità alle idee straordinarie che già esistono nella regione, prodotte da ricercatori, think tank, organizzazioni della società civile, attivisti. Crediamo che queste idee, seppur tanto valide, spesso non siano presentate in modo da raggiungere i decisori politici, o non siano formulate come raccomandazioni di policy, o si infrangano di fronte barriere linguistiche. Magari parlano agli Stati Uniti, ma lo fanno in arabo. Per questo traduciamo buone idee in raccomandazioni politiche che rispondano alle aspirazioni dei giovani. Il nostro modo di connetterci con le persone parte dai valori. Siamo un’organizzazione regionale: lavoriamo su Egitto, Tunisia, Sudan, Siria e Libano. Ciò che accomuna questi contesti è l’impegno verso giustizia sociale, dignità e libertà e a loro serve un’organizzazione che rappresenti i valori in cui credono.
Come si traduce tutto ciò nel lavoro concreto?
Seguiamo la ricerca prodotta nella regione, gli eventi, i podcast, i programmi televisivi. Collaboriamo con chi parla dei temi su cui lavoriamo. A volte i nostri partner scrivono analisi in arabo o in inglese; altre volte li invitiamo ai nostri eventi mensili, che mettono in dialogo persone di Paesi diversi. In altri casi li coinvolgiamo in progetti collettivi: per esempio, un progetto recente sul tema dell’accountability in Libano ha riunito giornalisti, avvocati e attivisti per riflettere sui ruoli complementari che ciascuno può svolgere. Abbiamo anche un programma di fellowship per sostenere la nuova generazione di attivisti. In tutto ciò, mettiamo sempre al centro le persone sul campo: ascoltiamo, amplifichiamo le loro voci, chiediamo quali temi ritengano prioritari e quali soluzioni propongano. Così si costruiscono relazioni basate su fiducia e rispetto. La maggior parte del nostro team proviene dalla regione Mena. Sì, siamo nati a Washington, ma oggi abbiamo persone negli Stati Uniti, in Europa e nella regione stessa. Per noi questi temi sono personali: non siamo osservatori distanti, ma persone che hanno un legame profondo con ciò che accade.
Di recente avete organizzato un evento importante su pane, libertà e dignità.
Sì, l’evento è il secondo di una serie che organizziamo dal 2026, anno in cui ricorrono i 15 anni delle rivoluzioni arabe. Vogliamo ricordare le proteste del 2011, ma anche quelle successive, come quelle del 2019 in Libano e Sudan. Vogliamo raccontare le storie delle persone coinvolte, riflettere sui cambiamenti politici, sociali ed economici degli ultimi quindici anni e immaginare il futuro dell’organizzazione civile. L’evento era dedicato ai diritti socio economici. Il famoso slogan “pane, libertà e dignità” ci ricorda che il politico e l’economico non possono essere separati. Le persone chiedevano democrazia, sì, ma anche la possibilità di vivere con dignità, lavorare, nutrire le proprie famiglie. Uno dei messaggi principali è che non possiamo costruire movimenti efficaci senza integrare queste dimensioni.
Qual è il vostro rapporto con le società occidentali?
Abbiamo persone negli Stati Uniti, in Europa e nella regione Mena. La politica non si fa più in un solo luogo: bisogna dialogare con più attori. Parliamo con gli Stati Uniti, con l’Unione Europea, con capitali come Parigi, Roma, Berlino, Londra. Parliamo con i governi della regione quando è possibile, come in Libano. Parliamo con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, che influenzano le politiche economiche. Non siamo “occidentali”: siamo regionali e multilaterali. Ogni tema richiede interlocutori diversi.
E il ruolo delle donne?
Non è facile, ma le donne sono sempre state in prima linea. Hanno guidato proteste, organizzazioni, media indipendenti. Hanno affrontato molestie, diffamazione, violenza, torture. Eppure, continuano a essere protagoniste. Non si può parlare di movimenti arabi senza riconoscere il ruolo centrale delle donne, non solo nei temi “di genere”, ma in economia, politica, giustizia. Abbiamo recentemente pubblicato l’articolo “In Memoriam: 8 Women Organizers Who Shaped the Mena Region”. Fa parte del nostro programma dedicato ai 15 anni delle rivoluzioni. Abbiamo voluto ricordare donne che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’organizzazione politica e sociale. Abbiamo raccontato le loro storie personali, dalla Palestina all’ Iraq, dalle giornaliste alle avvocate, dalle giovani alle anziane. Tutte sono scomparse, alcune troppo presto. Attraverso le loro vite abbiamo voluto mostrare che le donne non lavorano solo su “temi femminili”: sono protagoniste in ogni ambito.
Ci racconta del vostro nuovo programma di fellowship per non-residenti?
È uno dei programmi che amo di più. Sostiene giovani e professionisti a metà carriera che vivono nella regione o in diaspora, offrendo strumenti, competenze e risorse per incidere sulle politiche. Ogni fellow sceglie un tema e per un anno produce analisi, partecipa a eventi, sviluppa partnership, rafforza le proprie capacità di ricerca, scrittura e comunicazione. Il programma è regionale: Egitto, Tunisia, Sudan, Siria e Libano. Quest’anno abbiamo ricevuto quasi 400 candidature. Questo dimostra quanta energia, quanta voglia di contribuire ci sia nella regione. I prescelti quest’anno sono sei, quattro ragazze e due ragazzi. Nada Nashat è a capo del Programma di partecipazione pubblica femminile presso il Centro di assistenza legale per le donne egiziane. Shoroq Sallam è un’avvocata egiziana specializzata in diritti umani e attualmente ricopre il ruolo di direttore dell’Unità legale presso il Fronte egiziano per i diritti umani. Ramy Raoof Halim è un esperto di tecnologia, ricercatore nel campo della sicurezza e consulente che collabora con difensori dei diritti umani, giornalisti e organizzazioni della società civile che operano in contesti ad alto rischio in tutto il mondo. Raghdan Orsud è un professionista dei media sudanese e cofondatore della piattaforma mediatica indipendente sudanese Beam Reports, che opera all’intersezione tra tecnologia, sviluppo e informazione. Leena Badri è un’attivista che si occupa di conflitti, governance ed economia politica, con particolare attenzione al Sudan. Kholoud Helmi è un giornalista siriano e attivista della società civile il cui lavoro unisce media indipendenti, attività di advocacy guidate dai sopravvissuti e politiche di giustizia.
Un’ultima domanda: qual è oggi il suo sogno?
Ne ho molti, ma uno dei principali è costruire una comunità di persone provenienti da Paesi diversi, unite dagli stessi valori, che credano davvero nella possibilità di cambiare le politiche e di costruire un futuro fondato sulla giustizia per la regione Mena.
In apertura una foto de Il Cairo
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Anna Spena
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