Nelle scuole, lo psicologo lavora spesso in solitudine. Il confronto è difficile, e il lavoro più importante, quello che non si vede, rischia di non essere né compreso né valorizzato. Ne abbiamo parlato con Francesca Taibbi, psicologa psicoterapeuta, che segue il servizio ascolto di consulenza psicologica del liceo Brera di Milano dedicato a insegnanti e genitori e finalizzato alla promozione del benessere e della qualità della vita nella scuola. Una figura spesso sottovalutata ma importantissima in un contesto complesso come la scuola, capace di stabilizzare equilibri interiori e dinamiche relazionali perturbate. Parlando con i ragazzi ma, anche, mediando tra scuola e famiglie.
In cosa consiste esattamente questo ruolo di psicologa scolastica?
Io mi definisco una psicologa scolastica perché svolgo attività in studio, ma una parte della mia settimana è dedicata alla scuola. Lo psicologo scolastico è solitamente uno psicoterapeuta, ma l’intervento che svolge a scuola è di tipo preventivo, orientato al benessere. Non si fa clinica, non si fa psicoterapia: si propongono percorsi più brevi che aiutano ragazzi, docenti e famiglie ad alleggerirsi delle problematiche e a comprendere meglio il mondo dell’adolescenza.
Possiamo quindi parlare di un ruolo di orientamento?
Sì, io lo definisco un ruolo che serve a fare da “faro”, a orientare e soprattutto a indirizzare.
Come si sviluppa il suo intervento quando emerge una difficoltà?
Può accadere che un insegnante segnali una problematica. In quel caso incontro il ragazzo, eventualmente la famiglia, e valuto se sia necessario indirizzarlo verso un percorso di aiuto. Dal punto di vista clinico, è importante anche comprendere con chi si ha a che fare.
I ragazzi accedono facilmente allo sportello?
La difficoltà principale è proprio questa: lo psicologo scolastico non può chiamarli direttamente, devono essere loro a fare richiesta. Se manca una motivazione interna, magari vengono ma non si aprono. La fiducia deve maturare nel ragazzo stesso.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Il suo lavoro coinvolge anche docenti e famiglie?
Certamente. Aiuto i docenti a relazionarsi con i ragazzi e a riconoscere eventuali difficoltà, e lo stesso faccio con le famiglie. Quando incontro un ragazzo, cerco di capire se serve semplicemente una risposta a un dubbio oppure se c’è una problematica più seria, di tipo psicopatologico. In quel caso, indirizzo verso i servizi del territorio.
Come gestisce il rapporto con la famiglia, soprattutto nel caso di studenti minorenni?
Dipende dalle situazioni. A volte è il ragazzo stesso a chiedere aiuto e, se non emergono problematiche gravi, non coinvolgo la famiglia. Il liceale, se non viene consultato, può sentirsi tradito. È fondamentale rispettare la privacy. Se invece è la famiglia a rivolgersi a me, cerco di aiutarla a motivare il ragazzo a chiedere supporto.
Ha osservato cambiamenti nei ragazzi negli ultimi anni?
Sì, c’è stato un cambiamento radicale: si è diffusa l’idea di chiedere aiuto allo psicologo. I ragazzi si rivolgono allo sportello per una grande varietà di questioni, dalle relazioni affettive fino a problematiche più complesse, come comportamenti autolesionisti.
E per quanto riguarda le relazioni sociali?
Purtroppo, con l’uso dei dispositivi e delle piattaforme digitali, i ragazzi sono meno competenti nelle relazioni. Sono spesso soli, anche se non lo percepiscono. Quando desiderano conoscere qualcuno o costruire relazioni, si sentono in difficoltà: non sanno come iniziare una conversazione, né come interagire.
Qual è, in questo senso, il ruolo dell’adulto?
È fondamentale stare vicino a questi ragazzi e fare da modello. Sono molto informati, più di quanto non fossero le generazioni precedenti, ma risultano più fragili sul piano relazionale.
Lei interviene anche all’interno delle classi?
Sì, nell’ambito di progetti specifici. Intervengo quando emergono problematiche come bullismo, isolamento, conflittualità o calo del rendimento. Propongo percorsi brevi, senza la presenza dei docenti, utilizzando attività come role play e circle time.
Che effetti hanno questi interventi?
Sono molto utili. Permettono anche ai ragazzi più in difficoltà di prendere spazio e a quelli più dominanti di ridimensionarsi. Spesso le classi non sono unite, si formano microgruppi: questi momenti aiutano ad abbattere barriere invisibili.
Come è nata la sua scelta di lavorare nelle scuole?
Ho sempre lavorato con adolescenti, anche in contesti a rischio, con ragazzi che avevano già avuto problemi con la legge a Palermo, la mia città d’origine. È sempre stato il mio ambito di interesse. Arrivata a Milano, ho capito che la scuola era il contesto in cui potevo esprimere al meglio questo lavoro sull’età evolutiva.
Che tipo di realtà incontra all’interno della scuola?
Una grande eterogeneità. Ci sono contesti socio-economici molto diversi e una forte varietà di problematiche. Anche in un liceo si trova davvero di tutto.
Il rapporto con i genitori è cambiato nel tempo?
Sì. In passato si rivolgevano più frequentemente allo sportello per un confronto. Oggi spesso si rivolgono direttamente a uno psicoterapeuta esterno. Tuttavia, utilizzano lo psicologo scolastico come mediatore con la scuola.
In che modo?
Lo psicologo è vincolato al segreto professionale, e questo favorisce la fiducia. Allo stesso tempo, può facilitare il dialogo con i docenti e contribuire a far accogliere la situazione nel modo più adeguato.
Come vi comportate nelle situazioni più gravi?
Se il minore si trova in una condizione di rischio, siamo tenuti a segnalare. In alcuni casi, si coinvolgono i servizi sociali. È un dovere che riguarda anche gli insegnanti.
Quanto è diffusa questa figura in Italia?
A Milano, è ormai molto diffusa, e si sta espandendo anche in altre città. Tuttavia, resta spesso legata a progetti: la sua presenza dipende dalla disponibilità di fondi.
Che consiglio darebbe a chi desidera intraprendere questa professione?
È fondamentale avere una visione sistemica, senza schierarsi eccessivamente dalla parte dei ragazzi, dei genitori o dei docenti. Si tratta di un sistema complesso e delicato in cui ogni elemento influisce sugli altri.
Ha definito questo lavoro come quello di un funambolo…
Sì, perché richiede equilibrio. Se ci si schiera troppo da una parte, si perde la fiducia delle altre. È un lavoro difficile, ma proprio per questo molto significativo.
In conclusione, qual è il valore di questa figura?
Opera in un sistema complesso, ma in cui si può generare benessere. Se il benessere cresce all’interno della scuola, ne beneficiano tutti: studenti, docenti e l’intero ambiente.
Photo by Beth Macdonald on Unsplash
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Nicla Panciera
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