Scienza e arte condividono moltissimo, a partire dall’osservazione della natura come maestra e guida del metro di giudizio; sia attraverso gli esperimenti, condotti per scoprire i segreti di vita, chimica e fisica; sia attraverso il processo di prova ed errore, che permette di riuscire a convogliare un messaggio attraverso un mezzo artistico, per arrivare a un risultato mai realmente perfetto, se non per approssimazioni successive.
Per riuscire a suonare il violino o il pianoforte con maestria non occorrono certo meno ore di duro lavoro di quante ne servano per comprendere i concetti della covarianza nella teoria della Relatività Generale. Al di sotto del radar, esistono scienziati e artisti che si arricchiscono mutuamente all’insegna della passione, e questa tendenza sta oggi prendendo sempre più piede.
Una delle voci più interessanti d’Europa, in questo senso, è Carlos Briones, biochimico del Centro de Astrobiología di Madrid, centro misto CSIC-INTA, figlio di un pittore, musicista, poeta e scienziato, si dedica alla ricerca in uno degli ambiti più affascinanti della scienza contemporanea, la comprensione della nascita della vita sulla Terra e la collaterale ricerca della vita al di fuori del nostro pianeta.
Una delle sue poesie preferite è La vida es sueño di Calderón de la Barca:
“Che cos’è la vita? Un delirio.
Che cos’è la vita? Un’illusione,
un’ombra, una finzione;
e il più grande bene è poca cosa;
perché tutta la vita è sogno,
e i sogni, sogni sono”
E dato che pensare la vita oggi, per noi figure anfibie tra scienza e arte, è quasi impossibile, abbiamo rivolto a Briones alcune domande in proposito.
Intervista al biochimico Carlos Briones
Lei ha lavorato con il filosofo Valerio Rocco Lozano, direttore del Circulo de Bellas Artes di Madrid, a una definizione di vita che va oltre il piano puramente biochimico. In questa idea c’è un elemento relazionale e temporale che ricorda il mondo dell’arte: ogni opera contiene qualcosa delle precedenti e, in potenza, qualcosa di quelle che ispirerà in futuro…
In una certa misura, un essere vivente è proprio questo. È erede di una traiettoria evolutiva che risale a LUCA, l’ultimo antenato comune della biodiversità, e prima ancora alla chimica che ci costituisce, perché noi siamo chimica. In ogni essere vivente c’è anche l’embrione potenziale della vita successiva. Esistiamo davvero nel tempo e nella relazione. Quanto più sappiamo di biologia, tanto più ci convinciamo di essere, come dico spesso, un fotogramma nel film dell’evoluzione. Forse questo spiega anche perché esistano persone anti evoluzioniste: è difficile capire un film dall’interno. Noi al massimo abbiamo informazioni dirette sui due fotogrammi precedenti, genitori e nonni, e su uno o due fotogrammi successivi, figli e nipoti. A me piace parlare più di arbusto o rampicante evolutivo, che di albero. Ci sono convergenze tra rami, separazioni, vicoli ciechi evolutivi, possibilità che avrebbero potuto essere esplorate oppure no. Ciò che all’inizio, nella biologia molecolare, poteva sembrare riduzionista è diventato uno strumento per dimostrare questa relazionalità della vita. Ed è proprio questo a renderla affascinante come oggetto di studio.
Stephen Jay Gould diceva che, se potessimo riavvolgere il nastro della vita e farlo ripartire, il risultato sarebbe probabilmente diverso. Quanto pesa il caso nella storia dell’evoluzione?
L’origine della vita la pensiamo come un compromesso tra caso e necessità. Ma quando la vita si origina e comincia a evolvere, entra in gioco una quantità enorme di eventi casuali che possono modificare in modo irreversibile il cammino dell’evoluzione. Se riavvolgessimo il nastro evolutivo, come diceva Gould, e lo facessimo ripartire, forse non apparirebbero le stesse forme. Lui parlava del Cambriano, ma potremmo spingerci ancora più indietro: perché non fino all’origine della vita? O fino ai primi batteri? Immaginiamo un mondo batterico di tre miliardi di anni fa: un pianeta già traboccante di vita, ma in cui non era stata ancora inventata nemmeno la fotosintesi ossigenica. C’erano moltissimi microorganismi che facevano cose diverse. Se riavvolgessimo fino a quel momento e lasciassimo ripartire la storia, forse non comparirebbero i cianobatteri fotosintetici, forse non si genererebbe ossigeno e tutto sarebbe completamente diverso. Non lo sappiamo.
Se un giorno dovessimo presentarci a un’altra civiltà, come dovremmo farlo? Che cosa ci rappresenta come esseri umani?
Davanti a una civiltà extraterrestre, sceglierei senz’altro la comunicazione attraverso l’arte. Mi piace molto il film Arrival, perché esce da molti cliché precedenti: non ci presenta umanoidi e quegli eptapodi sono meravigliosi. Inoltre, la loro forma di comunicazione e la loro percezione del tempo sono diverse. La premessa, anche se falsa, offre moltissimi spunti.
Come ci dovremmo presentare in quanto esseri umani?
Con qualcosa di creativo per far capire che siamo un po’ oltre la biologia del “qui e ora”. Un’opera d’arte contiene intenzionalità. Le prime forme artistiche ci identificano come umani nel senso che modificano il mondo per affermarci come esseri peculiari, per commuovere gli altri e stabilire legami. Forse se riuscissimo a trasmetterlo a un’altra civiltà scopriremmo che anche per loro è lo stesso. Penso che il salto verso la complessità e la trascendenza che l’arte consente possa essere importante anche per altre realtà. Il pensiero astratto è essenziale per costruire metafore, caratteristica che ci ha resi umani. Esistono diversi livelli di intelligenza ma il pensiero astratto, l’intenzionalità e la metafora sono qualcosa di profondamente umano.
Incontrare una civiltà extraterrestre sarebbe un modo per guardarci da fuori…
Sarebbe molto interessante incontrare altre menti pensanti, da un punto di vista scientifico, filosofico ed epistemologico per vedere come funzionano, se adoperano le metafore come noi. Certo, cetacei e delfini usano forme di comunicazione molto sofisticate e ricchissime, che ancora non comprendiamo, e sono qui sul nostro stesso pianeta.
Quando parliamo di vita, informazione e cultura, sembra emergere una continuità: dall’informazione genetica ai sistemi simbolici umani
Fin dall’origine stessa della vita, quando le molecole di acidi nucleici iniziano ad accumulare un messaggio genetico, l’ordine equivale, in una certa misura, all’informazione. L’informazione in un sistema vivente smette di essere eseguita quando il sistema muore. Quando tu e io moriremo, tutta la nostra informazione — non solo la conoscenza appresa, che sarà nelle nostre reti neurali, ma anche l’informazione che regola la dinamica delle nostre cellule — scomparirà. Torneremo a essere biochimica per un certo tempo, e poi chimica. E basta. Può sembrare scoraggiante, ma in fondo è molto biologico ed ecologico. Siamo polvere di stelle e materiale riciclato della biologia precedente. Siamo qui di passaggio, in quel fotogramma di cui parlavamo. L’informazione ci definisce come esseri viventi, e noi siamo stati, per quanto ne sappiamo, gli esseri viventi informazionali capaci di creare altri costrutti informazionali: la cultura.
Mi interessa molto il concetto di terza cultura: non come mescolanza superficiale tra scienza e arte, ma come metodo rigoroso per tendere ponti tra campi diversi.
È un tema che seguo da tempo, perché mi interessano tanto la scienza quanto le discipline umanistiche – forse è per questo che non faccio bene nulla, perché ho interessi molto dispersi – tuttavia, alla terza cultura dedico un capitolo dell’ultimo libro che ho pubblicato. La versione moderna di questo dibattito nasce con le celebri conferenze di C. P. Snow del 1959, che osservava come fosse triste non solo la separazione tra cultura scientifica e umanistica, ma soprattutto il disprezzo reciproco tra le due. Semplificando il tema è che ciò che non si conosce viene talvolta percepito come inferiore; quindi l’umanista vede lo scienziato come semplice tecnico specializzato, e lo scienziato disprezza l’umanista perché dedito a cose inutili.
Ci sono stati in passato tentativi di smontare questa attitudine?
Sì, John Brockman pubblicò nel 1995 La terza cultura, raccogliendo testimonianze di pensatori, artisti, musicisti, scienziati e filosofi nel tentativo di smontare quella separazione. Perché, invece di costruire muri attorno a ciascuna cultura, si tratta di stabilire ponti. Molte persone si riconoscono in questo movimento.

Come affronta questo tema nel suo ultimo libro?
A bordo de tu curiosidad è un invito costante ad avanzare verso la terza cultura. Esiste una tradizione meravigliosa da Hans Magnus Enzensberger, con Gli elisir della scienza, che è scienza, poesia, discipline umanistiche, arte e ispirazione; a Primo Levi con Il sistema periodico e Italo Calvino con le Cosmicomiche. Molti contemporanei attingono da questa tradizione. Io cerco di trasmettere tutto questo ai giovani, perché è molto triste dire “io sono di scienze” o “io sono di lettere” con l’intenzione di creare una barriera o sentirsi superiori; perché la cultura è un unico insieme di conoscenze. Quindi, è bene essere consapevoli di ciò che perdiamo quando non ci interessiamo all’altro. La cultura è somma, non compartimentazione.
Qual è, quindi, il messaggio principale nel suo prossimo libro?
L’importanza di una combinazione tra scienza e arte. Spero che questo tema nel libro possa suscitare lo stesso interesse cha ha avuto nelle conferenze. Ne parlo da anni e adesso avevo voglia di fissarlo in un libro. Spero che persone del mondo dell’arte possano familiarizzare con questioni scientifiche e viceversa. È un libro-esperimento: vediamo come funziona, se riusciamo a costruire metafore tutti insieme, ancora una volta. La costruzione di metafore è ciò che mi sta più a cuore. Cercare di avvicinare due campi distinti, come la scienza e le discipline umanistiche, è una fonte costante di arricchimento del nostro repertorio di metafore. Anche solo per questo credo che valga la pena compiere questo salto.
In conversazione con biochimico Carlos Briones, una riflessione conclusiva
La conversazione con Briones, ricca di spunti, analisi e profonde riflessioni, continuerà a riecheggiare nella nostra mente. In effetti, di metafore dedicate alla vita la letteratura ne ha coniate moltissime. Tra tutte, una delle più efficaci è la famosa frase scritta da Leonardo da Vinci, che al di sotto di una figura barbuta (forse un autoritratto, forse una rappresentazione di Eraclito) seduta malinconicamente a fianco di un fiume impetuoso, annotò: “L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente” (Codice Trivulziano, 34v). Forse, in questa metafora, il bastone siamo noi: è la nostra coscienza del momento presente, mentre l’acqua che scorre è la vita. Quell’ineffabile punto esattamente equidistante tra arte e scienza: quella è la vita.
Thomas Villa
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