Intervista a Dries Verhoeven sul Padiglione Paesi Bassi della Biennale 2026


Alla Biennale di Venezia 2026 molti padiglioni chiedono ancora di essere compresi. The Fortress non sembra chiedere di essere capito. Sembra chiedere resistenza. Nel Padiglione dei Paesi Bassi, l’artista olandese Dries Verhoeven (Oosterhout, 1976) e la curatrice Rieke Vos (Arnhem, 1981) trasformano il padiglione progettato da Gerrit Rietveld in una struttura che progressivamente si chiude su sé stessa. La luce scompare, le imposte metalliche si abbassano lentamente, il pubblico entra in uno stato di tensione crescente mentre performer immersi nell’oscurità utilizzano il grunting del death metal come linguaggio fisico e viscerale. Per alcuni minuti i visitatori restano quasi immobili nel buio, ascoltando soltanto respiri, vibrazioni gutturali e il rumore metallico delle chiusure.

The Fortress. Ph: Willem Popelier

“The Fortress” alla Biennale di Venezia 2026

A un certo punto il padiglione smette di sembrare architettura. È soprattutto un lavoro sull’Europa contemporanea, sulla paura, sulla necessità ossessiva di protezione e sulla distanza crescente tra l’immagine morale dell’Occidente e il suo comportamento reale. Durante i giorni della preview, il padiglione è diventato anche uno dei luoghi più politicamente tesi della Biennale, dopo la chiusura temporanea in solidarietà con il movimento ANGA contro la presenza israeliana ai Giardini. In questa conversazione, Verhoeven parla della Biennale come “finzione della neutralità”, della crisi delle utopie europee e del bisogno di un’arte che smetta di rassicurare il pubblico.

Intervista a Dries Verhoeven

Il vostro padiglione trasforma un’architettura nata come simbolo di apertura in una struttura difensiva e quasi claustrofobica. Quanto questa trasformazione riguarda l’Europa contemporanea?
È un lavoro sulla tendenza all’autoconservazione e quindi, ovviamente, sull’Europa contemporanea. Uso il padiglione come metafora di un’epoca costruita su ideali postbellici di apertura, progresso e fiducia nel futuro. Ma oggi continuiamo a evocare quei valori mentre, nella realtà, ci stiamo chiudendo sempre di più dentro logiche di protezionismo e autoconservazione.Abbiamo voluto privare il padiglione, monumento modernista, della sua accessibilità e della sua luce. Nei Paesi Bassi continuiamo troppo spesso a proteggerci attraverso un’immagine idealizzata di ciò che siamo. Eppure, il presente racconta qualcosa di molto diverso.

Nella performance emerge una forte dissonanza tra l’immagine morale che l’Europa ha di sé stessa e la realtà politica contemporanea.
Sì, ma non credo che ignoriamo deliberatamente quella realtà. Semplicemente troviamo modi per prenderne distanza mentalmente, per proteggere l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.Parlo spesso di “cognitive dissonance”. Noi in Europa occidentale continuiamo a raccontarci di essere i civilizzati, quelli illuminati, quelli dalla parte giusta della storia. I barbari sarebbero sempre dall’altra parte dei nostri confini, dei nostri muri, delle nostre recinzioni.I Giardini della Biennale sono quasi una capsula temporale di quell’immagine occidentale: ordinata, elegante, apparentemente innocente. Ma sotto quella superficie continuano a muoversi poteri geopolitici, economici e coloniali che fingiamo di non vedere.

The Fortress sembra mettere in discussione la Biennale come spazio neutrale di dialogo internazionale.
Sì, soprattutto perché la Biennale continua a funzionare attraverso la rappresentazione nazionale. Ed è una struttura che riflette ancora un ordine mondiale del passato.Ai Giardini continuiamo a fingere che il nazionalismo non abbia alcun ruolo. Eppure, le vecchie potenze mondiali occupano ancora i padiglioni più visibili, mentre altri paesi restano quasi invisibili: dov’è la Nigeria? Dov’è la Palestina?E poi esiste questa idea molto conveniente di neutralità culturale. Come se le istituzioni artistiche fossero semplicemente luoghi innocenti di dialogo globale. Ma non è così. Siamo tutti immersi nella geopolitica, che lo vogliamo o no.La Biennale è anche uno strumento di soft power. Gli stati usano questi spazi per costruire immagine, consenso e reputazione internazionale. Fingere che questo non esista significa continuare a raccontarsi una favola.

Guardando la performance ho avuto la sensazione non soltanto di paura, ma anche di impotenza. Come se dicesse: siamo ancora in tempo per cambiare direzione, ma forse non sappiamo più come farlo.
È una lettura molto bella. Io volevo catturare un sentimento contemporaneo attraverso l’architettura e la performance. E quel sentimento, per me, è fatto di confusione, disperazione e senso di impotenza.Più ci sentiamo fragili, più ci aggrappiamo alle cose che ci hanno dato sicurezza negli ultimi decenni: il benessere, la stabilità, l’idea innocente che abbiamo di noi stessi.Ma questo attaccamento diventa sempre più aggressivo proprio perché sentiamo che tutto sta vacillando.Quando Trump continua a gridare “America is great”, per me non è forza. È disperazione. È il tentativo di proteggere un’identità che sente di stare crollando.

Molte opere alla Biennale affrontano le crisi geopolitiche attraverso simbolismi o linguaggi molto mediati. Il vostro lavoro, invece, appare diretto e persino disturbante. L’arte dovrebbe tornare a destabilizzare il pubblico?
Per me sì. Mi piace quando le opere mi mettono a disagio, quando sembrano respirarmi sul collo come un animale selvatico. Spero di riuscire a rappresentare le sabbie mobili dentro cui ci troviamo oggi, e sì, questo può risultare destabilizzante.Se trasformiamo il sistema dell’arte in uno spazio completamente sicuro, allora iniziamo a credere di non essere coinvolti nella violenza e nella crisi che ci circondano.Abbiamo bisogno di immagini e di esperienze capaci di catturare anche l’incubo, non soltanto il sogno.Oggi molta arte affronta le crisi in maniera eccessivamente cognitiva. Leggi il wall text, capisci immediatamente quale sia il messaggio corretto, e tutto resta sotto controllo intellettuale. Ma cosa dice questo del nostro pilota automatico, delle nostre reazioni irrazionali? Non siamo solo cognizione, abbiamo anche un corpo, e il corpo funziona in modo profondamente irrazionale.Quello è il punto che mi interessa davvero.

Nel suo lavoro emerge anche una critica all’idea contemporanea di “safe space”.
Non la chiamerei una critica. La chiamerei un ritratto.Oggi gli spazi dell’arte parlano continuamente di cura, guarigione e controllo emotivo. Cercano simbolicamente di ricucire qualcosa che nel mondo reale è profondamente spezzato. Mentre la realtà è un caos, i nostri musei sono pieni di trigger warning. Questa cosa mi commuove, perché rivela la fragilità collettiva che stiamo vivendo. Non vedo più grandi visioni utopiche del futuro. Vedo soprattutto persone spaventate che cercano immagini comprensibili della crisi oppure rifugi protetti dove non sentirla troppo intensamente.

Il Padiglione Olandese è stato il primo a chiudere temporaneamente in solidarietà con il movimento ANGA. Pensa che questa tensione rimarrà nel sistema dell’arte oppure verrà rapidamente assorbita?
Spero che rimanga. Deve rimanere.Ci sono voluti dieci anni di proteste prima che il Sudafrica dell’apartheid venisse escluso dalla Biennale. Questi processi non cambiano in una settimana.Credo che molti artisti oggi non vogliano più essere semplicemente la decorazione morale di istituzioni che mantengono strutture profondamente contraddittorie.Se la Biennale vuole restare contemporanea e rilevante, deve confrontarsi seriamente con i propri valori. Altrimenti rischia di trasformarsi in una gigantesca capsula nostalgica del passato occidentale.

A un certo punto emerge quasi una domanda inevitabile: l’arte basta davvero?
È una domanda fondamentale. Guernica di Pablo Picasso era “solo” un dipinto. Eppure, continuiamo ancora oggi a guardarlo per capire qualcosa della violenza del suo tempo. L’arte non risolve i conflitti. Non sostituisce la politica o l’attivismo. L’arte resta profondamente connessa ai problemi del proprio tempo. Rivelare la nostra implicazione dentro quei problemi significa, per me, “staying with the trouble”. Se l’arte diventa soltanto propaganda perde ambiguità, mistero e poesia. E allora perde anche parte della sua forza. Ai Giardini molte opere cercano ancora una posizione morale leggibile. The Fortress lascia, invece, il pubblico dentro qualcosa di molto meno stabile.

Antonino La Vela

Venezia // fino al 22 novembre 2026
The Fortress – 61° Biennale d’Arte
PADIGLIONE PAESI BASSI – Giardini della Biennale
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