«Potessi vedere oggi la fine della mia pena, della nostra pena». «Il rumore del silenzio uccide più delle condanne, strazia come solo l’indifferenza riesce a fare». «Se non si grida “evviva la libertà” ridendo, non si grida “evviva la libertà”». «L’onore non si può perdere a meno che non siate voi stesse a decidere di perderlo». Sono alcune delle frasi dello spettacolo Desdemona – Studio I, presentato per la prima volta al Teatro Nazionale dal Teatro dell’Opera di Roma con l’associazione Per Ananke, col sostegno della Chiesa Valdese, le Officine di Teatro sociale della Regione Lazio e Fondazione Roma.
Scritto e diretto da Francesca Tricarico e già rappresentato nel teatro del carcere femminile di Rebibbia il 20 maggio scorso, lo spettacolo dall’Otello di Shakespeare e di Verdi ha visto protagoniste Le Donne del Muro Alto, compagnia di attrici detenute della casa circondariale femminile di Roma Rebibbia. Per la prima volta nella storia dell’istituto, le attrici Clizia F., Dorota B., Maria F. e Lucia D. sono uscite dal carcere per prendere parte a un incontro artistico e formativo, insieme a Irina M., che ha terminato da poco la sua pena, Luana Basilico e Bruna Arceri, condividendo il percorso con le artiste di “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma: il soprano Jessica Ricci e la pianista Elettra Aurora Pomponio.

Quello de Le Donne del Muro Alto è «un percorso di straordinario valore umano e civico», ha detto dal palco e con la voce emozionata la direttrice di Rebibbia femminile-casa circondariale “Germana Stefanini” Nadia Fontana. «Il teatro abbatte idealmente le mura per svestire i panni della detenzione e mettere altri panni. Permette di fare un viaggio di introspezione, superando i pregiudizi».
Davanti a un pubblico di parenti e amici
La sala del Teatro Nazionale è gremita di persone, sono molti i parenti e gli amici delle donne detenute. Le interpretazioni sono molto intense, gli applausi sono fragorosi, le emozioni sono forti. «Dal 2013, per la prima volta le nostre attrici recitano su un palco fuori dal carcere», ha detto la regista. «Devo ringraziare il motore di questo spettacolo: gli agenti della polizia penitenziaria. Queste donne sono qui per i loro parenti, perché le vedano in un posto altro, in un ruolo altro. I più giovani devono essere orgogliosi delle loro mamme». Tricarico ha sottolineato che le donne sul palco sono retribuite, «l’emancipazione passa attraverso la cultura e attraverso il lavoro».


L’Opera di Roma con Le Donne del Muro Alto raccontano un Otello che non c’è, la cui assenza diventa motore drammaturgico. È allora Desdemona a diventare dispositivo scenico e politico per parlare di donne, disciplina e controllo. In lei si condensano tutte le tensioni del racconto, tutto quello che viene detto e quello che resta inascoltato. La vicenda delle donne deportate diventa così espressione di sistemi che nominano e definiscono, giudicano e trasformano attraverso il linguaggio. Desdemona – Studio I è un’indagine sullo sguardo e sulla sua responsabilità: cosa scegliamo di vedere, cosa rimuoviamo e a quali voci decidiamo di credere.


Donne sospese tra condanna, sopravvivenza e rimozione
Le scene di Desdemona – Studio I sono di Sofia Sciamanna, le luci di Zofia Pinkiewicz, Marina Sciarelli cura i costumi realizzati dal Teatro dell’Opera di Roma. Le musiche originali sono di Gerardo Casiello. Lo spettacolo nasce dall’incontro fra una rilettura dell’Otello di Shakespeare, la partitura musicale dell’Otello di Verdi e la vicenda storica della nave Lady Juliana, che nel XVIII secolo trasportò circa 250 donne deportate dall’Inghilterra verso le colonie australiane.
Tre immaginari – teatro, opera e storia – si sovrappongono per raccontare donne sospese tra condanna, sopravvivenza e rimozione. «È difficile accettare una Desdemona che diviene Otello», spiega Tricarico, «e assegnare alle cosiddette “cattive ragazze” le parti delle cattive ragazze è una scelta pericolosa. Ma non è la stessa difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno quando non vogliamo sentir parlare di detenzione femminile? Quando scegliamo di vedere il reato e non le persone? Non vogliamo giustificare – il reato non si giustifica mai – ma comprendere sì: perché solo la comprensione delle cause può permetterci di impedire il ripetersi della storia, se davvero vogliamo che la storia non si ripeta».


Il viaggio reale e simbolico in un “fuori” altro
Così la regista Francesca Tricarico racconta il viaggio reale e simbolico che queste donne compiono in un “fuori” altro, unico e sospeso che è il mondo del teatro. Regista e ideatrice del progetto Le Donne del Muro Alto, promosso da Per Ananke, Tricarico dal 2013 collabora con la casa circondariale femminile di Rebibbia, realizzando laboratori e spettacoli teatrali con donne detenute nella sezione di alta sicurezza.
Successivamente, porta il progetto anche alla sezione di media sicurezza e in altri istituti penitenziari, fra i quali la casa circondariale di Latina e la sezione transgender di Rebibbia Nuovo Complesso. Nel 2023 organizza una rassegna cinematografica per i ragazzi dell’istituto per minori di Casal del Marmo in collaborazione con la Fondazione Cinema per Roma. Nel 2026, il suo spettacolo Olympe viene insignito della Medaglia del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.


Attraverso il teatro, Le Donne del Muro Alto realizza percorsi di inclusione sociale e lavorativa con donne detenute, ex detenute e persone ammesse alle misure alternative, insieme a studenti e università. Il progetto ha avviato negli anni collaborazioni con diverse istituzioni come Regione Lazio, Comune di Roma, Biblioteche di Roma e Fondazione Cinema per Roma. La compagnia porta il teatro oltre le mura carcerarie per favorire il reinserimento lavorativo e sociale, offrendo formazione e opportunità lavorative concrete.


Tutte le foto sono state fornite dall’ufficio stampa de Le Donne del Muro Alto e sono di Maki Simeoni
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Ilaria Dioguardi
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