Biennale Teatro, il giro del mondo in 55 spettacoli, Dafoe cerca l”altro’ per reinventare la scena


Attraversa tutti i continenti la Biennale Teatro 2026 mettendo in luce alfabeti, culture e tradizioni diverse, che non riproducono fedelmente sé stesse, ma aprono nuove strade, offrendo altri modi di vedere e di pensare il mondo. In scena dal 7 al 21 giugno, il 54esimo Festival Internazionale del Teatro a Venezia presenterà oltre 200 artisti per 55 appuntamenti, con 11 tra produzioni e coproduzioni, 10 prime assolute, 2 europee e 4 italiane. Il titolo della rassegna diretta dall’attore statunitense Willem Dafoe è “Alter Native”, che spiega: “Non esiste un significato preciso, poiché l’etimologia può essere vaga o evocativa. L’idea è quella di pensare ad ‘Alter’ come a un ‘cambiamento’ e ‘Native’ come alla propria natura. Oppure ‘Alter come ‘altro’ e ‘Native’ come la ‘cultura di provenienza’”. La star aggiunge: “È l’incontro con ciò che non conosciamo a restituirci la forza originaria dello spettacolo dal vivo. Per questo ho selezionato opere provenienti da tradizioni teatrali diverse e lontane dalle logiche del mercato occidentale, privilegiando culture e territori che hanno saputo aprire nuove prospettive di lettura”.

Il viaggio della Biennale parte dall’origine viva del teatro, dalla Grecia di Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis con il loro concerto-spettacolo “Cries”, ispirato dal pensiero del rifugiato del poeta Giorgos Seferis, dal lamento di Ecuba della “Troiane” di Euripide, e dalle grida di tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli. Testi e parole di una memoria collettiva si intrecciano in un flusso continuo con le musiche originali di Alexandros Drakos Ktistakis, in scena con il suo ensemble insieme alle voci del baritono Georgios Iatrou e dello stesso Stergioglou. Regista e attore di teatro ma anche di cinema (è protagonista in “Dogtooth” di Yorgos Lanthimos e premiato come miglior attore al Festival di Berlino per “The eternal return of Antonis Paraskevas” di Elina Psykou), Stergioglou arriva per la prima volta in Italia.

Esponente del nuovo teatro greco, Mario Banushi, destinatario del Leone d’argento, sarà al festival con la trilogia che l’ha reso immediatamente famoso, “Romance familiare. Ragada”, “Good Bye Lindita”, “Taverna Miresia” sono i capitoli di un paesaggio della memoria che affonda le radici in riti e tradizioni ancestrali legati all’infanzia albanese di Banushi, un paesaggio costruito per visioni poetiche, immagini evocative sospese tra sogno e realtà, forti di una carica emotiva che trasforma temi intimi e personali – legami e affetti, senso di perdita e di dolore, nostalgia – in poesia universale. La trilogia di Mario Banushi sarà presentata dalla Biennale di Venezia in coproduzione con la Fondation Cartier pour l’art contemporain.

Dall’Europa mediterranea all’estremo oriente, dove da più di trent’anni Satoshi Myiagi, allievo ed erede del maestro del teatro giapponese di ricerca Tadashi Suzuki, affronta i capisaldi della tradizione scenica occidentale, dalla tragedia greca al dramma shakespeariano, attraverso la lente della tradizione teatrale nipponica facendoli risuonare in modo nuovo. Così “Mugen Noh Othello”, che porterà alla Biennale Teatro, reinventa William Shakespeare alla luce del rituale del teatro Mugen-Noh. Una delle diverse declinazioni del teatro Noh, risalente al tredicesimo secolo, il Mugen-Noh vede nell’opera teatrale la ricreazione di un sogno o di un’illusione all’interno di un orizzonte unitario in cui i vivi e i morti coesistono. Myiagi trasforma così la tragedia del Moro di Venezia in una rêverie interpretata dallo spettro di Desdemona, che rivive la causa originaria della sua sofferenza e sposta il perno della tragedia. Una reinvenzione che mette in tensione la distanza tra corpi e voci, tra gesto e narrazione, affidando ogni personaggio a un duplice interprete.

Dal sud est asiatico, per la precisione da Giava, arriva una forma originale di danza, musica e canti che attinge a un complesso tradizionale di arti marziali, noto come Silat, dal 2019 patrimonio immateriale dell’umanità. La compagnia di Giacarta Bumi Purnati Indonesia presenterà due spettacoli: “Under the Volcano” per la regia di Yusrli Katil, ispirato alla terribile eruzione del Krakatoa del 1883, e “Hikayat Perahu/The tale of Boat” per la regia di Sri Qadariatin, già attrice con Bob Wilson in “I La Galigo” e “Persephone”.

Ispirato al poema “Lampung Karam”, composto nella forma tradizionale di poesia malese syair da Muhammad Saleh, poeta e studioso religioso di Sumatra e testimone oculare del terribile evento, “Under the Volcano” restituisce una trama potente e commovente con oggetti di scena semplicissimi, come otto scale di legno utilizzate per ricreare montagne, valli, mercati, ma anche montaggi di filmati e immagini fisse di fuoco, lava, rocce. “Hikayat Perahu/The tale of Boat” si ispira a un testo fondamentale della letteratura malese, Syair Perahu, del poeta mistico sufi Hamzah Fansuri, vissuto tra il XVI e il XVII secolo. Nella storia di una barca che naviga sull’Oceano il poeta simboleggia la vita e il percorso spirituale che l’anima compie verso Dio.

Dall’India un’arte performativa dal vocabolario rigoroso, intrisa di spiritualità e di raffinato erotismo, che giunge fino a noi attraverso i secoli: è la danza Odissi della coreografa e danzatrice di Calcutta Sharmila Biswas, allieva del leggendario maestro Kelucharan Mohapatra, prima di diventare lei stessa una grande interprete nota in tutto il mondo. A Venezia presenta “Mischief dance: A Journey Through Rhythm and Spirit”. Fra le diverse forme assunte dalla classica indiana, nata come forma devozionale nella zona centro orientale del Paese, l’Odissi si danza su musiche che fondono tradizione carnatica del sud e indostana del nord dell’India alternandosi a testi drammatici prevalentemente attinti al poema “Gita Govinda”.

Un immaginario ancestrale fatto di terra e aria, acqua e fuoco, abitato da dèi e uomini, sottende le visionarie creazioni dell’artista samoano Lemi Ponifasio, uno dei maggiori registi e coreografi neozelandesi, che alle culture aborigene del Pacifico – dai Maori della Nuova Zelanda ai Kiribati della Micronesia – ma anche del Sud America attinge per creare, come uno sciamano, nuovi simboli che parlino anche al nostro presente, dove cerimonie, cultura performativa e teatro contemporaneo si fondono. Così “Star Returning: Venice”, la nuova opera di Ponifasio, è un modo di ascoltare la terra, gli antenati e i miti condivisi del popolo Yi della regione montagnosa del Daliangshan cinese, la loro cosmologia, le origini e il profondo legame con la natura, gli antenati e la spiritualità intrinseca a questa cultura.

Scrittore, attore, danzatore, regista ruandese, Dorcy Rugamba ha lavorato anche con la compagnia di Peter Brook, con Milo Rau e con Abderrahmane Sissako, il regista di “Timbuktu”. Dorcy Rugamba porterà per la prima volta in Italia, dopo il debutto al Théâtre des Bouffes du Nord e al Festival d’Automne, e dopo una tournée negli Stati Uniti e in Australia, “Hewa Rwanda – Letter to the Absent”. Tratto dall’opera omonima scritta da Rugamba nel 2024 e tradotta in tutto il mondo, “Hewa Rwanda – Letter to the Absent” è un memoriale consegnato ai propri figli, la testimonianza in prima persona del genocidio dei Tutsi avvenuto nel 1994, che ha determinato la sua storia di uomo e di artista. In scena lo stesso Rugamba con tutti i colori della musica dell’eccentrico e talentuoso polistrumentista senegalese Majnun. Mentre “Hewa Rwanda, Letter to the Absent” affronta il genocidio, le questioni del lutto e una famiglia che è stata quasi annientata, “volevo principalmente che non fosse un testo commemorativo ma un inno alla vita, quindi il tono del testo abbraccia deliberatamente leggerezza, umorismo, poesia, musica e la vita in tutti i suoi aspetti”, spiega Rugamba.

Una celebrità della world music, la cantante Angelique Kidjo sarà alla Biennale per un concerto in duo con il pianista Thierry Vaton. Originaria del Benin e da anni residente in Francia, Angélique Kidjo, ha creato un linguaggio comune tra diverse culture partendo dal retaggio delle tradizioni dell’Africa occidentale per inglobare elementi provenienti da generi come il funk, il jazz, il soul, influenze dall’Europa e dall’America Latina.

Dall’Italia, Emma Dante, la più celebrata regista italiana di teatro e d’opera e Leone d’oro alla carriera di questa edizione della Biennale Teatro, presenterà in prima assoluta “I fantasmi di Basile”, affrontando l’universo immaginifico e barocco dello scrittore napoletano Giambattista Basile di cui aveva già messo in scena “La scortecata”, “Pupo di zucchero” e “Re Chicchinella”. “Ho sempre intercettato, nelle sue favole, qualcosa di reale e contemporaneo, qualcosa che ci appartiene – dichiara Emma Dante – Pertanto, mi piace, di Basile, la verità. Nonostante l’architettura straordinaria che costruisce attraverso il linguaggio, mantiene sempre qualcosa di fortemente realistico. Ne I fantasmi di Basile ci sono alcuni frammenti della nostra trilogia, che evocano i fantasmi protagonisti”.

Dopo il riscontro di pubblico e critica raccolto dal suo irrituale “Pinocchio”, costruito con i corpi “diversi” dei ragazzi della compagnia Scuola Elementare del Teatro di Napoli, Davide Iodice torna alla Biennale con “Promemoria”, lavoro in cui affronta il tema della memoria, ponendo al centro i racconti e la vita degli anziani che risiedono nelle strutture di accoglienza. Seguendo un metodo di lavoro che mette al centro la persona e le sue fragilità, “Promemoria” nasce al termine di un laboratorio intensivo chiamato “L’enciclopedia delle Emozioni”, svoltosi dal 29 maggio al 2 giugno 2025, presso le strutture che si occupano della cura delle persone anziane a Venezia. “Un invito ad esplorare la potenza trasformativa del teatro e della relazione umana, e a diventare parte di un processo creativo collettivo che si rivolge direttamente alla comunità” dice Iodice. La restituzione di questo grande percorso è Promemoria, performance che avrà luogo presso le Istituzioni Pubbliche di Assistenza Veneziane di San Giobbe.

L’attenzione alla nuova creatività trova spazio al festival tramite la consolidata attività di Biennale College, che anche quest’anno presenta un regista e due drammaturghi under 30, selezionati tramite bandi nazionali e a seguito di varie fasi di valutazione. Quest’anno sarà Alberto Colombo Sormani a debuttare sul palcoscenico del Festival con “Imago Vocis – Spacetime in-between”, che intreccia la sua vocazione per il teatro con lo studio dell’astrofisica (per cui è ricercatore presso l’Istituto nazionale di fisica nucleare dell’Università La Sapienza di Roma), l’attenzione per le nuove tecnologie con il linguaggio del corpo. “Un raro mix di ambiguità e audacia. Un progetto lungimirante”, lo ha definito Willem Dafoe scegliendolo.

Davide Pascarella e Bruna Bonanno sono vincitori del bando Biennale dedicato alla nuova drammaturgia. “Bacio Sogno Autodistruzione”, definita dal suo autore “la rappresentazione pubblica di un viaggio intimo e privato” verrà presentato in forma di lettura scenica da Alessandro Businaro, che alla Biennale aveva già partecipato con lo spettacolo George II ed è stato da poco nominato direttore artistico junior del Teatro Stabile del Veneto. “Nello scavo interiore, nel confronto con il disagio contemporaneo che attanaglia una generazione, il lavoro fa intuire un potenziale di crescita che merita ogni attenzione”, si legge nella motivazione.

Aka Jolly Roger di Bruna Bonanno è una “drammaturgia pirata” secondo i Motus che firmeranno, in via del tutto eccezionale rispetto al loro percorso artistico, la mise en lecture del testo, grazie all’affinità trovata nei “contenuti libertari e nella luce che sprigiona dal testo, proprio nell’insistenza (nonostante la fine sembri sempre più vicina) a immaginare nuove forme di alleanza/coagulazione di cellule resistenti. Ma è anche la struttura “acquatica” della scrittura ad affascinarci, l’idea di guardare la nostra terra dal mare: ci imbarchiamo su un galeone pirata, ne cuciamo la bandiera (una nuova variazione delle centinaia di Jolly Roger sparse per il mondo?) per sabotare anche i meccanismi stessi della messa in scena”.

Dopo il debutto in forma di lettura scenica lo scorso anno, “Tacet” di Jacopo Giacomoni, testo vincitore di Biennale College Drammaturgia 2024-25 e del Premio Riccione 2025, viene portato a compimento e presentato in prima assoluta con la regia di Silvia Costa. Un testo ispirato con originalità da filosofia, metafisica e matematica, pensando a quell’ultimo rito laico che è il minuto di silenzio, che gioca con il metronomo, alla ricerca di cosa significhi stare insieme in silenzio, dentro a un minuto, dentro a un teatro”.

Nel solco di Biennale College, del rapporto tra giovane artista e maestri, si colloca il Progetto Scuole di Teatro, che dopo l’esperienza dello scorso, vede la Biennale Teatro aprire le porte a tre accademie.

La Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi che metterà in scena con gli attori del terzo anno un classico brechtiano, “Santa Giovanna dei Macelli”, per la regia di Marco Plini, per capire come squilibri, diseguaglianze, meccanismi di manipolazione finanziari dei mercati cambino, dove si sposta “il paradigma del conflitto in un’epoca che ha superato il concetto di lotta di classe”.

L’Accademia Teatrale Carlo Goldoni del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale con il regista Giorgio Sangati e gli allievi diplomati del corso di recitazione presenta Comeradovera. Incrociando storie, punti di vista, dettagli, stati d’animo, tempi e ricordi, vicende pubbliche e private attorno all’incendio del Teatro La Fenice di trent’anni fa, il lavoro si interroga sul rapporto tra la vita di una singola persona o di una comunità e l’esperienza traumatica della perdita.

Poi la Scuola Teatro di Napoli – Teatro Nazionale con il direttore e regista Arturo Cirillo e i giovani attori del secondo anno rende omaggio a Enzo Moscato, figura fondamentale della drammaturgia napoletana scomparso due anni fa, incrociando due testi degli anni ottanta, Festa al celeste e nubile santuario e Ragazze sole con qualche esperienza, che nel nuovo allestimento diventano Quindici ragazze con qualche esperienza.

Infine, un nuovo college per attori è stato avviato quest’anno dal direttore Willem Dafoe: gli undici performer under 30 selezionati in una rosa di 440 candidature seguiranno un progetto di residenza a Venezia sviluppato nell’arco di quattro settimane. Una serie di laboratori con, oltre allo stesso Dafoe, Evangelia e Mary Randou, Simon McBurney del Théâtre de Complicitè e Silvia Costa.

Il laboratorio destinato ai primi selezionati del nuovo bando di drammaturgia di Biennale College avrà quest’anno come mentore il poeta e drammaturgo Fabrizio Sinisi.

Ci saranno poi il workshop di critica teatrale, in collaborazione con la docente e critica Roberta Ferraresi insieme a Massimo Milella; conversazioni, incontri, tavole rotonde con gli artisti e le artiste saranno guidati da Maddalena Giovannelli e Andrea Porcehddu, giornalisti e critici di teatro.

Un omaggio a Bob Wilson sarà ospitato nella Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian per tutto l’arco del festival grazie ai materiali raccolti e conservati all’Asac, l’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia. (di Paolo Martini)


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