L’evoluzione dell’essere umano ha raggiunto una fase in cui il confine tra biologia e strumenti digitali si fa sempre più sottile, trasformando la nostra stessa architettura neuronale in un nuovo terreno di scontro.
Non siamo più di fronte a un semplice adattamento passivo, ma a una trasformazione profonda in cui la mente agisce come una vera e propria superficie d’attacco per strategie di persuasione e controllo.
Durante il panel «La mente come superficie d’attacco: AI, potere e vulnerabilità umane», svoltosi nell’ambito del Security Summit Milano 2026 organizzato da Clusit, esperti come la ricercatrice Martina Ardizzi dell’Università di Parma e il saggista Alessandro Aresu hanno delineato un quadro dove le neuroscienze digitali diventano la chiave per comprendere la vulnerabilità del soggetto moderno.
Un confronto che ha evidenziato come il dinamismo cerebrale rispecchi le trasformazioni delle infrastrutture fisiche globali.
La plasticità neuronale e l’interazione tecnologica
Il punto di partenza per comprendere l’impatto delle tecnologie contemporanee risiede nella natura stessa del nostro sistema nervoso. Come spiegato da Martina Ardizzi, la differenza genetica tra l’uomo e lo scimpanzé è minima, oscillando tra l’1,3% e l’1,4%.
La vera divergenza è determinata dall’interazione tra geni e ambiente, mediata da una plasticità cerebrale che rende il nostro organo pensante estremamente poroso agli stimoli esterni. In questa prospettiva, la tecnologia non è un elemento estraneo, ma una componente integrante del processo evolutivo.
Ardizzi chiarisce questo legame fondamentale con una riflessione sulla natura della nostra evoluzione: «Quello che chiamiamo “cervello naturale” è in realtà il prodotto di un’interazione dinamica con la tecnologia». Nelle neuroscienze, il termine tecnologia non si limita ai dispositivi elettronici, ma comprende l’insieme di strumenti e prassi associate che modificano le richieste ambientali a cui il cervello deve rispondere.
Questo processo ha attraversato diversi cicli evolutivi:
- Mente interattiva: emersa con i primi strumenti motori che hanno potenziato le cortecce parietali e frontali legate alla percezione dello spazio e al movimento delle mani.
- Mente integrativa: nata con la creazione di strumenti sensoriali, come i flauti d’osso, che hanno stimolato l’espansione delle cortecce temporali e associative attraverso suoni inediti in natura.
- Mente simbolica: sviluppatasi con la scrittura e le pitture rupestri, portando all’esplosione del lobo prefrontale, sede del ragionamento e della teoria della mente.
Questa progressione dimostra che l’essere umano ha storicamente preferito creare tecnologia per facilitare la vita piuttosto che attendere un adattamento organico, rendendo la nostra biologia indissolubile dai mezzi che utilizziamo.
Dal pollice corticale alla memoria transattiva
Le conseguenze di questa interazione sono visibili nel quotidiano e supportate da evidenze scientifiche. Già nel 2015, studi neuroscientifici hanno dimostrato che l’uso intensivo dello smartphone ha portato a un’espansione dell’area corticale dedicata al controllo del pollice.
Non si tratta di una mutazione genetica, ma di una modulazione della sensibilità cerebrale in base all’uso dello strumento. Tuttavia, questa adattabilità presenta dei costi, in particolare per quanto riguarda l’attenzione sostenuta e la gestione delle informazioni.
Il concetto di memoria sta subendo una trasformazione radicale, evolvendo verso quella che viene definita memoria transattiva. Poiché disponiamo di dispenser esterni di informazioni, come Wikipedia o i motori di ricerca, il cervello tende a non “trattenere” più il dato specifico, ma a perfezionare la competenza strategica necessaria per sapere come e dove cercarlo.
Ardizzi sottolinea questo cambiamento: «Poiché abbiamo dispenser esterni di informazioni (come Wikipedia), non dobbiamo più “trattenere” il dato, ma sapere come “cercarlo”». Questa delega cognitiva, se da un lato libera risorse esecutive, dall’altro può portare a un atrofizzamento di determinate aree se il supporto tecnologico rimane puramente passivo.
Un esempio citato durante l’incontro riguarda uno studio del MIT sull’utilizzo di ChatGPT. È stato rilevato che scrivere un saggio avvalendosi dell’intelligenza artificiale abbassa l’attivazione cerebrale complessiva.
Questo fenomeno, sebbene possa sembrare negativo, è una risposta del cervello plastico che taglia le connessioni ritenute inutili per migliorare il rapporto segnale-rumore, a patto che l’utente mantenga un ruolo attivo nel processo creativo.
Il circuito della motivazione come punto di strozzatura
Se la geopolitica parla di choke points infrastrutturali, le neuroscienze digitali individuano punti di strozzatura simili all’interno della mente umana. Il principale è rappresentato dal circuito della motivazione, un meccanismo ancestrale responsabile del comportamento motivato: la ricerca della gratificazione e l’evitamento del danno.
Questo sistema è governato dalla dopamina, un neurotrasmettitore che, contrariamente alla credenza comune, non genera piacere ma funge da segnale di “salienza”, indicando al cervello quanto un oggetto esterno sia rilevante.
Le strategie di controllo digitale sfruttano esattamente questo meccanismo. Uno studio pubblicato su Science nel 2018 ha evidenziato come le fake news abbiano una capacità di diffusione superiore alle notizie vere perché risultano più salienti: sono più strane, cariche di emotività e sorprendenti.
Il cervello umano, programmato per la sopravvivenza, non distingue primariamente tra vero e falso, ma tra ciò che è saliente e ciò che non lo è. Le emozioni negative, in particolare, attivano l’attenzione in modo prioritario perché storicamente funzionali alla difesa dai predatori.
Martina Ardizzi evidenzia la criticità di questa condizione: «Le cortecce prefrontali dovrebbero controllare questi impulsi, ma sotto pressione o in caso di dipendenza digitale, faticano a silenziare questo meccanismo primordiale». Questa vulnerabilità apre la strada a forme di manipolazione che agiscono direttamente sugli istinti più profondi.
Incertezza, propaganda e dissonanza cognitiva
L’efficacia dell’iperpersuasione digitale si manifesta anche attraverso l’uso di linguaggi tipici dei social media applicati a contesti critici, come la propaganda militare su TikTok.
Mescolare immagini di guerra reale con estetiche videoludiche come Call of Duty, o utilizzare musiche familiari e ironiche su scene di distruzione, mira a colpire l’amigdala, la centralina delle minacce del nostro cervello. Quando una minaccia negativa viene presentata con toni familiari o faceti, si genera una dissonanza cognitiva che getta il soggetto in uno stato di confusione.
Il cervello, definito come una macchina predittiva, vive l’incertezza come il peggiore dei mali. In queste condizioni si attiva il nucleus coeruleus, che rilascia noradrenalina provocando uno stato di agitazione diffusa. «L’incertezza è il male peggiore per il cervello, che è una macchina predittiva», afferma Ardizzi, spiegando come, in preda all’agitazione, i processi decisionali razionali si blocchino.
In questo stato di paralisi cognitiva, l’individuo tende ad agganciarsi ai propri priors, ovvero ai pregiudizi e alle conoscenze pregresse, diventando estremamente più manipolabile.
L’alterazione della verità operata dai deepfake e dai video ritoccati aggrava ulteriormente questo scenario, mettendo a rischio le fondamenta stesse della democrazia. Alessandro Aresu osserva che, se le democrazie non sapranno rispondere con efficienza alla velocità di queste trasformazioni, soffocate da burocrazia e inerzia, rischieranno di cedere il passo a modelli autocratici percepiti come più rapidi nel gestire la complessità tecnologica.
Hacking positivo: la capacità di fare domande
Nonostante le sfide poste dal “debito cognitivo”, termine citato da Cerofolini riferendosi a una riflessione di Paolo Benanti sul Sole 24 Ore, le neuroscienze offrono anche una via per una difesa consapevole. Se la tecnologia è ergonomica e si adatta alle funzioni che noi decidiamo di abilitare, è possibile “hackerare” positivamente il sistema lavorando sulla formazione e sull’uso critico degli strumenti.
Un esempio concreto è il lavoro di un consorzio europeo citato da Martina Ardizzi, volto a migliorare la capacità di interagire con gli LLM (Large Language Models) attraverso la formulazione di domande complesse.
La forma interrogativa, a differenza della semplice richiesta di sintesi, attiva processi mentali che spingono l’individuo oltre il dato recepito passivamente. Ardizzi prospetta un futuro in cui l’eccellenza umana risiederà nella qualità del quesito: «Se un tempo l’uomo era l’unico animale parlante, in futuro sarà l’entità che sa fare le buone domande».
In definitiva, la difesa della mente come superficie d’attacco richiede un ritorno all’antico monito di Delfi: “Conosci te stesso”. Esplorare i limiti e le potenzialità della nostra biologia di fronte agli algoritmi è il primo passo per organizzare una difesa consapevole della democrazia e dell’autonomia individuale.
La sovranità, in questo nuovo secolo, non si esercita solo sui confini fisici o sui cavi sottomarini, ma nella capacità di mantenere il controllo razionale sui propri circuiti neuronali di fronte alla pressione dell’iperpersuasione digitale.
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Matteo Gargiulo
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