La seduta straordinaria del 4 giugno 2026 ha chiarito una cosa che nel dibattito sanitario spesso resta sfocata: la carenza di infermieri non coincide soltanto con il numero di posti scoperti. Pesa sulla tenuta dei turni, sulla capacità dei reparti di assorbire ferie e malattie, sull’attrattività dei corsi universitari e sulla possibilità di aprire servizi territoriali senza svuotare gli ospedali.
Il dato che fissa il perimetro: fino a 3mila infermieri mancanti
La stima indicata da Bertolaso colloca il vuoto lombardo fra 2.500 e 3.000 infermieri. Il numero va letto come una scopertura di sistema e non come semplice differenza amministrativa fra dimissioni e assunzioni. Un reparto può risultare formalmente coperto e restare fragile quando la turnistica vive su straordinari, mobilità interna e continui aggiustamenti di organico.
Il punto tecnico è questo: la Lombardia dichiara di non trovarsi davanti a una fuga incontrollata anno per anno perché le nuove entrate compensano quasi tutte le uscite. La criticità resta però strutturale, perché una compensazione quasi piena non ricostruisce il margine necessario per reparti ad alta intensità, Pronto soccorso, ferie estive e presa in carico territoriale.
Che cosa cambia con il Piano Lombardia Infermieri 2026-2028
L’ordine del giorno approvato in Aula impegna la Giunta a costruire un piano triennale. La parola decisiva è triennale, perché sposta il dossier dalla rincorsa ai singoli buchi di organico a una programmazione verificabile. Dentro il perimetro indicato entrano formazione universitaria, borse di studio, monitoraggio trimestrale dei posti vacanti, incentivi economici nelle aree di confine, alloggi Aler nelle zone dove il costo della vita pesa di più e reclutamento internazionale con verifica linguistica e professionale.
Il monitoraggio trimestrale dei reparti critici è la misura più misurabile. Se viene applicato bene, permette di distinguere i vuoti cronici dai picchi stagionali e dai problemi concentrati in singole strutture. Senza questa distinzione, il rischio è trattare con la stessa risposta un Pronto soccorso che perde personale stabile e un reparto che attraversa una fase temporanea di scopertura.
Uzbekistan: perché i 150 arrivi non chiudono il problema
Il canale con l’Uzbekistan viene presentato come una riserva operativa. A Tashkent è previsto un presidio con un esperto lombardo per seguire selezione, lingua italiana e aggiornamento professionale prima dell’arrivo nei reparti. I primi 150 infermieri dovrebbero raggiungere la Lombardia entro il 2026, dopo il percorso linguistico già avviato.
La proporzione racconta il limite della misura. Centocinquanta professionisti possono alleggerire singole aree e dare ossigeno ad alcune aziende sanitarie. Restano però una quota ridotta rispetto a una scopertura che arriva fino a 3mila unità. Per questo il reclutamento estero funziona soltanto se affianca politiche di trattenimento degli infermieri già formati in Italia.
La concorrenza svizzera spiega il nodo lombardo meglio di molte cifre
La Lombardia ha un problema che altre regioni vivono in modo meno diretto: il confine con la Svizzera. Quando un infermiere può restare a vivere in Italia e lavorare oltreconfine con una retribuzione molto più alta, il sistema regionale perde attrattività anche senza perdere completamente quel professionista dal territorio.
Gli incentivi per le aree di confine servono a ridurre questa distanza. Non cancellano il divario retributivo con il mercato svizzero e non possono sostituire il contratto nazionale. Introducono però un principio importante: il costo della vita e la pressione dei mercati vicini incidono sulla capacità di trattenere personale sanitario pubblico.
Il fronte universitario pesa quanto il reclutamento
La crisi infermieristica si forma anche prima dell’ingresso in corsia. In alcune sedi universitarie lombarde i posti disponibili nei corsi di Infermieristica risultano più numerosi delle domande. Questo dettaglio cambia la lettura del problema: la Regione non deve soltanto assumere chi c’è già, deve rendere di nuovo desiderabile l’accesso alla professione.
L’ipotesi dei voucher per gli studenti va letta in questa direzione. Aiutare chi sceglie Infermieristica significa agire sul primo collo di bottiglia. La misura resta legata alla disponibilità di fondi regionali e alla sua eventuale introduzione dal prossimo anno, quindi il test vero sarà nel bilancio e negli atti applicativi.
Cooperative e agenzie: il punto che misura la qualità del lavoro
Nel testo approvato entra anche la richiesta di indirizzi regionali vincolanti per l’impiego di personale infermieristico e di supporto fornito da cooperative, agenzie o altri soggetti esterni. È un passaggio meno visibile rispetto agli annunci sugli arrivi dall’estero. Incide però sulla qualità quotidiana del servizio.
Quando una struttura ricorre a personale esterno senza regole chiare, può coprire un turno e allo stesso tempo indebolire continuità, appartenenza al gruppo di lavoro e responsabilità organizzativa. L’indirizzo regionale serve proprio a evitare che la risposta emergenziale diventi un modello stabile e opaco.
Il punto aperto: l’ordine del giorno non basta da solo
Un ordine del giorno approvato a larga maggioranza pesa politicamente. Non produce automaticamente posti coperti. Ora servono delibere, risorse, criteri di priorità, tempi di attuazione e indicatori pubblici. Il valore del Piano 2026-2028 si misurerà sulla capacità di dire quanti posti restano scoperti, in quali aziende, in quali reparti e con quale riduzione trimestre dopo trimestre.
La nostra deduzione è netta: la Lombardia ha scelto di trasformare la carenza infermieristica in un fascicolo di governo regionale. La differenza fra annuncio e svolta passerà dalla tracciabilità dei risultati. Senza numeri periodici per azienda e senza coperture economiche leggibili, il piano rischia di restare cornice. Con numeri e risorse, può diventare uno strumento di pressione reale sul sistema.
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Junior Cristarella
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