Si chiamavano Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e Waseem Khan. Avevano tra i 19 e i 29 anni. Erano venuti in Italia per lavorare, per mandare qualcosa a casa, per costruirsi una vita. Il 1° giugno 2026 sono morti bruciati vivi dentro un minivan, in una stazione di servizio ad Amendolara, nel cosentino. A ucciderli sono stati due uomini che conoscevano bene: i caporali che li gestivano, Safeer Ahmed e Ali Raza. Quando i braccianti hanno rifiutato di pagare per essere trasportati, i due hanno bloccato le portiere dall’esterno e dato fuoco al mezzo. Le telecamere hanno ripreso tutto.
Uno solo è riuscito a salvarsi. Mohammad Taj Alamyar, 35 anni, afghano come tre delle vittime, ha rotto il finestrino a testate ed è uscito dal fuoco con le ustioni sul corpo. È lui ad aver raccontato cos’era la loro vita prima di quella sera: lavoro senza paga, minacce continue, coltelli e pistole puntati addosso ogni volta che qualcuno alzava la testa. «Ci davano da mangiare e un posto dove dormire, ma soldi mai», ha detto. Quello che è successo ad Amendolara non è un caso isolato né una tragedia improvvisa. È l’esito di un sistema che esiste da decenni nelle campagne del Sud, fatto di sfruttamento, invisibilità e paura. Ma un’alternativa al caporalato esiste? Sì, abbiamo provato a raccontarla sul numero di vita VITA magazine di giugno, in uscita venerdì 5.
Vivere nelle tendopoli
La tendopoli di San Ferdinando, nel cuore della Piana di Gioia Tauro, in Calabria, è un quadrato di terra dimenticato e sovraffollato, senza dignità Le persone vivono tra cumuli di spazzatura e animali morti. Dovrebbe ospitare massimo 270 persone, ma durante l’inverno può arrivare a contenerne oltre mille, forse più, tutti uomini. D’estate si svuota: i braccianti vanno in Puglia per la raccolta dei pomodori, in Sicilia per il turismo, a Saluzzo, in Piemonte, per le mele. Poi tornano. Tornano sempre qui: 20mila ettari di agrumeti nel cuore della regione più povera d’Europa. «L’aspetto più inquietante è l’invisibilità di queste persone, insieme alla loro assoluta utilità per la società e per l’economia. È una cosa di cui noi ci serviamo e con la quale non vogliamo avere nulla a che fare», dice Maria Corio, avvocata esperta di immigrazione.
L’aspetto più inquietante è l’invisibilità di queste persone, insieme alla loro assoluta utilità per la società e per l’economia. È una cosa di cui noi ci serviamo e con la quale non vogliamo avere nulla a che fare
Maria Corio, avvocata
Quanti alberi marcirebbero senza quei braccianti? «Tutti, penso». Qui chi lavora in nero viene pagato a cottimo, da un euro a cassetta d’arance raccolte a massimo due euro per una di clementine. Mentre la paga sindacale è 48 euro al giorno. «Pur di riempire quante più cassette è possibile non vanno in bagno, a volte neanche mangiano», racconta Corio. Il sistema tiene perché il caporale non è solo un intermediario, ma qualcuno che costruisce un pacchetto completo. Ti dà l’alloggio nel ghetto, il trasporto al campo, il contatto con l’azienda. E le vittime spesso non si percepiscono come tali. Nel caporale vedono un aiuto, non un aguzzino.
Caporalato vs legalità
Per smontare quel pacchetto bisogna costruirne un altro. È quello che, dalla Piana di Gioia Tauro, nel Sud della Calabria, fino a Borgo Mezzanone, la più grande baraccopoli d’Europa, nel Nord della Puglia, prova a fare il “progetto Spartacus”. Torniamo al novembre 2018, l’associazione Giuste Terre – allora si chiamava Chico Mendes, commercio equo e solidale – visita i produttori calabresi e si imbatte nella tendopoli. «Abbiamo cominciato a sognare, a ipotizzare di creare contatti fra le aziende che hanno bisogno di lavoratori e i lavoratori stessi», ricorda Gianantonio Ricci, responsabile del progetto dall’inizio.
Il 1° febbraio 2019 Spartacus parte. L’intuizione è semplice: se il caporale tiene le persone legate perché offre tutto insieme, l’alternativa deve fare lo stesso. Ma deve essere legale. Il modello si fonda su cinque pilastri integrati. «Il primo», spiega Ricci, «è il matching lavorativo: costruire un ponte tra i braccianti immigrati e le aziende virtuose, garantendo contratti regolari. Il secondo è l’alloggio dignitoso: nessun bracciante può restare nella tendopoli, e poiché quasi nessuno affitta agli africani, e la maggioranza tra loro lo è, il progetto stesso prendere le case in locazione e le paga. Il terzo è il trasporto: pulmini con autisti scelti tra gli stessi lavoratori collegano le abitazioni ai campi. Il quarto è l’assistenza legale: supportiamo le persone per ottenere permessi di soggiorno, documenti, e per aprire di conti bancari».
Un lavoro quotidiano contro prassi burocratiche che l’avvocata Corio, che segue tutti gli aspetti legali per Spartacus, definisce «illegittime». Il quinto pilastro è la formazione: corsi di italiano per le certificazioni A2 e B1, patenti, abilitazioni al muletto e al trattore, tecniche di raccolta specializzata, corsi di digitalizzazione. «Lavorare sulla formazione porta a una ricerca dell’autonomia, e quindi a svincolarsi in modo naturale dall’oppressione del caporalato», spiega Maria Palmieri, 39 anni, coordinatrice di Spartacus in provincia di Foggia.
Il lavoro grigio
In sette anni il progetto è passato da 20 beneficiari a oltre 200 nel 2025. Dalla Piana di Gioia Tauro, dal Sud della Calabria, Spartacus si è allargato fino ai ghetti del foggiano come Borgo Mezzanone, una città parallela dove vivono 2mila persone. «In Puglia si viene pagati a giornata. In base alla coltura si può arrivare anche a dieci euro all’ora: qui il lavoro in nero è pagato meglio di quello legale. E questo è un paradosso», spiega Ricci. «Così si è creata una zona di lavoro grigio: i braccianti hanno contratti per poche ore al giorno e il resto del tempo lavorano in nero».
Il caporalato non è qualcosa di esotico: c’è nella vita quotidiana e dipende da quello che noi scegliamo di mettere in tavola
Maddalena Fabbri, associazione di volontariato Fatoma
Spartacus non starebbe in piedi senza il sostegno di Fondazione Con il Sud, San Zeno, Vismara, Prosolidar e ancora Fondazione Siniscalco Ceci Emmaus. Ma ci sono anche le donazioni dell’Unione Buddista Italiana, della Chiesa Valdese, delle chiese battiste e del fondo di beneficenza di Intesa san Paolo. Questo progetto non può riformare la filiera agroalimentare che schiaccia i prezzi dal supermercato fino al campo, il cambiamento deve riguardare tutti.
Perché come ricorda Maddalena Fabbri dell’associazione di volontariato Fatoma, che a Borgo Mezzanone tiene una scuola di italiano: «Il caporalato non è qualcosa di esotico: c’è nella vita quotidiana e dipende da quello che noi scegliamo di mettere in tavola».
La prossima settimana sul sito di VITA, a firma di Anna Spena, troverete il reportage di un viaggio che va dalla Piana di Gioia Tauro, nel Sud della Calabria, fino a Borgo Mezzanone, la più grande baraccopoli d’Europa, nel Nord della Puglia. Alla scoperta di un pezzo di Italia che non vogliamo vedere.
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Anna Spena
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