1 giugno 2026 – ore 14:30 – Cara propaganda, cara disinformazione, cara manipolazione, un giorno, care signore, ci dovrete raccontare il perché! Sospettiamo da tempo qualcosa, in verità, ma vorremmo saperlo da voi! Riepiloghiamo brevemente. Le dichiarazioni rese alla stampa sul drone russo dal Presidente della Romania, Nicuşor Dan, personaggio politico schierato con Kiev e con Bruxelles, hanno inficiato gran parte della narrazione occidentale, determinando l’uscita di scena dalle cronache dell’increscioso incidente. Il Presidente rumeno ha testualmente affermato che: «Mentre droni russi attraversavano il territorio ucraino, alcuni di essi sono stati abbattuti e uno, probabilmente dopo essere stato colpito (dalle forze ucraine, ndr) sopra la città di Reni (in Ucraina, ndr), ha cambiato traiettoria dirigendosi verso Galati». Non si parla più di linea rossa superata o di altre simili espressioni. Ricordiamo che l’allarme scatenato dal presunto attacco russo in Romania, in tutte le cancellerie occidentali, era stato immediato: ogni scenario possibile era stato declinato e urlato a gran voce. Tuttavia, e malgrado le dichiarazioni ufficiali della Romania sull’evento, alcuni organi di stampa hanno voluto abilmente alterare la notizia, concentrando unicamente l’attenzione sul fatto che il drone caduto in Romania fosse, in ogni caso, russo. Complimenti vivissimi, ma permettetemi di aggiungere che questo servizio che offrite non si chiama informazione, bensì manipolazione.
Inoltre, nelle stesse 48 ore, quasi nessun notiziario ha voluto rivelare un’altra notizia, secondo la quale un drone ucraino aveva attaccato la Centrale nucleare di Zaporizhzhia, ricordiamolo, attualmente sotto totale controllo russo anche in termini di operatori al suo interno.
In merito, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), non i criminali efferati del Cremlino, ha scritto: «L’Aiea è stata informata dalla centrale nucleare di Zaporizhzhia che un drone oggi aveva colpito un edificio delle turbine nel sito, causando un foro nella sua parete. Il direttore generale Rafael Grossi ha espresso seria preoccupazione per l’incidente riportato, che metterebbe in pericolo sia i 7 pilastri indispensabili per garantire la sicurezza nucleare durante il conflitto, sia i 5 principi concreti per proteggere la centrale, che affermano chiaramente che non dovrebbero esserci attacchi di alcun tipo da o contro l’impianto».
Ovviamente, i diavoli imperialisti russi hanno accusato ingiustamente l’agnello innocente, impersonato dal prode guitto di Kiev che, naturalmente, ha smentito ogni possibile coinvolgimento ucraino in questo assurdo “incidente”.
Qui non si tratta più di disinformazione, qui si tratta di continua manipolazione della realtà e, nel caso ultimo di Zaporizhzhia, peraltro area oggetto di continui attacchi ucraini contro obiettivi civili, si tratta di atto di terrorismo, non di guerra.
Proviamo a usare i termini appropriati.
Io non sono un tifoso che sventola una bandiera, io provo solo sgomento.
Credetemi, davanti alla guerra l’unico sentimento che provo è l’orrore. Ho vissuto la guerra in molte realtà dell’Africa, in brevi missioni in Medio Oriente e nei Balcani, e mi ricordo perfettamente l’odore nauseabondo della morte e la polvere che ti invade i polmoni dopo un’esplosione. Ho compreso, ascoltato, studiato e vissuto per anni anche gli effetti diretti e indiretti devastanti delle guerre civili, dei genocidi e della segregazione razziale in Namibia, Sud Africa, Zimbabwe, Sahel, Rwanda e Uganda e potrei continuare per ore. Ho impresso nella mente gli sguardi paralizzati dalla disperazione, dal terrore di donne, uomini, bambini, soldati e agenti di polizia dopo la deflagrazione di un ordigno.
Mi ricordo perfettamente nei dettagli il 26 luglio 2016 a Mogadiscio e le urla disperate nell’immediatezza di un ennesimo tremendo attentato di Al Shabaab (versione somala dell’ISIS), in cui vennero massacrati oltre una ventina di giovani agenti di polizia. Ero con loro, in mezzo a loro, stordito come loro, lordo di polvere e sangue come loro, in mezzo a colpi di arma da fuoco come loro, sopravvissuto come loro, per cui non sono disponibile ad accettare questa narrazione e soprattutto la superficialità con cui vengono trattati questi argomenti.
I sorrisi malcelati di “esperti” che, dai salotti televisivi, giudicano, pontificano, accusano, si schierano come tifosi ultras, sapendo perfettamente che dopo pochi minuti ringrazieranno il conduttore e il regista della trasmissione, magari disquisendo di altro davanti a un buon caffè e pasticcini nella buvette della rete televisiva che li ha lautamente ospitati, sono divenuti oltremodo insopportabili.
Non sanno di cosa parlano, nella migliore delle ipotesi.
Ci sono milioni di morti in Ucraina, tutti giovani, ucraini e russi. Il popolo ucraino è stremato, il Paese è distrutto, il sistema-Paese è da tempo collassato e tenuto in vita artificialmente dagli aiuti europei. Gli USA ora hanno deciso apparentemente di disinteressarsi, dopo aver determinato con Biden il collasso di ogni tentativo negoziale prima dell’esplosione del conflitto, dopo aver sapientemente armato l’Ucraina e dopo molto, molto, molto altro.
La Russia è responsabile dell’invasione, diciamolo senza apporre nessuna giustificazione.
Il risultato appare tremendo. Mosca si trova isolata in Europa e ostracizzata da ogni futuro processo di integrazione con l’Occidente. Eppure, davanti a un simile scempio, l’unica voce che ascoltiamo è quella di continuare a sostenere questa guerra nel cuore dell’Europa, di lanciare programmi ambiziosi di armamento, di voler immolare il popolo ucraino fino all’ultimo soldato disponibile, di individuare come minaccia imminente alla nostra comune sicurezza la Russia.
Nessuno parla di pace, nessuno lavora veramente per la pace. Gli appelli formulati dai pontefici rimangono, nella migliore delle ipotesi, ignorati, se non derisi.
Qualcuno, ci dicono da oltreoceano, vuole e auspica il caos. Qualcuno gioca una partita pericolosa, con carte abilmente truccate.
In tale cornice, la tensione cresce, la minaccia di un distruttivo attacco russo su Kiev appare reale. Le diplomazie sono al lavoro. Si cerca di evitare il peggio.
Il ministro degli Esteri russo tace, mentre il prode guitto di Kiev, nei suoi discorsi, alterna inviti alla pace e accuse alla Russia, invocando continuamente nuovi e urgenti aiuti dall’Europa e dagli USA.
SENTO UN URLO SALIRE DA DENTRO: BASTA.
FERMIAMOCI, SIAMO NATI PER ESSERE ALTRO!
Tuttavia, un dato positivo sembra emergere in tale disastro. La crisi economica che attraversa l’Europa e che non accenna a diminuire sta suggerendo, forse determinando, un’inversione di rotta obbligata per molti Paesi del continente europeo.
Gianandrea Gaiani, su Analisi Difesa, ci informa che la “bolla” del riarmo europeo, insostenibile per gli elevatissimi costi e per lo più a debito, si sta sgonfiando, trainando con sé la disponibilità delle nazioni europee a continuare a sostenere sine die lo sforzo militare dell’Ucraina.
Ricordiamo, in merito, che il 25 maggio u.s. Italia, Regno Unito, Francia, Spagna e Canada hanno respinto la proposta del segretario generale della NATO, Mark Rutte, che voleva imporre agli alleati di spendere lo 0,25 per cento del Pil in ulteriori aiuti militari all’Ucraina.
Inoltre, appare sempre meno convinta l’adesione europea al progetto denominato Prioritised Ukraine Requirements List (PURL) per pagare agli Stati Uniti le armi chieste da Kiev, a cui l’Italia, peraltro, non ha mai aderito.
Infine, relativamente al finanziamento del cosiddetto “prestito” da 90 miliardi di euro all’Ucraina, si sono sottratti al momento Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
L’ascesa dell’AfD tedesca, che abbiamo trattato recentemente, ne rappresenta una chiara testimonianza. Il fenomeno Macron in Francia appare incanalato verso una fine ingloriosa. Il Rassemblement National di Marine Le Pen ha superato il 32% dei sondaggi.
Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente dichiarato che Parigi si trova ad affrontare crescenti rischi per le finanze pubbliche.
In Spagna, il premier Pedro Sánchez appare assediato da una crisi politica e da inchieste giudiziarie che rischiano di travolgerlo.
Situazione incredibilmente grave!
Alla luce di quanto sopra, le considerazioni di oggi appaiono particolarmente amare.
Provo un senso di vergogna davanti alle menzogne di ogni genere e colore da cui mi sento circondato e dalle quali mi sento soffocato. Ma la mia vergogna più grande è quella che provo nei confronti dei giovani, verso i nostri figli, verso cui perdiamo continuamente credibilità e rispetto.
Le nostre sterili discussioni, i litigi, le menzogne, le arroganze e le prepotenze non rappresentano comportamenti di adulti capaci di difendere il bene comune, ma solo quelli tipici di bambini viziati e gravemente irresponsabili.
L’Africa mi ha insegnato che in ogni comunità gli Anziani rappresentano la saggezza e la direzione. Gli Anziani sentono la responsabilità profonda di essere il punto di riferimento certo.
L’unico insegnamento che possiamo dare ai nostri figli, in questo momento storico, è mostrare loro di essere capaci di cambiare rotta, di assumere nuove posizioni e responsabilità. Questo fa un capo famiglia, questo fa un capo villaggio, questo fa un capo di governo.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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