Non è da oggi che gli artisti italiani lamentano la loro scarsa presenza alla Biennale di Venezia. Quest’ultima, nata nel 1895, già dalla prima edizione lasciò con la bocca amara molti pittori e scultori veneziani, che si sentirono espropriati dell’arte proprio mentre sentivano nascere una manifestazione che portava fondi, impegno e denaro nel loro campo d’azione e nella loro città. La Biennale nacque da subito, infatti, con una dichiarata vocazione internazionale, che non ha mai cessato di generare contromisure nel panorama lagunare. Il primo e tempestivo atto riparatorio fu la stesura del testamento di Felicita Bevilacqua (1822-1899), nobildonna veronese vedova del generale garibaldino La Masa. L’atto, stilato nel 1898, prevedeva che il Palazzo di famiglia Ca’ Pesaro venisse dato al Comune a patto che vi si costituissero una sala espositiva per i giovani artisti veneziani e, sopra questa, ci fossero degli appartamenti-atelier senza dover pagare alcuna “pigione”, per “i giovani artisti ai quali è spesso interdetto l’ingresso alle grandi mostre”. È importante ricordare che sia la Biennale, sia la Bevilacqua, nacquero non solamente come luoghi di esposizione ma anche di vendita. Proprio per vendere meglio, i ragazzi capesarini vollero spostarsi al Lido cent’anni fa, certi che il milieu mondano verso cui si indirizzava la località balneare avrebbe dato buoni frutti. Non fu così. Di qui il ritorno a Venezia, non più a Ca’ Pesaro, però, trasformato in un museo d’arte moderna che iniziò ad acquisire opere dalla Biennale. Un breve incanto ora abbandonato: per riprenderlo, basterebbe mettere nelle norme che chi vince un Leone lascia un’opera alla città. I ragazzi della Bevilacqua La Masa furono accontentati con una sede in Piazza San Marco, il Salone degli Specchi a Ca’ Giustinian (ora scomparso e mai rivendicato), più una sede per uffici che, grazie all’azione di Chiara Bertola, allora presidente, è un Palazzetto a San Barnaba di grande fascino, già dimora della famiglia di artisti che ebbe il suo maggiore esponente in Ettore Tito.
Il passato internazionale della Fondazione Bevilacqua La Masa
Palazzetto Tito è diventato da allora un luogo dove si sono svolte mostre di grande spessore, incluse quelle che volle realizzarvi il presidente successivo, Luca Massimo Barbero, e quelle realizzate durante la mia stessa presenza (2002/2015). Insieme ai 14 atelier d’artisti collocati a Palazzo Carminati e alla Giudecca, ripristinati nell’architettura e nel funzionamento rigorosamente annuale delle presenze, è stato capace di attirare sponsor come Bonotto, Stonefly, Moleskine, tutti molti orientati a sorreggere l’attività dei giovani. Il Palazzetto Tito è anche stato la sede di conferenze e convegni organizzati insieme alle Università, all’Accademia, al Center for Contemporary Art di Kitakiushu, il miglior luogo sperimentale in Giappone, nonché di qualche affollatissima lezione serale di Giorgio Agamben, circondato dai ragazzi che gli si chiudevano intorno in un anfiteatro di sedie pieghevoli, oppure di riunioni per soli artisti. Ma è riuscito anche ad attrarre personali di artisti importanti, come la prima mostra museale italiana di Marlene Dumas (2003) e ancora le mostre di Thomas Ruff, Karen Kilimnik, Maya Bajevic, Yoko Ono, Peter Doig tra gli altri; nella sede di San Marco si sono avvicendate le mostre (sempre fatte con gli artisti e mai organizzate “a pacchetto” delegandole a un intermediario) di Alex Katz, Roni Horn, Jim Hodges, Yasumasa Morimura, Rebecca Horn, Hiroshi Sugimoto, Edvard Munch.
La formula, nel caso di artisti molto famosi, era quella di coinvolgere entità esterne non in forma di affitto, ma di scambio: la ristrutturazione della sede di Piazza san Marco è stata fatta a spese del Museo Munch, che vi ha investito oltre 100mila euro. Avere costruito una buona reputazione ha significato potere coinvolgere gallerie anche private sempre più importanti secondo una formula che poi è stata adottata anche dalle Gallerie dell’Accademia e dai Musei Civici. Tutti amano Venezia e soprattutto anche gli artisti più importanti agognano avere una presenza in città durante il periodo della Biennale Arte. Inoltre, molti artisti sono stati attirati dalla collaborazione che si era instaurata con il Teatro La Fenice, dove sono intervenuti Grazia Toderi, Jana Sterbach, Rebecca Horn, William Kentridge (in una kermesse che coinvolse anche il Teatro Malibran e Palazzetto Tito), Isaac Julien quando ancora (2014) non era stato fatto baronetto e non aveva ai suoi piedi metà del mondo dell’arte. Sul fronte dei giovani, ogni anno una Collettiva selezionava i più meritevoli, una Mostra di borsisti elargiva un’ulteriore attenzione e l’attività degli studi era seguita da vicino: non a caso hanno visto passare artisti oggi riconosciuti come Giorgio Andreotta Calò (poi al Padiglione Italiano della Biennale 2017), Diego Marcon (poi nella mostra centrale della Biennale 2022), Thomas Braida, The Cool Couple, Serena Vestrucci o Diego Tonus, spesso con l’aiuto di curatori con grande esperienza come Milovan Farronato o gli studenti del settore Campo della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
La Bevilacqua La Masa oggi e il sostegno agli artisti emergenti
Cos’è successo negli ultimi dieci anni, dal 2016 in poi? Con il cambio di amministrazione sono andate perdute molte professionalità che si erano formate alla “Bevilacqua La Casa” (così la chiamavamo affettuosamente): lo staff è sempre importante e solo Stefano Coletto ha avuto la costanza di restare, di tenere alto il livello della partecipazione giovanile, di proteggere gli atelier d’artista, che ora sono saliti di numero fino a 25 unità e lavorano in collaborazione con i Musei Civici; dal 2022 hanno un curatore dedicato (prima Cristina Beltrami, poi Antonio Grulli e ora Camilla Mozzato) e hanno avuto occasioni di visibilità presso Arte Fiera di Bologna. Persino la biblioteca di arte contemporanea che era nata nel 2002, regolarmente schedata secondo i canoni nazionali dal 2013, è stata riposizionata a Mestre ma funziona e contiene alcune delle collane più preziose di MIT Press, Phaidon Press, Sternberg, Hatje-Cantz, Taschen tra gli altri editori internazionali.
Una istituzione che ha perso il suo lato più internazionale
Purtroppo, non è continuata la collaborazione con musei e gallerie stranieri, privilegiando le gallerie locali i cui contributi, più magri dei precedenti, hanno molto diminuito le entrate. Ciò ha messo in crisi quella circolazione virtuosa per la quale il budget veniva raccolto con le mostre degli artisti famosi, e andava in massima parte a coprire le spese per i giovani artisti. Non è più stato possibile, quindi, documentare con almeno due cataloghi (in ingresso e in uscita) le attività dei ragazzi degli atelier, tra cui visite di curatori accreditati, premi acquisto, programmazioni dedicate ad alcuni asiatici e africani come Kiluanij Kia Henda, ora nella collezione della Tate a Londra, in una concezione di arte “veneta” che comprende anche coloro che hanno creato, specialmente con la città lagunare, un rapporto di scambio profondo. Venezia ha sempre avuto una vocazione all’accoglienza che, nelle dovute proporzioni, non può essere smentito nemmeno dall’arte contemporanea. L’istituzione ha mantenuto le sue promesse per i giovani, ma non ha conservato il prestigio internazionale che ne aiutava sia le risorse internazionali, sia la visibilità e quindi l’attrattività per ulteriori mostre importanti. Non si può dimenticare il complimento con cui sir Nicholas Serota, per decenni direttore della Tate, ha salutato l’istituzione durante l’apertura della personale di Peter Doig nel 2015. Attendiamo altri potenziamenti e, quindi, altri complimenti.
Angela Vettese
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