*
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 27 maggio 2026.
*
TOP
LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO
Alcune parole che pesano per quello che dicono. Altre hanno peso per chi le pronuncia. Come nel caso di Luca Cordero di Montezemolo che ieri ha scavato la fossa alla neonata Ferrari Luce. Le sue parole hanno avuto un peso tale che il mercato ha reagito immediatamente, con una brutalità che i grafici di borsa sanno esprimere meglio di qualsiasi analisi. Il tonfo è stato da 5 miliardi.
«Si rischia la distruzione di un mito»: è stata la lapidaria sentenza dell’uomo che fu il figlioccio di Gianni Agnelli e che da lui ricevette il timone della Casa con il cavallino rampante e l’ha guidata negli anni più gloriosi della sua storia recente. È l’uomo che con Michael Schumacher ha costruito la leggenda dei sei mondiali consecutivi, quello che ha trasformato Maranello in un simbolo globale del lusso e della perfezione ingegneristica italiana. Montezemolo non è un passante che commenta una foto su Instagram: è la voce più autorevole che potesse scegliere di parlare. E l’ha fatto.
Ventinove secondi per demolire l’attuale corso: «Spero che almeno si tolga il Cavallino, almeno, da quella macchina». Poi la battuta finale: «almeno i cinesi non ce la copieranno». È il colpo di grazia. Feroce, crudele, perfetto nella sua ambiguità: con un colpo solo una frecciata al design, un giudizio sul posizionamento di mercato, una critica alla scelta stessa di fare un’elettrica con quel volto.
Il crollo
Il crollo del titolo in borsa è la traduzione numerica di un problema che Ferrari dovrà affrontare. Non domani ma adesso: come si convince il mercato che un’auto elettrica da 550mila euro con un design che divide radicalmente è il futuro del Cavallino e non la sua negazione? La risposta di Ferrari è che si tratta di una scelta coraggiosa, un salto verso il futuro. La risposta di Montezemolo è che il coraggio, quando si chiama in causa, spesso nasconde l’incertezza.
È legittima una domanda: ha ragione Montezemolo o sta difendendo un’idea di Ferrari che appartiene al passato? L’auto elettrica è il futuro e questo è fuori discussione. La questione è se il design della Luce sia il modo giusto per arrivarci, o se sia un tentativo di essere rivoluzionari a tutti i costi, dimenticando che il mito di Ferrari non è mai stato nella rottura con se stessa ma nel perfezionamento ossessivo di ciò che già era straordinario.
John Elkann ha detto che è una scelta coraggiosa. Montezemolo ha detto che è un rischio. La borsa, almeno per un giorno, ha dato ragione al secondo. Il Cavallino, per ora, resta sulla macchina. Ma la frase di Montezemolo resterà ancora più a lungo.
Colpita e azzoppata.
EMANUELE ORSINI
Scomodo. Con il suo discorso e la sua diagnosi. Il presidente di Confindustria Emanuele Orsini all’assemblea di viale dell’Astronomia ha chiamato le cose con il loro nome: «burocrazia lunare», «72 condizioni poste da Bruxelles per il decreto bollette», «caro energia come minaccia esistenziale per le imprese». Soprattutto, ha chiesto soluzioni che la politica italiana discute da anni senza mai arrivarci: sospensione dell’ETS, mercato unico dell’energia, ritorno al nucleare, riforma delle 575 agevolazioni fiscali che erodono 120 miliardi di base imponibile.
Non sono richieste nuove. Il problema è che sono ancora richieste dopo anni in cui si è discusso, si è rimandato, si è promesso. E questo descrive in modo preciso la distanza tra il ritmo con cui l’economia reale si deteriora e quello con cui la politica risponde.
Giorgia Meloni ha raccolto il filo con una sintonia che la stessa Repubblica definisce «studiata»: il dettaglio della telefonata preliminare tra i due per «affinare i discorsi» conferma che lo era. «L’Europa deve fare meno e meglio», ha detto la premier. «Vogliamo procedere speditamente sul nucleare». Parole giuste, nella direzione giusta. Il problema è che Meloni siede al Consiglio Europeo da quattro anni – come ha puntualmente ricordato Elly Schlein – e la burocrazia lunare di Bruxelles non si è alleggerita di un grammo in questo periodo. La critica è facile, ma non è infondata: a un certo punto le lamentele sull’Europa devono tradursi in risultati nell’Europa, altrimenti diventano un alibi.
Salari troppo bassi
Il punto più interessante e più onesto della relazione di Orsini riguarda i salari, definiti «troppo bassi». È raro sentire il presidente di Confindustria dirlo con quella chiarezza davanti a una platea di imprenditori. Meno raro è rilevare che né lui né la premier hanno indicato come alzarli concretamente, come ha notato il segretario della CGIL Maurizio Landini con una precisione scomoda.
Perché questa è la costante di ogni assemblea di Confindustria degli ultimi anni: diagnosi corrette, ricette condivisibili, soluzioni evase. Il caro energia è reale — e lo testimoniano ogni giorno i lavoratori di Cassino Plant che non lavorano perché lo stabilimento non è competitivo. Il nucleare è necessario e il governatore Rocca lo chiede da mesi per rendere il Lazio attrattivo agli investimenti stranieri. La burocrazia è lunare e Novo Nordisk è venuta ad Anagni solo grazie a un Commissario che ha bypassato quella burocrazia in tempo reale.
Le soluzioni esistono. Richiedono coraggio politico, non accordi preventivi su come mostrarsi in sintonia davanti a una platea. Il vero test non è l’assemblea di Confindustria. È il giorno dopo.
Concreto ma incompleto.
CATENO DE LUCA – CRISAFULLI
Doveva essere un esperimento. Va avanti da quindici anni perché nessuno riesce a fermarlo. A Messina l’incontenibile Cateno De Luca fa e disfa, ritira e ricandida, costruisce e smantella. Ed il risultato è sempre lo stesso. La città è sua. Non del partito, non della coalizione, non dell’ideologia. Sua.
La storia del sindaco Federico Basile è sufficiente per dare la rappresentazione del quadro. Dimesso prima della scadenza naturale del mandato per cercare una maggioranza più solida, poi ricandidato con quindici liste a supporto, poi rieletto con circa il 55% dei voti, dieci punti in più rispetto al 2022. È la dimostrazione più plastica che in Italia il consenso personale può ancora sopravvivere e prosperare indipendentemente da qualsiasi struttura partitica. Basile non governa per Fratelli d’Italia o per il PD. Governa per Cateno De Luca che a sua volta governa per se stesso, con la franchezza di chi non ha mai preteso di essere altro.
Bandiera bianca
Il centrodestra ha sventolato bandiera bianca a Messina senza combattere davvero. Il centrosinistra si è fermato intorno al 10%: un risultato che definire deludente è un eufemismo per una città di trecentomila abitanti sullo Stretto. Nel mezzo, De Luca con il suo Sud chiama Nord ha dimostrato ancora una volta che le categorie tradizionali della politica italiana non si applicano in egual misura ovunque. Alle elezioni in altri comuni siciliani si è schierato a volte con il centrodestra, a volte con il centrosinistra. La coerenza non è ideologica: è personale. E funziona.
La lezione che Messina offre al sistema politico italiano è semplice e scomoda: quando i partiti smettono di essere radicati nei territori, il territorio trova altri interpreti. De Luca è uno di questi — ruvido, imprevedibile ma presente. E la presenza, in politica, vale più di qualsiasi simbolo.
Una lezione che dovrebbe indurre Elly Schlein e l’attuale gruppo dirigente del Partito Democratico a fare un paio di riflessioni. E se non gli fosse bastato il risultato di Cateno De Luca a Messina e nemmeno quello di don Vincenzo De Luca a Salerno allora dessero un’occhiata ai numeri di Vladimiro Crisafulli ad Enna. Dal Nazareno gli hanno negato il simbolo del Pd, lui ha risposto “Perfetto, prendo più voti. A Enna il Pd sono io”. E lo ha fatto.
Scatenati.
FLOP
ANDREA ORLANDO
Il centrosinistra italiano fatica a metabolizzare concetti fondamentali della politica: il vento dei Referendum soffia forte ma si esaurisce nel giro di pochi mesi. La vittoria del No alla riforma della Giustizia aveva convinto i dirigenti del centrosinistra di avere in mano un propellente sufficiente per arrivare alle politiche del 2027 con il vento in poppa. Le urne di domenica hanno risposto con la fredda precisione dei numeri: quel vento non ha mosso quasi nulla.
Venezia è il caso più emblematico e il più doloroso per Andrea Orlando, che aveva investito sulla candidatura del senatore Andrea Martella come se bastasse uno sforzo organizzativo serio, un programma costruito sull’ascolto, liste aperte all’integrazione con candidati di origine bengalese, per conquistare una città che aveva dato la vittoria al No al referendum. Non è bastato.
La componente di Orlando ha ottenuto a Venezia più o meno gli stessi voti che una singola lista della coalizione del sindaco vincente Simone Venturini è riuscita a raccogliere da sola. È la misura di un crollo che va ben oltre la sconfitta ordinaria.
Arretramento
Orlando perde Venezia e prima aveva perso la Liguria: un’elezione che il centrosinistra aveva in tasca e che è riuscito a farsi sfuggire con una combinazione di divisioni interne e incapacità di chiudere. La sua parabola in questi anni racconta di un dirigente che ha costruito tanto senza riuscire a costruire la cosa più importante: un’identità politica riconoscibile e alternativa che sopravviva alle singole battaglie referendarie.
Ma il problema di fondo è più profondo dei numeri e delle alleanze. Il centrosinistra manca ancora di quella visione alternativa del Paese: netta, riconoscibile, capace di parlare a chi non ha già scelto. Una visione alternativa che trasformi il consenso anti-governo in consenso pro-qualcosa. Il No al referendum ha dimostrato che una larga parte degli italiani non vuole quella riforma. Non ha dimostrato che vuole questa opposizione al governo.
Sono due cose diverse. E fino a quando il centrosinistra non imparerà a distinguerle, continuerà a vincere i referendum e a perdere le elezioni.
Dategli uno specchio.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse. Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link Alessioporcu.it
Source link





