Prima un finanziamento. Poi un altro per pagare quello precedente. Quindi la cessione del quinto, la delega sullo stipendio, la carta revolving. E, quando i conti non tornano più, magari anche un pignoramento. Il debito familiare può diventare una macchina che si alimenta da sola: si prendono soldi in prestito per riuscire a restituire quelli già presi in prestito.
Non parliamo di persone senza reddito. Nei casi che abbiamo esaminato ci sono lavoratori con uno stipendio regolare, persino dipendenti pubblici. Ma ci sono anche mutui, problemi familiari, spese impreviste, cure mediche e finanziamenti accumulati negli anni. Alla fine il risultato è lo stesso: 141 mila euro di debiti in un caso, 226 mila in un altro, oltre 132 mila in un terzo.
Sono tre procedure arrivate nei mesi scorsi davanti ai Tribunali di Trapani e Marsala. Non indichiamo i nomi dei debitori, perché qui non interessa mettere alla berlina nessuno. Interessa capire come si può arrivare ad avere uno stipendio e, contemporaneamente, non avere più abbastanza denaro per vivere.
Il caro vita rende ancora più stretta la coperta
Il contesto, del resto, non aiuta. A luglio 2026 l’inflazione in Italia è stata del 2,9% su base annua. E il dato più interessante è un altro: nel secondo trimestre dell’anno l’Istat ha rilevato un aumento dei prezzi del 3,7% per le famiglie con livelli di spesa più bassi, contro il 2,6% per quelle che spendono di più. Tradotto: l’aumento del costo della vita pesa proporzionalmente di più proprio su chi ha meno margini.
Quando una buona parte dello stipendio è già prenotata da mutui, finanziamenti e cessioni del quinto, bastano bollette più alte, una macchina da riparare o una spesa sanitaria per far saltare l’equilibrio. Ed è qui che entra in gioco il sovraindebitamento.
Lo Stato non paga i debiti. Ma consente di ristrutturarli
Va chiarito un punto. Non esiste uno Stato che arriva e paga i finanziamenti al posto del debitore. Esiste, però, uno strumento previsto dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.
Il consumatore sovraindebitato può rivolgersi a un Organismo di composizione della crisi, l’OCC, e proporre al Tribunale un piano di ristrutturazione dei debiti. Il piano stabilisce quanto il debitore può realmente pagare, per quanto tempo e con quale trattamento dei diversi creditori.
La legge consente anche che alcuni crediti vengano soddisfatti solo in parte. Ma non è un “liberi tutti”: il giudice deve verificare la situazione economica, la sostenibilità del piano e, soprattutto, che il sovraindebitamento non sia stato determinato con frode, malafede o colpa grave.
I fascicoli che abbiamo esaminato mostrano concretamente come funziona.
Il caso di Alcamo: 141 mila euro di debiti e una rata per quasi undici anni
Il primo caso riguarda una docente dell’Alcamese. Il totale dell’esposizione indicato nel piano è di 141.585,65 euro.
La fotografia dei debiti è impressionante perché mostra quanto possa frammentarsi un’esposizione familiare. Ci sono quasi 7 mila euro verso Agenzia delle Entrate-Riscossione, circa 6.577 euro verso il Comune di Valderice, poco più di 2 mila euro verso l’Aci.
Ma il grosso è rappresentato dal credito bancario e finanziario: 25.857 euro nei confronti di Banca del Fucino Finance, 54.424 euro verso Barclays, 16.800 euro verso Banca Popolare Pugliese, 21.203 euro nei confronti di Compass e altri 3.861 euro verso Intesa Sanpaolo.
Eppure la donna un reddito ce l’ha.
Dalle dichiarazioni fiscali allegate al procedimento risultano 30.279 euro di reddito nel 2024, 30.879 nel 2023, 29.086 nel 2022 e 27.712 nel 2021. Il nucleo familiare è composto da due persone e nel piano vengono indicate in 830 euro al mese le spese strettamente necessarie per il sostentamento.
Il problema è tutto nello squilibrio fra ciò che entra e ciò che deve uscire.
Il piano propone così di mettere a disposizione dei creditori 600 euro al mese per 10 anni e 9 mesi, per una somma complessiva indicata in 77.334,75 euro. I crediti prededucibili, ipotecari e privilegiati vengono pagati integralmente; ai creditori chirografari viene destinato ciò che resta secondo quanto stabilito dalla proposta.
Il Tribunale di Trapani ha omologato il piano nel luglio scorso. Nella sentenza il giudice sottolinea che non sono emersi elementi per ritenere che la debitrice abbia provocato la propria situazione con colpa grave, malafede o frode e considera il piano attendibile e sostenibile rispetto alla sua situazione economica e patrimoniale. Anche una durata superiore a dieci anni, nel caso concreto, non è stata ritenuta eccessiva.
È quasi una seconda vita finanziaria: per oltre un decennio una parte dello stipendio sarà destinata a chiudere i conti del passato.
Marsala, oltre 226 mila euro: quando un finanziamento serve a pagarne un altro
Il secondo caso, a Marsala, è ancora più significativo. La debitrice è una dipendente a tempo indeterminato del Ministero dell’Istruzione, con un reddito medio mensile indicato nel piano in 2.091,18 euro. Il debito complessivo arriva però a 226.752,13 euro.
Qui il fascicolo racconta anche come si arriva al precipizio.
All’origine ci sono difficoltà familiari. La donna, secondo la relazione del gestore della crisi, aveva contribuito economicamente a evitare che la casa dei genitori andasse definitivamente perduta nell’ambito di una vecchia procedura esecutiva. Per recuperare le somme necessarie aveva stipulato nel 2010 un mutuo, garantendolo con ipoteca sulla propria abitazione. Da lì i conti cominciano ad avvitarsi.
La relazione è molto chiara: la debitrice comincia a sottoscrivere nuovi finanziamenti per estinguere quelli precedenti. È il meccanismo più pericoloso del sovraindebitamento. Il debito non scompare: cambia creditore, si allunga e spesso diventa più caro.
Alla fine anche l’abitazione personale viene venduta all’asta.
A complicare ulteriormente la situazione intervengono importanti spese sanitarie e riabilitative. Il dettaglio clinico non è ciò che ci interessa: conta il fatto che per anni una parte delle risorse disponibili viene assorbita anche dalle cure.
Il 65% dello stipendio era già impegnato
Prima dell’intervento dell’OCC, sul reddito della donna gravavano due finanziamenti Findomestic, per 132,70 e 80 euro al mese, una cessione del quinto da 377 euro, una delega da 376 euro, un pignoramento presso terzi da 377 euro e altri 100 euro per una carta revolving.
Secondo la relazione, il 65% dell’unica fonte di reddito era assorbito dal carico debitorio.
E poi bisogna vivere.
Nel fascicolo vengono quantificate spese mensili per 1.400 euro: 450 euro per alimenti, 200 per spese mediche, 200 fra carburante e manutenzione dell’auto, 100 per energia elettrica, 100 per acqua e gas, oltre ad assicurazione, telefono, abbigliamento e altre necessità.
Lo stipendio medio è poco più di 2.090 euro. Basta fare il confronto per capire quanto sottile fosse ormai il margine.
Da dove vengono i 226 mila euro
La parte maggiore dell’esposizione è costituita da un credito originariamente riferibile a un mutuo BNL, poi ceduto, che nel piano figura per 132.519 euro.
Seguono 28.275 euro per una cessione del quinto e 26.200 euro per un finanziamento con delega. Ci sono poi 14.391 euro collegati a un credito per il quale è intervenuto un pignoramento presso terzi, 7.011 euro di finanziamento Findomestic, una carta revolving Credem da 5 mila euro, un’ulteriore carta Findomestic e debiti tributari verso Agenzia delle Entrate-Riscossione, Comuni e Regione.
Una specie di condominio finanziario: tanti creditori, tutti seduti allo stesso tavolo e tutti in attesa della propria quota.
Il mutuo da 122 mila euro e il problema del merito creditizio
C’è poi un passaggio particolarmente interessante nella relazione dell’OCC.
Il gestore ricostruisce la situazione del 2010, quando venne acceso un mutuo per 122.330,96 euro. All’epoca la debitrice aveva già rate mensili per 495 euro.
Secondo il calcolo effettuato dal professionista nel piano, sulla base del reddito disponibile e degli impegni già esistenti, il finanziamento massimo sostenibile sarebbe stato di circa 63.441 euro.
La relazione conclude quindi che, secondo la valutazione del gestore, non sarebbe stata effettuata una verifica adeguata e approfondita del merito creditizio e formula rilievi analoghi anche sui finanziamenti successivi. Si tratta, è bene precisarlo, della valutazione contenuta nella relazione dell’OCC e non di un accertamento definitivo di responsabilità nei confronti delle banche.
È un aspetto importante perché il sovraindebitamento non riguarda soltanto le scelte di chi chiede denaro. La normativa impone anche a chi concede credito di valutarne la sostenibilità.
Il piano: circa 690 euro al mese e otto anni per ricominciare
La proposta prevede una durata indicata in 8 anni e 2 mesi.
Nelle diverse fasi le rate sono attorno ai 600-690 euro. A regime, l’importo mensile indicato per il piano è di 690,28 euro, lasciando alla debitrice 1.400,90 euro per vivere.
Per i creditori chirografari la proposta indica un soddisfacimento del 25,5%. Per alcune posizioni privilegiate la tabella prevede l’80%, mentre costi della procedura e spese indicate come prededucibili vengono soddisfatti integralmente.
Il patrimonio, nel frattempo, è ridotto praticamente a un’automobile. Non risultano immobili intestati alla debitrice.
Il Tribunale di Marsala, con decreto del 17 giugno 2026, ha aperto il procedimento di omologazione, ritenendo allo stato dimostrate la qualità di consumatore e la condizione di sovraindebitamento e disponendo il divieto di azioni esecutive e cautelari sul patrimonio durante la procedura. Non si tratta ancora, nel documento che abbiamo esaminato, della sentenza definitiva di omologa.
Un altro marsalese: 132 mila euro di debiti, ne pagherà circa 40 mila
Il terzo caso è già arrivato invece alla sentenza definitiva.
Un consumatore marsalese aveva accumulato 132.468,50 euro di debiti, comprendendo anche il compenso dell’organismo di composizione della crisi.
La documentazione che abbiamo esaminato – in questo caso la sentenza di omologa – non contiene il dettaglio dei singoli finanziamenti e dei singoli creditori, e quindi non sarebbe corretto inventarlo.
Contiene, però, i numeri essenziali.
Il debitore ha un reddito netto mensile di circa 1.800 euro. Ha proposto di restituire complessivamente 40.719,91 euro, attraverso un piano della durata di cinque anni e sei mesi, con versamenti ordinari di 600 euro al mese e le modalità aggiuntive previste per la tredicesima.
I crediti prededucibili e privilegiati vengono pagati al 100%, quelli chirografari al 25%.
Nessun creditore ha presentato contestazioni nel termine previsto.
Il Tribunale di Marsala ha quindi omologato il piano nel maggio 2026, ritenendo i 600 euro mensili compatibili con una capacità reddituale di 1.800 euro e con le somme necessarie al mantenimento familiare.
Fino alla conclusione del piano il debitore non potrà inoltre accedere liberamente a nuovi strumenti di credito e saranno vietate le azioni esecutive o cautelari sul patrimonio previste dal provvedimento.
Insomma, la porta d’uscita esiste, ma non è una passeggiata.
Non è un condono: è una lunga cura
Questi piani vengono spesso raccontati come una sorta di “cancellazione dei debiti”. È una descrizione troppo semplice.
Chi accede alla procedura non riceve un assegno pubblico e non torna il giorno dopo con il conto pulito. Si impegna per anni a versare tutto ciò che, secondo il Tribunale, può ragionevolmente versare senza essere privato del minimo necessario per vivere.
I creditori possono perdere una parte del proprio credito. Il debitore, però, perde per anni una parte consistente della propria libertà economica.
Ed è proprio questo equilibrio che il giudice è chiamato a verificare.
La nuova fragilità ha uno stipendio
I tre fascicoli raccontano soprattutto una cosa. Il sovraindebitato di oggi non è necessariamente una persona che non lavora o che non ha entrate. Può essere un insegnante. Un dipendente pubblico. Una persona con 1.800 o 2.100 euro di stipendio al mese.
Solo che quello stipendio, prima ancora di arrivare sul conto, ha già troppe destinazioni.
È questa forse la faccia meno visibile della crisi delle famiglie: non sempre manca il reddito. A volte manca il reddito libero. Quello che resta dopo la rata del mutuo, il finanziamento, la cessione del quinto, la carta revolving, le bollette, la spesa, la benzina e l’imprevisto che, puntualmente, arriva.
E quando per pagare una rata bisogna accenderne un’altra, il debito smette di essere uno strumento e diventa una trappola.
La legge offre una via d’uscita. Ma i documenti dei Tribunali di Trapani e Marsala ci dicono che, quando si arriva davanti al giudice, spesso quella famiglia ha già trascorso anni a fare la cosa più difficile di tutte: pagare il passato cercando, nel frattempo, di arrivare alla fine del mese.
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