Si prende la Naspi dopo una lunga assenza dal lavoro?


Scopra quando l’assenza ingiustificata impedisce il bonus disoccupazione e come le nuove regole sulle dimissioni incidono sui diritti dei lavoratori.

Perdere il lavoro è un evento che sposta subito l’attenzione del cittadino verso le tutele economiche previste dallo Stato. Molte persone si domandano spesso: si prende la Naspi dopo una lunga assenza dal lavoro? La risposta non è più automatica come poteva apparire in passato. La normativa recente ha introdotto cambiamenti profondi che mirano a colpire chi abbandona il posto senza seguire le procedure formali. L’Inps ha chiarito che non basta smettere di presentarsi in ufficio per ottenere il sussidio di disoccupazione. Esiste oggi una distinzione fondamentale tra chi subisce un licenziamento e chi, con il suo comportamento di assenza, manifesta nei fatti la volontà di andarsene. Questa differenza determina in modo netto la possibilità di ricevere l’assegno mensile. Chi non rispetta i tempi previsti dai contratti collettivi rischia infatti di rimanere senza protezione economica. È essenziale conoscere bene queste regole pratiche per evitare di perdere un diritto a causa di una scelta sbagliata o di una semplice dimenticanza burocratica.

Cosa sono le dimissioni per fatti concludenti?

Le dimissioni per fatti concludenti rappresentano una novità introdotta per gestire quei casi in cui un dipendente sparisce dal posto di lavoro senza dare spiegazioni e senza inviare la comunicazione formale tramite il portale del Ministero del Lavoro. In passato, questa situazione metteva il datore di lavoro in una posizione difficile. Egli era costretto a licenziare il dipendente per giusta causa, pagando anche il cosiddetto ticket di licenziamento e permettendo al lavoratore di percepire la disoccupazione. La nuova legge (legge 203/2024) ha integrato il codice per evitare questo paradosso. La nuova norma stabilisce che se un lavoratore si assenta in modo ingiustificato oltre il termine previsto dal contratto collettivo nazionale (Ccnl), o in mancanza di questo oltre i 15 giorni, il rapporto si intende risolto per volontà dell’addetto stesso.

In questo scenario, il datore di lavoro comunica l’evento all’Ispettorato nazionale del lavoro. Il rapporto cessa non per una scelta dell’azienda, ma per un comportamento del lavoratore che “conclude” nei fatti il contratto. Questa procedura semplifica la vita alle imprese ma crea un grosso ostacolo per chi sperava di ottenere il sussidio.

La cessazione viene registrata con un codice specifico nei sistemi informatici (cod. UniLav FC). Questo codice segnala immediatamente all’Inps che non si tratta di una perdita di lavoro subita, ma di una scelta volontaria, seppur manifestata attraverso il silenzio e l’assenza.

Perché l’Inps nega la Naspi dopo un’assenza ingiustificata?

Il principio cardine della Naspi è che la prestazione spetta solo in caso di disoccupazione involontaria. Lo Stato aiuta chi perde il lavoro contro la propria volontà, non chi decide di andarsene. Quando scatta la procedura per fatti concludenti, l’istituto previdenziale considera l’assenza prolungata come una forma di dimissioni volontarie (circ. Inps 154/2025). Poiché il dipendente ha scelto di non presentarsi e di non giustificare la sua mancanza, ha implicitamente deciso di interrompere il legame professionale.

La circolare Inps chiarisce che il requisito dell’involontarietà viene a mancare totalmente. Se la risoluzione del contratto avviene con la causale delle dimissioni per fatti concludenti, l’accesso all’indennità è precluso. Questo meccanismo serve a scoraggiare la prassi di “farsi licenziare” smettendo di andare al lavoro per ottenere l’assegno di disoccupazione. La legge ora presume che il lavoratore sia l’unico responsabile della fine del rapporto. Chi agisce in questo modo perde:

  • il diritto a percepire l’assegno mensile per tutta la durata prevista;

  • la contribuzione figurativa utile per la pensione durante il periodo di sosta;

  • l’accesso a eventuali corsi di formazione collegati alle politiche attive del lavoro;

  • la possibilità di richiedere l’anticipazione della prestazione per mettersi in proprio.

Il datore di lavoro può decidere di licenziare comunque?

Un aspetto molto importante da sottolineare è che la procedura per fatti concludenti non è obbligatoria per l’azienda. Resta una facoltà del datore di lavoro. Egli può decidere di percorrere la strada più rapida della risoluzione per volontà del lavoratore oppure può scegliere di avviare un procedimento disciplinare ordinario. Se l’azienda decide di procedere con un licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, la situazione per il lavoratore cambia radicalmente.

Nonostante il motivo del licenziamento sia un comportamento colpevole del dipendente (come l’assenza ingiustificata), per l’Inps la cessazione risulta comunque un licenziamento. In questa ipotesi, la Naspi può essere regolarmente erogata, a patto che il lavoratore possieda i requisiti di contribuzione necessari (almeno 13 settimane negli ultimi quattro anni). Molte aziende potrebbero preferire la via delle dimissioni per fatti concludenti per risparmiare il costo del contributo di licenziamento da versare all’Inps. Tuttavia, se l’interruzione del rapporto viene formalizzata come licenziamento, il lavoratore conserva la sua tutela economica. È dunque la modalità formale con cui si chiude il contratto a fare la differenza tra il ricevere l’assegno e il restare a mani vuote.

Cosa succede se il lavoratore presenta le dimissioni telematiche?

Cosa accade se, dopo che l’azienda ha avviato la procedura per assenza prolungata, il lavoratore invia le dimissioni ufficiali tramite il sito del Ministero? Le indicazioni ministeriali recepite dall’Inps sono molto chiare su questo punto: le dimissioni telematiche prevalgono (circ. Inps 154/2025). Se il lavoratore trasmette la comunicazione ufficiale, la procedura automatica per fatti concludenti perde la sua efficacia. Questo passaggio è essenziale soprattutto quando il lavoratore ha una valida ragione per andarsene.

Se il dipendente presenta le dimissioni per giusta causa, la Naspi torna a essere accessibile. La giusta causa si verifica quando il datore di lavoro commette mancanze così gravi da non permettere la prosecuzione del rapporto, ad esempio:

  • il mancato pagamento delle retribuzioni per più mesi;

  • le molestie sessuali subite sul luogo di lavoro;

  • lo spostamento del lavoratore da una sede all’altra senza valide ragioni tecniche o produttive;

  • il comportamento ingiurioso del superiore gerarchico;

  • l’omissione totale del versamento dei contributi previdenziali.

In questi casi, il lavoratore deve però essere in grado di provare il motivo grave. Se le dimissioni per giusta causa sono documentate correttamente, l’Inps riconosce che la disoccupazione, pur nascendo da una scelta del lavoratore, è in realtà forzata dal comportamento scorretto dell’azienda. In tale situazione, il sussidio viene pagato regolarmente.

Come cambiano i pagamenti Naspi per chi avvia un’impresa?

La normativa sulla disoccupazione ha subito un ulteriore ritocco con la legge di Bilancio (legge 199/2025). Chi percepisce la Naspi ha la possibilità di chiedere l’erogazione anticipata di tutte le somme spettanti se decide di avviare un’attività di lavoro autonomo o una società. Fino a poco tempo fa, l’Inps pagava l’intero importo in un’unica soluzione. Dal 2026, invece, le regole sono cambiate per garantire un monitoraggio più attento della nuova impresa.

L’erogazione dell’incentivo avviene ora in due tranche distinte (art. 1, comma 176, legge 199/2025). Questo significa che il lavoratore riceverà una parte della somma all’inizio della nuova attività e la parte rimanente dopo un certo periodo, a conferma che l’impresa sta effettivamente operando. Questo cambiamento mira a evitare che la richiesta di anticipazione venga usata solo come modo per incassare subito tutto il sussidio senza un reale progetto imprenditoriale. È un dettaglio fondamentale per chi, dopo aver perso il lavoro in modo involontario, decide di scommettere su se stesso aprendo una partita Iva. La procedura richiede sempre la presentazione di una domanda specifica entro 30 giorni dall’inizio dell’attività o dalla domanda di Naspi.

Quali sono i termini da rispettare per non perdere il sussidio?

La tempestività è tutto quando si parla di ammortizzatori sociali. Per non incorrere nella decadenza dal diritto, il lavoratore licenziato deve presentare la domanda di Naspi entro 68 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro. Se l’invio avviene nei primi 8 giorni, l’assegno decorre quasi immediatamente. Se si aspetta oltre l’ottavo giorno, la prestazione parte dal giorno successivo alla presentazione della domanda.

Oltre ai tempi, bisogna fare attenzione ai requisiti previsti dalla legge (Dlgs 151/2015):

  • aver perso il lavoro involontariamente (quindi non per dimissioni ordinarie);

  • avere almeno 13 settimane di contributi versati nei quattro anni precedenti;

  • aver reso la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (Did) presso il Centro per l’impiego;

  • partecipare attivamente ai percorsi di ricollocazione professionale organizzati dalle Regioni.

L’assenza ingiustificata che porta alle dimissioni per fatti concludenti rompe il primo di questi requisiti. Per questo motivo, il consiglio pratico è quello di non lasciare mai il posto di lavoro “nel silenzio”, pensando che l’azienda sia obbligata a licenziare. Oggi le aziende hanno uno strumento legale per chiudere il contratto senza costi e senza dare al lavoratore l’accesso ai sussidi pubblici.




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 Angelo Greco

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