La Cina mette un freno all’AI “troppo umana”


Mentre negli Stati Uniti la competizione sull’intelligenza artificiale continua a giocarsi soprattutto sulla potenza dei modelli e sulla conquista del mercato da parte delle Big Tech, la Cina sceglie una strada diversa. Per Pechino la priorità non è soltanto sviluppare algoritmi sempre più sofisticati, ma costruire fin dall’inizio un sistema di regole, standard e infrastrutture capace di governarne l’utilizzo nell’economia reale. È un approccio che riflette la filosofia della cosiddetta “intelligenza artificiale con caratteristiche cinesi”, nella quale innovazione tecnologica e controllo normativo procedono di pari passo.

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Questa strategia è diventata evidente con l’entrata in vigore delle nuove norme dedicate agli agenti di intelligenza artificiale progettati per imitare il comportamento umano. Le disposizioni hanno già prodotto i primi effetti concreti: Alibaba e ByteDance hanno infatti limitato alcune delle funzionalità presenti rispettivamente nelle piattaforme Qwen e Doubao, oscurando gli strumenti che consentivano agli utenti di creare assistenti virtuali dotati di una vera e propria personalità.

Fino a pochi giorni fa milioni di utenti potevano configurare agenti digitali capaci di assumere l’identità di un insegnante, di uno psicologo, di un personaggio immaginario o perfino di un compagno virtuale. Ogni assistente era in grado di sviluppare uno stile comunicativo riconoscibile, un carattere definito e una modalità di conversazione che simulava sempre più fedelmente quella di una persona reale.

È proprio questo tipo di interazione che le autorità cinesi hanno deciso di limitare. Le nuove disposizioni riguardano infatti tutti quei sistemi di intelligenza artificiale progettati per riprodurre caratteristiche della personalità umana, modalità di ragionamento e stili di comunicazione con l’obiettivo di instaurare un rapporto emotivo continuativo con gli utenti.

Restano invece esclusi dalla stretta gli assistenti destinati ad attività professionali, al servizio clienti, all’istruzione, alla ricerca scientifica e, più in generale, a tutte le applicazioni orientate alla produttività.

Secondo il governo cinese, il rischio legato agli agenti artificiali costruiti per creare relazioni personali va ben oltre l’innovazione tecnologica. Le autorità richiamano infatti la possibilità di sviluppare forme di dipendenza psicologica, problemi nella tutela della privacy, diffusione di contenuti dannosi e potenziali effetti negativi sulla salute mentale degli utenti più vulnerabili.

La decisione, tuttavia, non rappresenta un rallentamento dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Al contrario, Pechino considera gli AI agent una delle tecnologie più promettenti della nuova generazione digitale e intende favorirne la diffusione all’interno del sistema produttivo nazionale.

L’obiettivo è separare con chiarezza due universi differenti. Da una parte gli assistenti digitali progettati per migliorare l’efficienza delle imprese e automatizzare i processi lavorativi. Dall’altra quelli sviluppati per costruire un coinvolgimento emotivo con gli utenti, destinati invece a un controllo molto più rigoroso.

Gli AI agent rappresentano infatti un’evoluzione significativa rispetto ai tradizionali chatbot generativi. Se strumenti come ChatGPT rispondono alle richieste formulate dall’utente una domanda alla volta, un agente intelligente è in grado di pianificare ed eseguire intere sequenze operative con un elevato grado di autonomia.

Può organizzare un viaggio, predisporre un report aziendale, seguire una pratica amministrativa, coordinare attività complesse o gestire flussi di lavoro senza ricevere istruzioni continue. È proprio questa capacità operativa a renderli una delle principali frontiere dell’intelligenza artificiale applicata al business.

Non sorprende quindi che Alibaba, Tencent, ByteDance, Baidu e gli altri grandi gruppi tecnologici cinesi stiano investendo ingenti risorse nello sviluppo di piattaforme dedicate. Accanto ai colossi digitali si stanno muovendo anche numerose startup specializzate, che propongono agenti intelligenti destinati alla programmazione software, al commercio elettronico, al marketing digitale, alla gestione documentale e alla progettazione industriale.

La prospettiva è quella della cosiddetta “skill distillation”, ovvero la progressiva automazione di una parte crescente delle attività cognitive oggi svolte dai lavoratori. L’obiettivo non consiste semplicemente nel creare chatbot più evoluti, ma veri e propri collaboratori digitali capaci di svolgere compiti complessi e integrarsi nei processi aziendali.

La Cina parte inoltre da una posizione particolarmente favorevole. Il Paese dispone già di un ecosistema digitale estremamente integrato nel quale pagamenti elettronici, super app, e-commerce, logistica, servizi pubblici e piattaforme finanziarie dialogano quotidianamente tra loro. Un ambiente ideale per consentire agli agenti di interagire con numerosi servizi utilizzati ogni giorno da centinaia di milioni di cittadini e imprese.

Proprio per sostenere questa evoluzione, il governo sta accelerando anche sul fronte della standardizzazione tecnologica. Negli ultimi mesi sono state pubblicate nuove linee guida dedicate allo sviluppo degli AI agent e una serie di standard nazionali destinati a renderli interoperabili.

L’obiettivo è permettere ad agenti sviluppati da aziende diverse di collaborare in maniera sicura, tracciabile e compatibile, riducendo al tempo stesso i costi di integrazione per le imprese che adotteranno queste soluzioni.

Pan Helin, membro del comitato di esperti del Ministero dell’Industria e dell’Information Technology, ha sintetizzato la filosofia del nuovo impianto regolatorio in tre parole chiave: sicurezza, applicazione pratica e standardizzazione. Tre principi destinati a guidare la trasformazione dell’intelligenza artificiale in un’infrastruttura strategica per la competitività industriale cinese.

È proprio questo il principale elemento che distingue l’approccio di Pechino da quello adottato negli Stati Uniti. Oltreoceano il dibattito continua a concentrarsi prevalentemente sulla competizione tra modelli linguistici sempre più potenti e sulla corsa delle grandi aziende per conquistare quote di mercato.

La Cina, invece, sembra aver scelto una strategia differente. L’innovazione non viene lasciata evolvere liberamente per essere regolata solo in un secondo momento, ma cresce all’interno di un quadro normativo costruito fin dall’inizio. Per Pechino l’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia da sviluppare, ma una componente essenziale dell’infrastruttura economica nazionale, destinata ad aumentare la produttività delle imprese senza rinunciare al controllo pubblico sul suo impiego.


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