Per capire l’immensa sfida della pace in Israele e in Palestina che non sia un cessate il fuoco, ma un riconoscimento al diritto di esistere di entrambi i popoli, e il significato profondo del festival Re-imagine Peace ideato dalla cantautrice israeliana Noa (Achinoam Nini), dal chitarrista Gil Dor e dall’artista palestinese Mira Awad, bisogna partire dalla parole dell’ospite più “illustre” arrivato a Firenze per la kermesse di tre giorni con attivisti e artisti dal 10 al 12 luglio a Firenze: Il Cardinale e Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.
All’incontro organizzato dai frati minori francescani del convento di San Salvatore al Monte, nella chiesa che Michelangelo definì “la mia villana” per la bellezza austera di evangelica semplicità. Domenica scorsa, davanti a una platea affollata, ha fatto una riflessione sulla sua lettera pastorale Tornarono a Gerusalemme con grande gioia, esprimendo una grave preoccupazione per quanto accade in Terra Santa. Lui che ha scritto, detto e ribadito che abbiamo perso le coordinate, la fiducia in parole come “convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due Stati”, interpellato da VITA sul ruolo fondamentale della società civile che ha creato un sodalizio fra tanti arabi, cristiani, ebrei e di cui abbiamo scritto nel focus book L’antidoto, ha dichiarato: «Perdono e giustizia sono necessarie l’una all’altra, per noi cristiani non si possono separare. I tempi, da un punto di vista comunitario, sono lunghi, richiederanno guarigione, riconoscimento. La domanda che mi accompagna continuamente è come essere chiari, dire come stanno le cose senza erigere nuove barriere. Io credo in Dio, sono stato perdonato e salvato. E voglio lo stesso per tutti ma nei modi, nei tempi e condizioni necessari per alleviare questa terra», ha detto il Cardinale. «In aprile (si riferisce al Pepole Peace Summit di It’s Time) ho incontrato movimenti a favore del dialogo, erano migliaia, soprattutto giovanissimi, quelli che fanno opera di riconciliazione saranno le persone da cui ripartire quando i tempi saranno maturi. E dobbiamo lavorare, accelerare perché lo siano. Nella società civile ci sono israeliani, palestinesi, ebrei, musulmani, cristiani. Una società civile molto vivace che da qui non si vede».
Riconoscendo, nella preoccupazione per il momento drammatico, le condizioni disumane in cui si vive a Gaza, le divisioni, l’odio, l’occupazione, la guerra, lo spazio creato dagli attivisti e attiviste. Noa che è stata animatrice instancabile del festival dove ha cantato e parlato di pace sia alle esibizioni dei tanti artisti sia agli incontri struggenti di attiviste e attivisti che hanno ricordato i propri lutti e il percorso comune per rafforzare i legami fra i due popoli, ci ha detto con veemenza: «Non siamo una minoranza e anche se lo fossimo, ma non lo siamo, il problema è un altro: qualunque cosa facciamo per favorire la pace, veniamo guardati con sospetto. La nostra voce viene sottovalutata dai media. Eppure ci sono migliaia di pacifisti sia fra gli ebrei sia fra i palestinesi. Abbiamo bisogno di essere sostenuti da tutti». E infatti Noa lo ha spiegato chiaramente all’inaugurazione del Festival, venerdì 10 luglio, prima e dopo la camminata interreligiosa che si è conclusa all’abbazia di San Miniato al Monte: «Se non re-immaginiamo il mondo, altri lo faranno per noi». A vederli a Firenze, ad ascoltare le testimonianze degli attivisti di Combatants for peace, i racconti dolorosi dei lutti condivisi e l’impegno quotidiano di Parents Circle, le storie di percorsi comuni che hanno ripreso forza dopo l’iniziale shock del 7 ottobre e l’angoscia per la guerra a Gaza raccontate attraverso la musica e l’arte di rapper, pianisti, persino di cuochi, non sembrano esclusivamente dei sognatori ebrei e arabi in cerca di visioni slegate dalla realtà ma persone che hanno scelto la strada più irta, quella della pace che viene sempre coniugata alla necessità di un cambiamento, alla fine dell’occupazione. Hanno suonato e cantato nelle chiese e nei teatri, si sono confrontati con chi era scettico e con chi invece crede che loro rappresentino la speranza, il futuro delle nuove generazioni capaci di re-immaginare la pace. Molto partecipato anche l’incontro di Maoz Inon e l’attivista pluripremiato Aziz Abu Sarah che insieme hanno scritto il libro The Future is the Peace (verrà pubblicato in Italia nel febbraio del 2027). Ormai famosi come due pop star, sono stati ricevuti da due Papi e ci ricordano di essere stata la prima coppia israeliana a correre come tedofori ai Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina. Aziz Abu Sarah, nato in Cisgiordania, ha perso il fratello Tayseer durante la prima Intifada mentre i genitori di Maoz Inon sono stati uccisi da un razzo incendiario di Hamas il 7 ottobre. Entrambi si concentrano sul loro progetto di convivenza perché semplicemente non c’è un’altra alternativa alla devastazione e alla guerra perenne. Aziz Abu Sarah spiega come sia «statisticamente provato che i conflitti conclusi con la nonviolenza siano maggiori rispetto a quelli negoziati con le armi in spalla» mentre Inoz Maon parla della sua formula della pace in due settimane: «Molti conflitti sono finiti due settimane prima grazie a un evento inaspettato o spartiacque. E allora io voglio pensare che accadrà fra due settimane», dice con l’espressione di uno che è disposto ad ogni azzardo per porre fine alla tragedia del conflitto apparentemente insanabile. E per sdrammatizzare, alla fine dell’incontro gli autori hanno distribuito una carta d’imbarco per la pace e il futuro, senza dimenticare mai di ricordare cosa accade a Gaza e in Cisgiordania. Ironizzando certo, anche se poi alla fine il sorriso può pure spegnersi se a parlare è Noam Shuster-Eliassi, stand-up comedian cresciuta a Neve Shalom -Wahat al Salam che, attraverso il documentario sulla sua vita in Coexistence my ass ha raccontato in modo dissacrante e brutale come è passata dagli spettacoli in tutto il mondo per raccontare con autoironia e satira le contraddizioni e i limiti di una città mista al dolore profondo del mondo che le è crollato addosso dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza. E ha cominciato a piangere per tutte le richieste di aiuto che riceveva e ancora riceve.

«Quando mi hanno chiamato per la leva militare ho rifiutato perché avrei usato l’arabo per un obiettivo opposto a quello per cui l’ho imparato», ha raccontato Noam Shuster-Eliassi. Mira Awad, palestinese, un padre cacciato dalla Nakba nel 1948, co-direttrice artistica del Festival, ha risposto alle nostre tante domande con un interrogativo: «Cosa sarebbe successo se Martin Luther King avesse marciato solo con gli afroamericani senza alleati bianchi? Ci accusano di voler normalizzare l’occupazione, le discriminazioni ma questa prospettiva è come uno specchio rovesciato: noi vogliamo lottare per co-resistenza e il dialogo e creare un reale cambiamento». In un lungo weekend afoso abbiamo visto teatri chiese piene per ascoltare persone, artisti, vedere film e performance di chi di ostina re-immaginare la pace. Abbiamo ascoltato anche l’assenza perché la partner palestinese di Iris Gur dei Combatants for Peace, è riuscita a partecipare al dibattito sul documentario There is another way solo da remoto per via delle restrizioni di movimento in Cisgiordania che le hanno impedito di prendere l’areo. Iniziato con la piantumazione nel convento di San Salvatore al Monte alle Croci di due ciliegi dedicati a Robi Damelin e Bushra Awad dell’organizzazione Parents Circle – Families Forum perché onorate come Giuste dalla Fondazione Gariwo, il Festival si è concluso con un concerto di tutti gli artisti all’Anfiteatro delle Cascine. Con suoni e voci che arrivano al cuore. Sul palco il Patriarca di Gerusalemme ha affidato questo messaggio alla società civile che cresce nella sua ambizione di poter fare la differenza: «La pace non è solo un cessate il fuoco, ma anche un esercizio di immaginazione, la capacità di vedere nell’altro non un nemico, non una minaccia, non una categoria ma una persona. La pace inizia quando smettiamo di chiederci chi meriti la nostra compassione e cominciamo a chiederci come possiamo allargarla perché nessuno resti escluso», ha detto fra le altre cose. Se per ottenere la pace, bisogna provare a re-immaginarla, allora si ri-parte dalla città di La Pira per ri-lanciare l’impegno di israeliani e palestinesi che lavorano (e suonano) insieme con lo stesso obiettivo: la soluzione condivisa del conflitto che deve essere fermato. E l’ultima immagine che spiega tutto arriva a Noa da un bambino che a Gaza trascina un aquilone con il motto di Re-imagine Peace. Intrappolato, continua a sognare la pace.
Vuoi accedere all’archivio di VITA?
Con un abbonamento annuale puoi scaricare e leggere più di 100 numeri del nostro magazine: ogni numero una storia sempre attuale. Oltre a tutti i contenuti extra come le newsletter tematiche, i podcast, le infografiche e gli approfondimenti.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Anna Spena
Source link

