Lacrime e abbracci – abbracci stretti – all’aeroporto di Napoli. «Non voglio tornare in un posto dove ho sempre paura che una bomba mi distrugga la casa», dice tra le lacrime Aya, palestinese, a un’amica italiana con cui ha condiviso, senza pause, gli ultimi dieci giorni. «La prossima volta venite a trovarci voi. Vi aspettiamo a Neve Shalom Wahat al-Salam», si inserisce un’altra. «Certo che verremo», risponde compatto il gruppetto di italiane, «ma quando finirà la guerra». «La guerra non finirà mai», ribatte Aya, scherzando amara.
Istantanee dalla partenza, lo scorso 7 luglio di un gruppo di 13 ragazzi ebrei e palestinesi, tra i 13 e i 17 anni, del Villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam (wasns.org), ospitati per il secondo anno consecutivo per un campo estivo a Cava de’ Tirreni (Salerno). Neve Shalom Wahat al-Salam (“Oasi di pace” in ebraico e arabo) – da più di cinquant’anni un modello dal basso di convivenza e educazione alla pace in Israele – abbiamo già raccontato qui “Sono tornata nel villaggio dove la vita condivisa di ebrei e palestinesi resiste alla guerra“. Ad accompagnare la piccola delegazione Itay e Hiba, entrambi abitanti del Villaggio. Lui, ebreo, educatore del gruppo, lei la mamma di Aya.
Il progetto – organizzato dall’Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam in collaborazione con la locale Associazione Eugenio Rossetto – era stato pensato come tappa finale di un percorso sulla leadership e l’impegno in prima persona intrapreso dai ragazzi lungo tutto l’anno, ma, soprattutto, come spazio di consolidamento di legami e riconoscimento reciproco, in un’età critica e in un tempo di emergenza. Spazio, dunque, per stare insieme. Quello stare insieme che, se per questi ragazzi – abituati a parlare tra loro perfettamente sia in ebraico che in arabo e a passare da una lingua all’altra senza difficoltà – è del tutto naturale a Neve Shalom Wahat al-Salam, è decisamente sempre più raro e faticoso al di fuori, nel contesto attuale di Israele.
Le giornate si sono alternate tra visite di taglio culturale (Napoli, gli scavi di Pompei, laboratori di robotica e intelligenza artificiale dell’Università di Salerno), svago (bagni al mare, partite a calcio, serate di danze popolari e osservazione guidata delle stelle) e momenti con associazioni impegnate in ambito ambientale, tra le quali Legambiente Paestum, il Centro di recupero delle tartarughe marine a Portici, l’Associazione Vette e baite presso il Parco regionale Diecimare.
«Questi giorni sono stati di vacanza, certo», spiega Ferdinando Castaldo D’Ursi – presidente dell’Associazione Eugenio Rossetto, «ma anche di confronto e crescita di confidenza con i ragazzi italiani delle famiglie ospitanti e di alcune realtà associative del territorio. Due incontri hanno portato un rilevante valore aggiunto. Il primo con un professore palestinese, giunto in Italia da Gaza grazie a una rete di solidarietà universitaria, che ha raccontato la vita attuale a Gaza e in Palestina. L’altro con Miriam Rebhun, scrittrice ebrea napoletana che ha narrato la storia della sua famiglia durante la Shoah e nei primi anni della fondazione dello Stato d’Israele».
C’è un momento, di quella sera, che gli è rimasto particolarmente impresso. Quando, alla domanda della scrittrice se i parenti dei ragazzi avessero raccontato storie familiari analoghe, Amir, palestinese, ha risposto un po’ timidamente: «Sì, ma dall’altra parte».
E ancora: «Una sera in macchina, tornando da una gita, Naser (uno dei ragazzi più grandi) mi ha chiesto: “Nando, ma secondo te è più grande il dolore degli ebrei o quello dei palestinesi?”».
Itay invece ha condiviso alcune riflessioni maturate dopo l’incontro con il docente palestinese: «Le vicende che ha vissuto a Gaza, la carestia, mi hanno ricordato le storie che mio nonno Lipa mi raccontava sulla Polonia e sui campi di concentramento. Com’è possibile che non siamo riusciti a mantenere la promessa del “Mai più”? Il desiderio di vendetta ha consumato la nostra bussola morale. Mentre camminavo con il professore dopo l’incontro, abbiamo parlato del potenziale che esiste nella cooperazione tra il popolo ebraico e quello palestinese, della nostra esperienza a Neve Shalom Wahat al-Salam, delle enormi somme di denaro e del sangue che continuano a essere versati nella guerra e della possibilità di una prosperità condivisa tra il fiume e il mare. Perché nessuno dei due popoli andrà da nessuna parte. Forse può sembrare ingenuo. Ma preferisco essere ingenuo e vivere con speranza piuttosto che morire di disperazione. La pace finirà per arrivare. Inshallah».
A colpire maggiormente Serena e Sveva, quattordici anni, sono stati infine i discorsi degli amici sulla “normalità” della guerra: «Ci hanno descritto in dettaglio il loro rifugio anti-missile per convincerci ad andare a trovarli… Parlavano con tranquillità di gite scolastiche più volte cancellate a causa degli allarmi: come se non poter andare a scuola per un mese a causa della guerra fosse una cosa normale».
«Adesso c’è un rapporto forte tra le due comunità, Cava de’ Tirreni e il Villaggio», conclude Ferdinando Castaldo D’Ursi. «Una relazione, mediata dall’Associazione Italiana che lo sostiene, nata da tante storie personali, che sono quelle che fanno la grande Storia. Ora sappiamo che, tenendo in vita questo legame, possiamo dare il nostro contributo concreto – piccolo ma reale – alla ricerca della pace».
Un futuro diverso forse si aiuta a costruirlo, dal basso, anche così. Aprendo spazi di riflessione critica, domande, riconoscimento dell’altro.
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Anna Spena
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