Periodicamente torna al centro del dibattito il tema della desertificazione bancaria, con particolare riferimento alla chiusura degli sportelli nei piccoli comuni e nelle aree interne. È un confronto importante, che coinvolge il futuro dei territori, il rapporto tra banche e comunità locali e gli effetti della crescente digitalizzazione dei servizi finanziari. Proprio perché la questione tende a essere affrontata soprattutto attraverso il numero delle filiali aperte o chiuse, ritengo utile intervenire per richiamare l’attenzione su due aspetti forse meno immediati, ma altrettanto decisivi: la destinazione del risparmio raccolto sul territorio e la necessità che le Banche di credito cooperativo dispongano di una struttura adeguata a sostenere anche le imprese di maggiori dimensioni. Il dibattito sulla cosiddetta desertificazione bancaria viene spesso associato a quello sullo spopolamento delle aree interne. La progressiva chiusura degli sportelli è considerata, da una parte, una delle cause dell’impoverimento dei piccoli centri; dall’altra, una conseguenza inevitabile della riduzione della popolazione, della diffusione dei servizi digitali e della necessità per le banche di contenere i costi. Come è stato recentemente affermato, è difficile sostenere che la presenza o l’assenza di uno sportello bancario possa, da sola, determinare le scelte residenziali delle persone o invertire tendenze demografiche ormai strutturali. Limitare il confronto al numero degli sportelli rischia, però, di lasciare in secondo piano una questione più importante. Il vero problema non è soltanto se in un comune rimanga aperta una filiale, ma che cosa accada al risparmio raccolto in quel territorio. Una banca può continuare a raccogliere depositi e gestire il risparmio delle famiglie anche attraverso strumenti digitali, senza che quelle risorse vengano necessariamente reinvestite nell’economia locale. La raccolta può essere trasferita verso centri decisionali lontani e destinata a operazioni selezionate secondo logiche nazionali o internazionali, nelle quali le esigenze delle piccole comunità e delle imprese locali assumono inevitabilmente un peso marginale. È qui che emerge la specificità delle BCC: la loro funzione dovrebbe essere misurata soprattutto nella capacità di creare un circuito virtuoso tra raccolta del risparmio, credito e sviluppo del territorio di appartenenza. Il risparmio generato da famiglie e imprese deve poter tornare al territorio sotto forma di finanziamenti, investimenti e sostegno alle iniziative economiche. Questa è la differenza tra una banca semplicemente presente sul territorio e una banca che appartiene al territorio. Per natura mutualistica e conoscenza diretta delle comunità, le BCC sono particolarmente chiamate a svolgere questa funzione. I dati riportati dal Corriere Adriatico confermano questo ruolo: le BCC sono presenti in 98 comuni e in 27 rappresentano l’unica presenza bancaria; la raccolta complessiva ammonta a 12,2 miliardi di euro, mentre entro il 2028 sono previsti finanziamenti per 5,3 miliardi. Ma proprio questa funzione pone una seconda questione. Una BCC può essere realmente banca del territorio soltanto se possiede dimensioni adeguate all’economia che deve sostenere. Il sistema produttivo marchigiano non è composto soltanto da famiglie, microimprese e attività artigianali: vi operano anche aziende strutturate, gruppi industriali ed esportatori che richiedono finanziamenti consistenti, competenze specialistiche e risposte rapide. Se la banca locale non riesce ad accompagnare queste imprese, esse si rivolgeranno ai grandi gruppi nazionali, con il rischio che anche la loro operatività finanziaria e la relativa raccolta si allontanino dal territorio. La dimensione, dunque, non è in contrasto con la prossimità: può esserne la condizione. Una BCC troppo piccola può conoscere perfettamente il cliente, ma non avere la capacità finanziaria o professionale per sostenerne un investimento, un’acquisizione o l’ingresso in un nuovo mercato. Il credito cooperativo deve quindi ricercare una dimensione efficiente, sufficiente a garantire solidità, competenze e diversificazione dei rischi senza recidere il rapporto con le comunità. Non significa inseguire la crescita come fine autonomo, ma costruire BCC abbastanza forti da finanziare non soltanto il piccolo esercizio o la famiglia, ma anche l’impresa che cresce, investe, esporta e crea occupazione. L’appartenenza ai gruppi bancari cooperativi può offrire tecnologia e competenze comuni. Questa forza, però, deve tradursi in una maggiore capacità di erogare credito a livello locale, non in un trasferimento delle decisioni lontano dai territori. Il gruppo dovrebbe inoltre favorire dimensioni efficienti ed evitare inutili sovrapposizioni territoriali al fine di scongiurare inutili rapporti di concorrenzialità tra BCC. La sfida non è conservare ogni sportello indipendentemente dalla sua utilità economica. La tecnologia può rendere più efficienti molti servizi. Ciò che non può essere completamente digitalizzato è la capacità di comprendere un territorio, selezionarne i progetti migliori e assumersi la responsabilità di finanziarli. Il futuro delle BCC si gioca su questo equilibrio: essere abbastanza vicine da conoscere le comunità e abbastanza grandi da sostenerne lo sviluppo. La prossimità senza capacità finanziaria rischia di ridursi a testimonianza; la dimensione senza radicamento trasforma invece la banca locale in una filiale periferica di un centro decisionale lontano. Alle BCC spetta evitare entrambi i rischi: raccogliere la fiducia e il risparmio delle comunità e restituirli al territorio sotto forma di credito, investimenti e opportunità di crescita.
*Professore a contratto di Economia e gestione sostenibile delle imprese
presso la facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche,
ex presidente regionale dei commercialisti
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